Biblioteca Scarparo #31


È venerdì: tempo per la fantasia e per le quarte. Invece di farsi irretire dal solito occhio di Nicole Kidman, preso dai poster di Eyes wide shut, la Biblioteca Scarparo prende il Doppio sogno di Schnitzler e gli dona una sfumatura d’urgenza.

Buona scrittura!

La verità è l’anima della storia: un po’ di accademia.


Abbiamo preso il thriller paratattico e abbiamo cercato di capire come la costruzione di una storia abbia a che fare con la verità. Meglio: con la nostra verità. I voti non sono stati molti ma alla fine hanno premiato Helgaldo. La cosa interessante, al di là delle spiegazioni date dai votanti, è cercare di capire in profondità perché sia stato scelto lui e non gli altri. Il fatto è che lui ha più mestiere di noi e ha svolto l’esercizio in maniera corretta. Di certo meglio di me, che predico (forse) bene ma fatico ancora a calare la scrittura in certi meccanismi. La sua storia è risultata più vera, più credibile; al nucleo di quello che ha scritto c’è una verità in cui lui per primo crede mentre io ho fatto l’istrione e ho gridato parole travestite da verità ma vuote. Chi legge è in grado di percepirlo: in un caso la storia è interessante e nell’altro ci è indifferente.

Provate a fare mente locale per un attimo: perché il thriller paratattico funziona come esercizio? Helgaldo sostiene che sia perché è scritto sufficientemente male, a bella posta. No: il thriller funziona perché sono solo fatti e non c’è “storia”. Una storia non ha nulla a che fare con i fatti che la compongono. Prendete la vita di Giovanna d’Arco: è stata ripresa molte volte e voi stessi avrete forse visto diversi film che la riguardano. I fatti saranno sempre quelli: la nascita, le visioni, le battaglie, la caduta, il rogo. Eppure ogni film, ogni regista, ne avrà tratto una storia diversa, con una protagonista del tutto diversa: a volte pazza, a volte santa, a volte libera e battagliera e così via. Perché i film sono persino all’opposto, dunque? Perché ciascuno di essi è una diversa metafora della vita e racconta una verità: quella dell’autore della sceneggiatura.

Narrare è dimostrare questa verità in modo creativo. La storia è la prova vivente di un’idea; la conversione in azione di quell’idea. Una storia è il modo in cui si dimostra quell’idea senza spiegarla.

Miniplot #11


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L’esercizio di oggi è il Miniplot: si tratta di scrivere non più di qualche riga, che cominci con l’incipit che vi segnalerò. Una menzione d’onore a chi saprà scovare da quale libro io abbia tratto la frase che diventa il nostro punto di partenza.

L’incipit di oggi è: “È capitato anche a persone civili di tirare contro il muro un libro che odiano”…

Il mio miniplot è: È capitato anche a persone civili di tirare contro il muro un libro che odiano, e la parete di fianco al mio letto è per me una carta geografica. Una mappa, sì: la mappa del mio disgusto. Quell’ombra rossastra, lassù, è “Moby Dick”. Quello spigolo verde più a destra è qualcosa di Eco, uno degli ultimi. Poco sopra il pavimento c’è Volo, nomen non omen. Gli ebook, in questo, sono dei lemmings: il primo brutto si porta dietro tutta la libreria, incurante delle qualità degli altri. Quel buco orlato di nero, a mezz’altezza, è lo scoglio dal quale si sono gettati in mare.

Thriller n. 71: la votazione


photo credit: i voted via photopin (license)

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Riprendiamo le nostre vecchie abitudini: c’è un thriller da votare. Abbiamo tempo per farlo fino a mercoledì, quando non ci sarà un nuovo thriller ma forse qualcosa sui dialoghi. Vedremo. Oggi comunque sui torna a parlare della Verità e del modo in cui autori, narratori e personaggi sono in grado di trasmetterla.

Nelle pagine seguenti ci sono gli esercizi, riportati in ordine di apparizione. Nell’ultima pagina trovate il modulo per la votazione e anche i voti, man mano che arriveranno.

Buona lettura, buon voto e buon thriller a tutti.

Thriller paratattico n. 71 – L’insostenibile peso della Verità


Dopo qualche mese di assenza torniamo a parlare del Thriller Paratattico di Helgaldo. Non sarà l’inizio di una nuova serie ma un esercizio estemporaneo, nato da una riflessione su cose che ho letto in rete: oggi parliamo dunque della Verità.

Helgaldo, in un suo guest post pubblicato sul blog di Salvatore, ha scritto:

Oscar Wilde ha fallito. Come Dorian Gray combatte e perde la sfida per conservare la sua bellezza fisica, così Wilde perde quella con l’estetica letteraria. Il suo classico, tutti i classici, vengono indicati come oggettivamente belli perché hanno resistito all’usura del tempo. Ma è una conclusione scorretta, a mio avviso. Non si tratta di bellezza estetica. Si tratta invece di verità.
Dorian Gray e tutti i classici che gli sono pari, sono oggettivi perché veri, non perché belli. Nel profondo raccontano la verità. E la verità sa essere bella anche quando è cruda, spiacevole, inguardabile. E tutte le volte che da lettori incrociamo libri veri, quei libri inevitabilmente ci attraggono e ci piacciono. Allora, istintivamente, li definiamo belli.

Anche Giulio Mozzi in “Parole private dette in pubblico” dice:

Insisto: la letteratura serve a parlare della verità. Non ha competenza esclusiva sulla verità. Non ha pretese sulla verità. Non si dà lo scopo di determinare la verità. […] Possiamo parlare della verità indipendentemente dalla nostra opinione sulla sua esistenza, così come possiamo parlare indifferentemente di cose che esistono e di cose che non esistono […] La letteratura non ha altra utilità.

Infine Francesca de Lena  nel suo blog commenta:

La verità (che non possederemo mai) di un narratore è quello in cui crede e quello in cui crede determina il mo(n)do – il contenuto, la forma, lo stile, il montaggio, il punto di vista, i personaggi, la trama, le scene – con cui comporrà la storia. Questo è il motivo per cui un corso di scrittura creativa e qualsiasi discorso sulla narrazione dovrebbero cominciare non dal “punto di vista” o dal “personaggio” ma da: l’idea in cui credi.

Tutta questa premessa solo per dire che, quando scriviamo, il nostro faro dovrebbe essere la nostra verità sul mondo (o almeno una delle nostre verità sul mondo). Senza questo ingrediente scriveremo una magari bella successione di scene e di dialoghi ma difficilmente scriveremo una storia che possa interessare un lettore.

E dunque?, direte voi. Dunque è qui che si annida il seme da cui cresce quella pianta assai elusiva che è la voce di un autore: sono le sue verità che ce lo fanno odiare o amare. Ma questo non basta: la verità dell’autore si esplicita non (solo) attraverso il narratore ma (soprattutto) attraverso i personaggi e le loro verità. È il cozzare (cioè il confliggere) di quelle verità che mostra quanto sia vera (o quanto sia del tutto falsa) la verità del narratore e, in definitiva, quanto sia vera la verità dell’autore.

Adesso entra in gioco il nostro thriller: voi avete le vostre verità e i personaggi hanno le loro: mostratecele. Riscrivete il thriller in questo senso. Oppure scrivete un monologo per un personaggio (magari anche per più personaggi). Mostrateci la loro verità e, sullo sfondo, la vostra verità attraverso il thriller. Come già per l’esercizio sulla voce dei personaggi , nel caso dei monologhi non è necessario dare troppe indicazioni su chi stia parlando: si dovrebbe capire a orecchio.

Sarebbe interessante vedere cosa succeda quando la verità del narratore e quella dell’autore divergono. Facciamo un esempio: Billy Budd, in lettura proprio in questo periodo da Helgaldo, può essere interpretato come una metafora della natura. Almeno così sostiene Wikipedia: poiché Billy è ‘radicalmente buono’, non può integrarsi nella società umana. Di fronte all’ingiustizia Billy non può parlare, può solo agire: la natura è muta. Poniamo invece che il capitano Vere avesse evitato di condannare Billy perché personalmente convinto che egli sia buono. Che addirittura avesse fatto condannare Claggart per diffamazione. Come sarebbe cambiata la storia? Alla fine, comunque, tutti sappiamo che le cose al mondo non vanno così e la storia sarebbe diventata una specie di dimostrazione per assurdo, fatta da Melville.

Torniamo a noi: io e il mio narratore abbiamo le nostre verità in tasca. I miei personaggi hanno le loro. Potrei usarli per fare dimostrazioni per assurdo o per mostrare quanto io abbia pensi di avere ragione. Ecco dunque i miei assunti di partenza:

  • Narratore: la realtà è uno schifoso incubo.
  • La ragazza di Montmartre: la realtà è un bel sogno.

Svolgimento

La ragazza si era persa per Montmartre. Giovane e leggiadra aveva imboccato quegli stretti vicoli, acciottolati con malagrazia, incurante di tutto: del proprio vestito corto e sbarazzino, delle scarpe con il tacco alto, della borsetta troppo facile da sfilare. Ma, soprattutto, incurante del sole che scendeva. Si era trovata senza accorgersene spersa in una ragnatela di vecchie e buie viuzze, senza idea di dove andare. La paura era salita, gelida. Era salita su dalle caviglie fino a stringerla alla gola.
Le era sembrato un segno che, in tutta quell’oscurità, fosse spuntata una lama di luce su per una scala: prima che quel miraggio svanisse, si era affrettata a salire i gradini che portavano verso quell’insperata salvezza, travestita da voci festanti dietro una porta.
Attraversata la soglia s’era trovata in un bar. In un bar di ubriachi, per la precisione. Le voci s’erano spente di colpo. Uno aveva posato il boccale e s’era alzato dalla sedia, senza staccarle gli occhi di dosso. Poi un secondo. Un terzo. Il resto li aveva seguiti: quelli erano un gregge, lei era il pascolo.
Le loro mani s’erano protese. La borsetta era stata la prima a sparire, poi quelle dita luride avevano cominciato a saggiare la consistenza della stoffa leggera e, sotto di quella, delle sue carni delicate.
La ragazza aveva gridato. Aveva scalciato, graffiato, morso. Aveva chiuso gli occhi per non vedere. Aveva spento la mente per non sentire. S’era riavuta solo quando polsi e caviglie erano stati morsi da una nuova sensazione: corde e legacci ruvidi, buoni solo per segare la pelle. Braccia possenti l’avevano caricata di peso, il vento fresco della notte l’aveva investita dappertutto e lei aveva volato. Oh, sì: per un istante aveva volato. L’aveva fatto abbastanza a lungo da pensare di poterlo fare per sempre.
Poi era stata l’acqua. Nera. Fangosa. Risa sguaiate avevano accompagnato il suo dondolio, nell’attesa che andasse a fondo. O che arrivassero i ratti, partiti dalla riva affamati e curiosi. Il fiume le invase la gola. Il naso. I polmoni. Finalmente avrebbe dormito per sempre.
E lo avrebbe fatto se non ci fosse stata quella mano: gentile, ma insistente. E quella voce che la chiamava. Non voleva svegliarsi, non ora che avrebbe potuto dormire.
Aprì gli occhi: c’era il dentista, davanti a lei. «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!» La notte era svanita. Il suo sogno sarebbe rimasto.

Infine ecco la base di tutto, il thriller che tante volte ci ha accompagnato:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Ricordate che da domenica, come al solito, pubblicherò un post per votare i vari svolgimenti. Buona scrittura!

Miniplot #10


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L’esercizio di oggi è il Miniplot: si tratta di scrivere non più di qualche riga, che cominci con l’incipit che vi segnalerò. Una menzione d’onore a chi saprà scovare da quale libro io abbia tratto la frase che diventa il nostro punto di partenza.

L’incipit di oggi è: “Che noia. E lo chiamo giocare”…

Il mio miniplot è: Che noia. E lo chiamo giocare: correre dietro a un pallone come metafora della mia vita, i cui obiettivi rotolano davanti a me senza che abbia l’opportunità di raggiungerli. Di prenderli a calci. Ma solo di esserne preso a calci.