Iperromanzo/3. Il libro come labirinto (parte seconda).


Ho fatto uno sbaglio: nel post di ieri ho avuto paura di essere un po’ troppo pedante e didascalico ed invece ho finito per essere criptico 🙂

Prendendo spunto dal dialogo e dai commenti che ho avuto da Miki Moz e Blogghidee cercherò di rendere più chiaro il parallelo tra l’architettura della storia ed un labirinto, magari anche mostrando esplicitamente i problemi che ci vengono posti nei vari casi.

Labirinto unicursale classico

Un corridoio che inizia e porta fino alla fine senza possibili deviazioni. Cioè esattamente la struttura di un libro di carta (o di un ebook senza hyperlink): si legge dalla prima pagina all’ultima. Chi non segue questo schema è condannato a non capire la storia raccontata, quanto meno. Siamo tutti abituati a questo tipo di struttura e non ci sono problemi di sorta nella comprensione (a patto di scrivere bene, ovviamente).

Labirinto ad albero

È un corridoio con dei bivi. Generalmente ha una sola uscita e quindi è unicursale; però nel caso di un iperromanzo, potrebbe avere più di un finale accettabile (le foglie dell’albero, per dirla in informatichese) e quindi essere di fatto multicursale. L’esempio più banale è un romanzo a scelta: “Vuoi che il protagonista faccia A (vai a pag. X) o B (vai a pag. Y)?

In questo caso ogni domanda è un bivio; la cosa importante è che non vengano mai messe in discussione le scelte fatte precedentemente. Solo che certe opzioni potrebbero portare a punti morti della storia; a questo punto sta all’autore decidere se quella situazione senza altri sbocchi possa essere un finale accettabile oppure no. Ad esempio: l’ultima scelta conduce alla morte del protagonista. È un finale accettabile? Oppure: il nostro detective, con quella linea di ragionamento, non conclude nulla e viene estromesso dall’indagine. È un finale accettabile? L’autore, però, in questo caso ha a disposizione un’arma in più: invece di scrivere FINE (per K.O., credo) potrebbe rimandare con un link ad un punto della storia in cui il detective faccia obbligatoriamente la scelta giusta… In quest’ultimo caso non possiamo parlare rigorosamente di un labirinto ad albero, però la sostanza è quella e lo teniamo qui.

La cosa interessante di questa struttura è che non ci si può perdere: basta la classica regola della mano destra (entrare toccando con la mano destra il muro e svoltare senza mai staccare la mano dal muro — nel nostro caso scegliere sempre solo la prima opzione proposta, ad esempio) per non perdersi. Con questo sistema si esce sempre; nella peggiore delle ipotesi si esce dall’entrata.

Labirinto a rete

In questo caso vi possono essere molteplici cammini che portano all’uscita. Oppure più in generale a molteplici uscite (ecco perché, di solito, è noto come multicursale).  Per gli appassionati di informatica (o di matematica) questo è un grafo a cammini multipli: uscirne è un grosso problema anche per un computer e per farlo comunque serve abbastanza memoria per registrare tutti i percorsi già fatti.

Il problema vero, negli iperromanzi tanto quanto nei labirinti, è che ci si perde. Facciamo un esempio: Abbiamo molte stanze, quadrate, ciascuna delle quali è arredata in modo caratteristico e presenta tre porte su tre pareti distinte. Ogni porta immette in un’altra stanza con le medesime caratteristiche. Senza dubbio siamo all’interno di un labirinto. A differenza di chi legge solamente, però, ci sono molti indizi che ci aiutano. Appena entriamo in una stanza sappiamo da quale porta siamo entrati: quando dobbiamo scegliere da che parte uscire sappiamo perfettamente che le possibilità reali tra le quali scegliere sono solamente due. A colpo d’occhio, dato l’arredamento, possiamo stabilire se siamo già passati in una stanza oppure no. Dati i punti cardinali (anche stabiliti arbitrariamente) sappiamo se stiamo attraversando il dedalo di stanze verso nord o verso est.

Quando leggiamo, queste sono informazioni che non abbiamo: dopo 20 pagine (l’equivalente di una stanza, diciamo) se ci chiedono quale delle tre scelte fare potremmo tranquillamente scegliere la porta dalla quale siamo entrati. E potremmo accorgerci solo dopo molte pagine di essere finiti in una “stanza” che abbiamo già visitata. Ecco perché si genera facilmente un senso di frustrazione. Se ci perdiamo nel labirinto delle scelte, l’unica scelta vera che avremo è se tenerci l’ereader oppure tirarlo fuori dalla finestra (don’t do this at home!  🙂 )

La morale della storia

La morale è che una storia è sempre un labirinto. Però, per non perdersi, servono alcune condizioni: che sia un labirinto classico (nel quale non ci si può perdere) oppure che sia strutturato per non farci perdere.

Mikimoz ieri ha detto: “nell’iperromanzo non bisogna esagerare. Meglio una caccia al tesoro reale”. E questo è il succo della morale: nel labirinto di una storia è facilissimo perdersi. In un labirinto estremamente più complesso come può essere una città, con le sue strade, i vicoli a fondo chiuso, le piazze e quant’altro, non ci si perde quasi mai (e non perché abbiamo il navigatore).

Allora c’è una sola soluzione a questo problema: bisogna che l’autore aiuti il lettore a non perdersi. Vedremo come sia possibile nel post conclusivo (sempre a patto che questa volta mi sia spiegato meglio!)

***

Leggi tutte le pagine del progetto.

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6 thoughts on “Iperromanzo/3. Il libro come labirinto (parte seconda).

  1. E se, e qui riprendo un concetto sul quale l’industria videoludica sta sbattendo la testa almeno da oblivion in poi, l’iperromanzo fosse un romanzo verista? non importa veramente che il lettore percorra una serie di stanze fino a un finale accettabile, potrebbe anche solo girovagare di stanza in stanza (che potrebbero essere le zone di una città) e leggere che cosa fanno gli abitanti della città stessa. Ogni stanza avrebbe i suoi personaggi e il lettore dovrebbe operare due tipi di scelte ogni volta: scelta a) che direzione prendere, scelta b) che esito avrà la situazione che si sta svolgendo nella stanza in cui è.

    Quando, e se, tornerà in quella stanza, troverà una diversa situazione, frutto della sua scelta precedente.
    Le situazioni potrebbero venir modificate anche dalla risoluzione di altri avvenimenti occorsi in altre stanze (ad esempio, se al mercato il lettore decide che i contadini in lotta per la proprietà di un maiale lo macellino e lo dividano la volta successiva troverà i due contadini intenti a chiacchierare bevendo vino, se nel mentre in un’altra stanza il Re sarà morto il lettore li troverà tristi (o indifferenti) e intenti a commentare la cosa con altri paesani).

    Alla fine il libro racconterebbe una storia anche se non si saprebbe mai chi è l’assassino perché sarebbe una diversa storia, una storia di vite, diciamo 🙂

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    • Esatto! 😉
      La prima parte è una delle soluzioni possibili. Non è un romanzo nel senso che non ha un’inizio ed una fine, ma è comunque una rappresentazione di una realtà effettuabile con un ereader.
      La seconda invece non è realizzabile da un ereader ma serve un computer: la capacità di cambiare una “stanza” in base alle scelte precedenti è basata su di un oggetto che abbia capacità elaborativa ed anche una memoria in grado di registrare la storia della navigazione del lettore.

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  2. Eccomi, ho letto con interesse anche questo articolo.
    Dunque, nel secondo caso, mi permetto di aggiungere le storie-gioco.
    Non so se le hai mai fatte, sono tipo dei giochi di ruolo ad personam, si trovavano su qualche rivista di fumetti specie negli anni ’90. Avevi bisogno di dado e matita per scrivere i valori, e riscriverli nel caso aumentassero o diminuissero.

    E’ una storia che, quando va a finire male (ad esempio, il tuo personaggio muore o fallisce l’impresa) torna ad un ideale checkpoint, il punto da cui poter ricominciare. E’ come un videogame esplorativo ma su carta.

    Le storie a bivio, invece, più che nei romanzi le amavo sui Topolino :p

    Sul terzo labirinto aspetto l’ulteriore post che hai in serbo 🙂

    Moz-

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