Sara: ritratto di un’amica


Ecco un bellissimo esempio di come bastino due o tre frasi per tratteggiare un personaggio (o una persona, ma per uno scrittore non fa differenza). Niente giudizi, niente racconti, niente “aggettivi qualificativi”: Sara è per come si comporta.

Questo, per me, è saper fare a scrivere.

Carta Traccia

Sara è per me un’amica improbabile. Mi sfugge dove siano ancorati i legami che ci tengono vicini, e questo è per me fonte di tenerezza e sorpresa. Siamo amici da tempo, per nessun motivo in particolare.

Parliamo sempre di sesso, perché non ci attraiamo. Se rimanessimo le uniche due persone sulla faccia della terra, penso che ci sederemmo a parlare e ridere, come sempre.

“Ma se non sei battezzato, dove sarai seppellito?”
“Non so… in terra sconsacrata?”
“Già, ad un crocicchio!”

Le mie scivolate pittoresche la divertono. Parla spesso di suo nonno, che un giorno uscì di casa vestito elegante per “farsi una bella foto da tombino”.

Lenisce le sue confessioni tramite l’effetto sorpresa. “Tu hai il romanzo, mentre io non ho nessuno scopo nella vita, e lo voglio trovare.” Decide, valuta e ribatte più spesso e più veloce di me, per questo l’ho ammirata ancora prima di conoscerla. Ogni…

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Dialoghi (teoria)


Prima di cominciare, comunico agli amanti della “Storia in sei parole” che questa settimana saremo ospiti di Chiara e del suo Appunti a Margine. Ancora qualche giorno e ci troveremo là, a giocare come sempre; oggi, invece, discuteremo di dialoghi e di come costruirli.

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La settimana scorsa ci siamo fatti venire un dubbio su come si possa scrivere un buon dialogo avendo a disposizione un materiale banale come quelle poche parole che si scambiano un marito e una moglie al mattino, appena svegli. Io ho provato a scriverci un raccontino e anche alcuni di voi hanno dato la propria versione.

Qualcuno ha scritto uno di quei dialoghi che io chiamo “da sceneggiatura”, composti cioè quasi solo da battute, con pochissime concessioni a legature e descrizioni accessorie. Facciamo un paio di esempi, giusto per capire di cosa stiamo parlando:

Dialogo “da sceneggiatura”

«Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’. Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a fare gli agguati nelle birrerie?»
«…»
«E allora la smetta di scassare la minchia. Appuntato, rilegga!»
«Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nella birreria Bar Acca, sita in via Legnani numero 65, in compagnia dei miei amici solo per bere un aperitivo.»
«Tutto qua, Appuntato?»
«Tutto qua, Commissario.»

Dialogo “da romanzo”

Il Commissario cacciò una gran manata sul tavolo. «Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’» disse, sventolando l’indice sotto il naso della ragazza. «Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a fare gli agguati nelle birrerie?»
La ragazza abbassò gli occhi, ma non disse una parola.
«E allora la smetta di scassare la minchia» mormorò l’uomo addolcendo la voce, come se avessero appena stretto un tacito accordo. Poi si voltò verso la scrivania nell’angolo e ordinò: «Appuntato, rilegga!»
Il militare eseguì ubbidiente: «Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nella birreria Bar Acca, sita in via Legnani numero 65, in compagnia dei miei amici solo per bere un aperitivo.»
«Tutto qua?» disse il Commissario, scuotendo la testa.
«Tutto qua» confermò l’Appuntato, allargando le braccia sconsolato.

Iara si è domandata quale versione fosse la migliore e io ho risposto “dipende”. Gli esempi sono miei e quindi non sono il massimo, ma spero che sia chiara la differenza. Se volete un esempio di cosa sia capace di scrivere Anne Tyler, potete leggere l’estratto (o comperarlo, se vi piace) di Una spola di filo blu. L’autrice che vi ho segnalato, aveste qualche dubbio sulle sue capacità, è stata diverse volte finalista al Premio Pulitzer e l’ha vinto nel 1988. Bastano le prime pagine per vedere che anche lei usa dialoghi con pochissime legature; qualcosa che si avvicina più al primo esempio che non al secondo.

Il pregio principale di questo tipo di dialogo risiede nel fatto di essere cinematografico; ha molto ritmo e trascina il lettore nella scena. Dato che in generale si utilizzano battute brevi, i personaggi non possono prodursi in spiegoni e chi scrive è inchiodato al fatidico “show, don’t tell”. Il tempo dell’azione è focalizzato sull'”adesso”, proprio come in una sceneggiatura. Tutto oro quello che luccica? Forse, ma solo a patto di lucidarlo bene con tanto “olio di gomito”.

Prima di tutto, senza poter vedere chi stia parlando, dopo qualche riga il lettore rischia di perdere la “sincronia” e di non essere più in grado di attribuire le battute. Certo, uno bravo è capace di dare una “voce” distinta a ogni personaggio (e noi ci abbiamo fatto un thriller) ma qualche aggancio ogni tanto bisogna pur darlo.

Un secondo problema è che si perde del tutto l’ambientazione: cosa ruota attorno ai nostri personaggi, mentre parlano? C’è il sole? Si odono rumori? Se stiamo scrivendo un giallo, potrebbe passare anche l’assassino con in mano l’arma del delitto ma, se nessuno lo dice, il lettore non lo saprà mai.

Qualcuno, tra gli insegnanti di scrittura creativa, insiste sul fatto che non possiamo permetterci di farli solo parlare ma dobbiamo anche muoverli, sulla scena. Se parlano e basta, il lettore perde tutte le informazioni che riguardano la comunicazione non verbale, cosa che potrebbe rendere impossibile poi capire le reazioni dei nostri protagonisti. Anche qui si può ovviare veicolando queste informazioni con battute del tipo:

«Smettila di leggere il giornale e guardami, quando ti parlo!»

ma è chiaro che non è possibile abusarne.

Infine, uno dei rischi dei dialoghi “da sceneggiatura” è che venga utilizzato per dare spiegoni improbabili. Gli americani lo chiamano “As you know, Bob” perché è tipico di film e telefilm: sta per esplodere una bomba, i nostri eroi devono staccare il filo giusto ma l’autore ha bisogno (cioè: crede di aver bisogno) di comunicare all’ascoltatore quale sia il filo giusto. Mancano giusto pochi secondi ma chi ha in mano la tenaglia dice: “Come sai, Bob” e poi gli fa una lezione di mezz’ora sulla teoria di come si costruiscono ordigni. Lezione che lui ha imparato sul campo, in Vietnam, durante la guerra. A quel punto, finalmente!, taglia il filo giusto.

D’altronde, prendiamo il secondo esempio: infarcire il dialogo con commenti, descrizioni della scena, note su cosa facciano i personaggi e altre amenità, rende lo stesso dialogo difficile da leggere. Il lettore perde il filo della discussione o, nella migliore delle ipotesi, finisce per avere l’impressione di un dialogo lentissimo.

Dunque, Iara, qual è il migliore? Io non lo so, ma l’unica risposta sensata mi sembra “dipende”. Se vogliamo ritmo oppure rallentare. Se abbiamo bisogno di raccontare o se vogliamo immergerci nell’azione sulla scena. E poi dipende anche dal fatto che io ne sappia abbastanza, di dialoghi, per farne addirittura un post: se c’è qualcuno che ha voglia di aggiungere qualche considerazione, qui sotto, è il benvenuto.

Sceneggiatura: un esempio vero

Visto che ne abbiamo discusso anche un po’ a sproposito, vi porto un esempio vero di come si scriva formalmente una sceneggiatura (all’americana, oggi la più usata).

SCENA 1.  INTERNO GIORNO
Qui si descrive l’azione che viene svolta nella scena, almeno le parti principali.
Per facilitare la lettura, spezzettare l’azione, descrivendo le singole parti da cui è composta.
                                                    MARIO
                     (qui le indicazioni di espressione più importanti)
              Qui si scrivono le battute dette dall’attore.
                                                    ANNA
                       (qui le indicazioni di espressione più importanti)
                Così si alternano le battute dei vari personaggi.
                                                                                                DISSOLVENZA IN CHIUSURA

Tutte le trame del mondo #5


Il tema di oggi riguarda i Romanzi di formazione. Come dice Wikipedia:

genere narrativo imperniato sulle esperienze formative del protagonista, il quale viene maturando progressivamente il proprio carattere e la propria identità morale.

Tra i tanti esempi citiamo Grandi speranze (Charles Dickens) e Huckleberry Finn (Mark Twain).

Il titolo di oggi ci immerge nelle atmosfere più cupe del sud della nostra penisola (Ma anche il nord e il centro. Per non parlare d’America e di tanti altri posti, purtroppo).

Buona scrittura.

005-il-signore-delle-cosche

Dialoghi


Francesca de Lena è una editor e blogger. Scrive su I libri degli altri e su Satisfiction. In più si premura di elargire (gratis!) consigli a chiunque abbia abbastanza fegato da propinarle un capitolo o un racconto scritti di proprio pugno.

Stamattina su Facebook ha pubblicato questo:fdl

In effetti, scrivere dialoghi “normali” è uno di quegli esercizi che possiamo dire complicati. In particolare se sono tra marito e moglie. In particolare se sono alla mattina. In bagno. Magari prima del caffè.

Io me lo sono immaginato così (E voi?)

PS: Sandra, che relazione c’è – se c’è – tra Una spola di filo blu e La matassa blu di Prussia?

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La sveglia aveva lacerato il buio con il suo trillo, come tutte le mattine. Gianni aveva allungato una mano per spegnerla e poi aveva spinto un piede fino ad uscire dalle coperte: non aveva nessuna voglia di alzarsi. Prendere contatto con la realtà un pezzo alla volta sembrava l’unica alternativa possibile per superare indenne il trauma del risveglio. Lucia, mezzo metro più in là, era immobile; comunque era impossibile che non avesse udito quell’aggeggio malefico.

Gianni aveva raccolto tutte le forze e si era alzato. Davanti allo specchio del bagno, con la faccia ormai quasi del tutto rasata, si era accorto che sua moglie non si era ancora mossa.

«Amore, è tardi» aveva detto a voce abbastanza alta da farsi sentire fin nell’altra camera.
«…»
«Sono le sette passate.»
Dalla camera era arrivato un mugolio. «Davvero?»
«Certo. Perché pensi che la sveglia abbia suonato?»
«Perché è dispettosa, ecco perché.»
Si era affacciato dal bagno. «Finirà che perdi l’autobus. E poi il tuo capo ti farà un cazziatone. Lo sai com’è fatto, quello.»
Lucia se ne era rimasta rintanata al buio, immobile.
«Non credo che andrò al lavoro, oggi.»
«Non stai bene?»
«Non è che abbia la febbre, o chissà cosa… solo non credo che andrò.»

Gianni si era asciugato il viso ed era tornato in camera. Aveva preso camicia e cravatta e aveva fatto il giro del letto.
«Togli quella zampa dalla mia faccia: è gelida» era sbottata lei.
«No, niente febbre» aveva detto lui, più a sé stesso che alla moglie. Aveva chiuso il bottone del collo della camicia poi aveva domandato, appena allarmato: «Ma allora cos’hai?»
«Mmm.»
«Mi sembri una bambina che non voglia andare a scuola.»
«E se anche fosse? Non posso fare i capricci, per una volta?»
Aveva sospirato. «Purtroppo, Lucia, l’età dei capricci è finita da un pezzo.»
«Non tenere quell’aria paternalistica con me. Non la sopporto.»
Gianni aveva annodato la cravatta. «Insomma, ormai sono le sette e venti. Pensi di alzarti o non stai bene?»
«In effetti oggi proprio non credo di riuscire a muovermi da qui.»
Lui aveva scosso la testa. «Hai mal di stomaco? La schiena?»
Lucia aveva fatto un piccolo lamento, mentre si girava su di un fianco. «No, oggi non ce la faccio.»

Gianni era sparito in silenzio. Era andato in cucina, anche se ormai cominciava a diventare troppo tardi per una giustificazione sui generis, in ufficio. Si era sentito armeggiare per un po’, poi il borbottio della moka e un piacevole aroma avevano invaso la casa. Infine, dal corridoio era apparsa una tazzina, seguita da un marito con l’espressione premurosa.
«Ecco, amore. Un bel caffè caldo magari ti farà stare meglio.»
Lucia si era tirata un po’ su. Aveva preso la tazza e si era messa sorbire piano il liquido bollente. Gianni seguiva le mosse della moglie con attenzione, intervallate da brevi occhiate all’orologio.
«Farai tardi?» aveva domandato lei.
«Sì. Ormai, credo proprio di sì.»
«Ti prenderai una ramanzina?»
«Non m’importa: vieni prima tu del lavoro. Come stai?»
«Meglio.»
«Davvero?»
«Davvero.»
«Ed è bastato un caffè.»
«Me l’hai fatto tu. Con amore. Ad ogni modo, non credo che andrò al lavoro.»
«Perché no?»
Lucia l’aveva scrutato con un gran sorriso sul volto.
«Perché è sabato.»

 

 

Storia in sei parole #27 – Parole intraducibili: Zweisamkeit


Dicono che il primo sia stato Hemingway, per vincere una scommessa: «For sale: baby shoes, never worn» (Vendesi: scarpe per neonato, mai indossate). Di sicuro sei parole sono sufficienti a dipingere una storia. Persino un romanzo. Ma sono poche, dannatamente poche, e non è facile per nulla.

La parola di oggi è Zweisamkeit e mi pare che l’italiano non ne abbia una equivalente (dico bene, Lisa?). Significa “Solitudine a due”: non esiste termine che meglio descriva quelle coppie di fidanzati simbiotici, che perdono progressivamente ogni contatto col mondo esterno.

Ecco le mie sei: «Marcostanza: fidanzati siamesi meritano la crasi.»

Giocate con me?

Thriller n. 56: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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L’effetto da cercare, questa volta, era sonoro. Abbiamo chiesto aiuto alla poesia e ai futuristi e abbiamo scritto le nostre versioni zeppe di allitterazioni, onomatopee e tutti i trucchi di cui siamo stati capaci per trasformare il povero lettore in un rumorista.

Nelle pagine seguenti ci sono gli esercizi, riportati in ordine di apparizione. Nell’ultima pagina trovate il modulo per la votazione e anche i voti, man mano che arriveranno.

Settembre, andiamo. È tempo di migrare

Le idee: stanno bene all’aria. Inutile tenerle in cattività, rinchiuderle: in quel caso avvizziscono e non generano prole. Ma, messe in circolo, producono altre idee e contribuiscono a rendere migliore l’ambiente mentale in cui pensiamo. Ecco allora che, come ho ricevuto il thriller paratattico, lo cedo. Lo cedo a Marina, che da domani ne sarà unica responsabile e vestale. Lo faccio con la benedizione di Helgaldo, padre di queste poche righe e pastore emerito di tutti i modi in cui sono state piegate, ricamate, stravolte.

Buona lettura, buon voto e buon thriller a tutti.