Il libro: una partita a scacchi tra autore e lettore


Oggi proveremo ad approfondire il discorso che abbiamo iniziato martedì in una delle rare pause dai “Consigli di Scrittura”. Là abbiamo parlato del ritmo e del fatto che una storia sia un delicato meccanismo che prevede due attori per funzionare: l’autore ed il lettore. Come in tutti i lavori di squadra è necessario che ci sia affiatamento e che entrambi si vada nella stessa direzione con lo stesso passo.

Però eravamo rimasti molto sul generico su come fare in modo che chi legge voglia mettersi in squadra con noi. Dopo tutto non abbiamo nessun mezzo se non proprio quella storia che abbiamo già scritto. Ecco quindi che dobbiamo anche – come se non fosse già abbastanza complicato – usare un personaggio ulteriore mentre scriviamo: il lettore. Un personaggio che non compare mai ma che interagisce profondamente, avendo il diritto anche di chiudere il libro dopo 2 pagine e di metterlo nel caminetto per accendere il fuoco (sperando che non abbia un Kindle!).

Quando abbiamo stabilito chi sia il nostro lettore di riferimento abbiamo il compito di andare da lui e chiedergli se vuole partecipare alla nostra storia: per me l’inizio del libro serve esattamente a questo. Un po’ come quando eravamo bambini e si approcciava qualche altro ragazzino/a dicendogli: “Vuoi giocare con me?” Subito dopo era d’obbligo spiegargli a cosa avremmo giocato. Eventualmente con quali regole.

Noi non possiamo (ma qualcuno lo fa…) fare una prefazione fuori dalla storia che racconti della storia. Dobbiamo convincere subito chi legge. Ancora di più dobbiamo convincere chi, magari prendendo in mano un nostro libro da uno scaffale oppure vedendo due righe su di un monitor, non sa ancora di voler leggere la nostra storia. E dunque, come fare?

Di sicuro, secondo me, serve un accenno al dilemma che da il “la” alla storia: questo comunica in realtà a che gioco vogliamo giocare. Poi ci sono due cose che chi legge non può fare a meno, anche inconsciamente, di notare: il punto di vista del narratore e l’ambientazione.

Il primo immerge chi legge nella storia. Oppure lo tiene al di sopra. Non è detto che un modo sia meglio dell’altro: dipende dalla storia. Ancora una volta chi scrive sta costruendo una complessa e delicatissima macchina, in cui va pesata ogni singola virgola per mantenerne l’equilibrio complessivo.

L’ambientazione invece comunica le regole del gioco: se il lettore ha pochi dettagli, come farà a capire cosa succede? O è proprio il senso di spaesamento il nostro obbiettivo? Se do troppi dettagli inutili finirò per confondere chi legge. Ma se sono necessari così tanti dettagli perché tra trenta pagine succederà qualcosa, qual è il modo migliore di darli senza stancare chi se li deve sorbire?

E voi? Come giocate la vostra partita a scacchi con chi legge per fare in modo che alla fine vinciate entrambi?

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6 thoughts on “Il libro: una partita a scacchi tra autore e lettore

  1. Sai come?
    Mi immagino lettore di me stesso. Voglio stupirmi (in modo onesto e lucido) delle cose che scrivo, mettermi nei panni di chi legge, dire “cazzo, ma questo è un colpo di scena!” o “naaah, non va bene!”.

    Moz-

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  2. Beh, non sono una scrittrice, anche se amo scrivere, e sinceramente, vado abbastanza ad istinto, passione e amore per ciò che scrivo. E se devo pensarci su, l’unico punto è non annoiare me stessa. Se mi annoio io figurarsi che legge… quindi leggo e rileggo, smussando le parti più “flosce”, ecc. fino a che noi mi annoio più 😀

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    • Ciao Vivy!
      Certo la noia è un buon indicatore del fatto che la storia sia appassionante. Il mio problema è che quando la storia “ce l’ho in mente” finisce che tralascio molti particolari: per me sono ovvi ma per chi legge in effetti no.
      E così finisce che per me è una storia bellissima e per chi legge un guazzabuglio indigeribile! 😉

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      • beh per quello che leggo di ciò che scrivi (mi sono preposta di leggere il tuo romanzo, spero di riuscirci ma porca paletta 24ore sembran poche :S ), mi piace perchè tu sai “sintetizzare” al contrario di me, che ci metto, a volte, una vita per smussare… cioè sei diretto, perciò non annoi. Non so riguardo ai particolari, forse dovrei appunto leggere il tuo libro… comunque i buoni lettori hanno molta immaginazione! 😉

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