Valzer tra le pagine di un libro


Qualche giorno fa Maria Di Biase in un post intitolato “Se una notte d’inverno Italo Calvino mi avesse invitata a ballare” faceva un interessante paragone tra la danza di coppia e la lettura:

Io voglio comandare, o meglio, io voglio condurre. Non è un volere espresso, è più un consiglio tacito, del tipo che forse se facciamo come dico io viene meglio. Con i libri è lo stesso: per quanto mi lusinghi l’idea di seguire un percorso di parole creato apposta per me, è difficile che qualcuno riesca a impormi un passo che non è il mio.

Devo ammettere che la sua affermazione non mi trova d’accordo né nella danza né nella letteratura.

Il paragone tra danza e scrittura però è molto pertinente e mi sembra ottimo: partiremo dalla danza per riportare nella scrittura gli stessi concetti.

Prima di tutto bisogna ribadire che i balli di coppia, anche se può sembrare strano, si fanno in due. Quindi chi dice che la donna deve farsi portare dall’uomo mente sapendo di mentire. La dama si fa portare quando si fida del cavaliere: uno degli esercizi che si fa, raggiunto un certo grado di competenza tecnica, è di far ballare la dama bendata. Cosa significa? Certo non che la dama è succube del cavaliere. Significa solo che la dama non deve farsi distrarre da quello che vede (ad esempio un cavaliere più bello!) ed ascoltare solo chi la fa ballare. In cambio il cavaliere deve pensare per entrambi. Non può permettersi di fare un passo che la sua dama non sia capace di replicare, pena una rovinosa caduta per entrambi. Non può iniziare una figura senza aver correttamente dato i segnali con una guida decisa, ma delicata. Non prepotente. Il cavaliere deve sentire la sua dama; sapere cosa stia facendo tanto bene quanto lei. Il ballo è un discorso; non è un monologo. Lui non balla da solo e deve condurla solo dove sa per certo che lei lo possa seguire. Il ballo non è una lotta; forse nel ballo lottano le coppie che lottano anche fuori dalla pista. Ma il ballo, quello vero, è un’altra cosa.

Nella scrittura credo sia la stessa cosa: lo scrittore è il cavaliere ed il lettore la dama. Purtroppo però non abbiamo ore ed ore di scuola di ballo in comune. Sappiamo solo che c’è una musica e che ne conosciamo entrambi i passi. Ecco allora che chi scrive non può permettersi, appena sceso in pista, di partire a razzo con una figura impossibile. Bisogna accertarsi che la nostra dama ci possa seguire. Che si abitui al nostro passo. Qui abbiamo la prima differenza vera tra uno scrittore ed un cavaliere: chi balla ha un feedback immediato dalla propria partner. Chi scrive, no. Questo ritorno dovrebbero darcelo i nostri lettori alfa e beta, gli editor, e tutti coloro che possono veramente parlarci di persona. Senza le loro lamentele, come potremmo sapere se stiamo facendo il passo più lungo della gamba?

Però, chi scrive, non può dimenticarsi di chi dovrà leggere. Non può e non deve: altrimenti potrebbe tranquillamente evitare di scrivere e pensarsele per i fatti propri. Con molta meno fatica, anche se forse con non altrettanta soddisfazione. Ecco perché bisogna partire con un passo magari leggero, anche se sappiamo che sarà destinato ad aumentare. Poche cose, ma ben chiare: non bisogna lasciare indietro nessuno. Il tempo delle accelerazioni verrà più avanti.

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