Storia in sei parole #24 – Parole intraducibili: Monachopsis


Dicono che il primo sia stato Hemingway, per vincere una scommessa: «For sale: baby shoes, never worn» (Vendesi: scarpe per neonato, mai indossate). Di sicuro sei parole sono sufficienti a dipingere una storia. Persino un romanzo. Ma sono poche, dannatamente poche, e non è facile per nulla.

La parola di oggi non è tedesca e neppure veneta: credo che Monachopsis ci arrivi dal vocabolario inglese. Il riferimento è a quella sensazione persistente di essere fuori posto (cosa che a me capita regolarmente quando vengo invitato a una qualche festa, per esempio).

Ecco le mie sei: «Cosa faccio qui? Teletrasporto, Signor Scott!».

Giocate con me?

Storia in sei parole #23 – Parole intraducibili: Drachenfutter


Dicono che il primo sia stato Hemingway, per vincere una scommessa: «For sale: baby shoes, never worn» (Vendesi: scarpe per neonato, mai indossate). Di sicuro sei parole sono sufficienti a dipingere una storia. Persino un romanzo. Ma sono poche, dannatamente poche, e non è facile per nulla.

A grande richiesta – e per sgranchirci un po’ il vocabolario, dopo la pausa estiva – oggi facciamo un giro di “sei parole”. Dalla prossima settimana ricominceremo invece con i giochi e gli esercizi soliti e quindi tenetevi pronti, perché il prossimo thriller paratattico è già acquattato nell’ombra che vi aspetta.

Continuiamo a pescare dal vocabolario tedesco: oggi vi presento Drachenfutter. Tradotto letteralmente: “cibo del dragone”. Non è il piatto principale di un ristorante cinese a Berlino, ma il regalo che un uomo compra alla sua compagna dopo averla fatta arrabbiare. Un segno di pace. Tutti – credo – l’abbiamo fatto o l’abbiamo ricevuto. Oggi lo trasformeremo in una storia brevissima.

Ecco le mie sei, un classicissimo: «Rose rosse: mi perdoni? Sì? Spogliati!».

Giocate con me?

Tutte le trame del mondo


Quante sono le trame possibili? Dipende a chi chiedete: potrebbero essere milioni, una trentina, un centinaio oppure anche solo due. Ad ogni modo toglietevi dalla testa di inventare qualcosa di nuovo, perché tutto è già stato scritto innumerevoli volte.

Dovremmo dunque smettere? No, naturalmente. L’essenza dello scrittore è scrivere una cosa vecchia facendola sembrare una novità. Così, per fare un po’ di esercizio, proveremo a lanciare una nuova collana della Biblioteca Scarparo. Prendendo spunto dall’elenco proposto da vulture.com, vi darò un titolo e una possibile trama, ai quali risponderete – se vi va – con un possibile sviluppo; pian piano, settimana dopo settimana, costruiremo una piccola enciclopedia delle trame, dalle quali poi potremo pescare quando saremo a corto di idee.

Per cominciare (e scoprire se l’esercizio ci garba) vi propongo il primo titolo in programma: Il flauto del capitano Corelli.

Si parla di ADULTERIO, un tipo di trama che è sopravvissuto nei secoli a innumerevoli cambi nei costumi sociali. Può finire tanto con un suicidio quanto con una riconciliazione e non teme né tabù né licenziosità. Alcuni titoli: Anna Karenina (Leo Tolstoj), La lettera scarlatta (Nathaniel Hawthorne), Bravi bambini (Tom Perrotta), Fine di una storia (Graham Greene).

001 - il flauto del capitano corelli

Vacanze


Ci sono vacanze bellissime, che però quando torni ti dimentichi subito. Ed è meglio così, perché morire di nostalgia è una gran brutta fine: roba da scrittori, se non da poeti. E ho detto tutto.

Ci sono vacanze normali, in cui alla fine hai solo sostituito il capo con la moglie, l’amministratore delegato con la suocera, i clienti con i figli. La differenza è che non ti pagano ma, se non lavorerai bene, te la faranno pagare. La moglie per prima, iscrivendosi al partito della candeggina. Però il lavoro nobilita l’uomo; non sei musulmano e quindi non ti spettano settantadue vergini in paradiso, ma speri giunga presto l’ora del meritato riposo. Eterno? Va bene lo stesso, purché si dorma e non ci siano rotture.

Ci sono le vacanze in cui tutto va a rotoli. Epicamente. Sono quelle che ti ricorderai tutta la vita, come quella volta che hai finito i soldi a tremila chilometri da casa. Ti sei fatto le settantadue ore del viaggio di rientro (una per ogni vergine, a occhio) mangiando il contenuto di una sola scatoletta di involtini, talmente tremendi e così intrisi d’aceto che per tutto il tempo la nausea ha vinto sulla fame. O come quella volta che, sulla corriera piena che non ne voleva sapere di mettersi in moto, tu e due tuoi amici siete stati reclutati per scendere e spingere. Senza che nessun altro muovesse un dito: avete spinto e messo in moto un pullman completo di cinquanta passeggeri e relativi bagagli, che ancora dopo vent’anni ti domandi come abbiate potuto fare. Vacanze di cui porti orgoglioso le cicatrici, come uno sopravvissuto alla guerra.

Poi ci sono le vacanze sfigate. Ma così tanto che arrivano seconde anche dal punto di vista tragico: niente epica eroica, quindi, ma uno stillicidio di scortesie che il destino ti ribalta addosso. A bassa densità ma con una costanza da maratoneta. Una al giorno, per dire. Tante piccole cose, che finirai per scordare quasi subito. Ma che la tua ulcera ricorderà per molti mesi a venire.

Tipo che tutte le mattine, alle cinque, il camion della nettezza urbana svuota i cassonetti sotto casa con la delicatezza dello Shuttle durante il lancio. E quando, finalmente, alle sette riesci a riaddormentarti, l’unico aereo in arrivo nell’intera giornata passa a quaranta metri sopra la tua testa, perché la casa si trova sul percorso di discesa dell’aeroporto. Per recuperare decidi di scendere in spiaggia a poltrire sotto il sole? Non c’è problema: ci pensa il torneo di beach volley a tenerti sulla corda. Tra spettatori urlanti, speaker, pallonate e improperi dei giocatori.

Dopotutto il riposo, come il piacere, va guadagnato. O, almeno, ti viene questo sospetto. Allora scarpini per un paio di chilometri fino a un’altra spiaggetta. Stendi l’asciugamano e, non appena l’indice UV scende sotto la quota “forno a microonde”, scopri che il luogo si popola di mamme con torme di bambini urlanti. Nessuno dei quali abbastanza grande da saper scrivere ma tutti in possesso di una laurea in ingegneria edile honoris causa, dato che tra corse e urla scavano buche in grado di competere con l’Eurotunnel e costruiscono castelli grandi come un centro commerciale.

Dulcis in fundo, l’otite. Uno schizzo malefico della doccia spinge un granello di sabbia fino in fondo all’orecchio. Colpisce il timpano, graffiandolo. Si crea un’infezione, che lo buca. Ti ordinano degli antibiotici, ma al momento sull’isola non ci sono. Forse tra due settimane. Nel frattempo, il farmacista parlando fitto al telefono con il dottore e tu non capisci una parola, ti danno una roba da mettere. Delle gocce. Il greco non è facile da leggere, figurarsi avendo in mano un foglietto illustrativo. Scopri che è un collirio. Pensi che hai un buco in un timpano da curare con il collirio e pensi che dovrai prendere un aereo, con le sue pressurizzazioni repentine. Stai per piangere, un po’ per il dolore e un po’ per la disperazione, ma poi ti scappa un sorriso: arriverai in Italia sotto ferragosto, quando tutto il personale medico è in servizio, pronto ad attenderti.

Helgaldo mi segnala che Paolo Nori, pure lui esperto di vacanze “che era meglio stare a casa”, ne ha fatto una specie di concorso. Se lo fa lui, allora lo faccio pure io. Però niente cartolina, così risparmiate i soldi del francobollo. Mettetele nei commenti, le vostre vacanze da dimenticare, in un condivisione catartica con tutti gli altri.

Però siete su “Scrivere per caso” e non potete pensare di cavarvela così a buon mercato. Scrivetelo nei commenti, sì, ma in sole sei parole

Ecco le mie: «Persa pazienza, usata pochissimo. Grossa ricompensa.»

Righeira for ever


photo credit: humour via photopin (license)

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E così ricominciamo, piano piano, a riaprire i battenti. Le ferie sono finite (Hai passato buone vacanze? Diciamo che ho verificato i molti modi in cui la legge di Murphy può dispiegare i propri effetti) e bisogna mettersi nell’ordine di idee (Bisogna? Ok: io devo rimettermi nell’ordine di idee) che sta per cominciare un altro anno. Ferie non rilassanti e strane (Ma almeno hai scritto? Sì, ho scritto molto: diversi racconti e un abbozzo di romanzo) e adesso mi servirà qualche tempo per rimettermi in pari con la valanga di arretrato che voi e i vostri blog hanno infilato nel mio feeder. Certo, non ho solo scritto (Cosa hai fatto, anche? Ho letto, naturalmente) e mi servirà qualche giorno prima di ricominciare a spron battuto con i thriller paratattici e tutto quanto.

Per intanto, buongiorno a tutti quelli che sono qui in giro e a risentirci presto.

Tai nasha no karosha


 

Finalmente è giunta l’ora: anche quest’anno mi eclisserò, scollegandomi dal mondo virtuale a caccia di relax e raccoglimento in quello reale. Spero di riuscire a scrivere, o a riscrivere. Almeno spero di riuscire a ricaricare le pile, cercando di immedesimarmi per quanto possibile in un pannello solare o in un pesce, perché gli ultimi mesi – e persino questi ultimi giorni – sono stati una corsa infernale.

Arrivederci a dopo ferragosto, quindi. Per chi dovesse passare di qui e avesse voglia di leggere qualcosa di meno recente (che significa praticamente nuovo, vista la corta memoria del web) vi ricordo che ci sono alcune pagine che raccolgono quasi tutti i post. Tra le più recenti:

Che l’estate vi sia propizia!