Perché leggere, perché non scrivere.


Tutti oggi parlano di scrittura e di lettura: ci dev’essere una congiunzione astrale. Ma, giuro, io di scrivere questo post lo avevo deciso una settimana fa e Carta Traccia ne è  testimone.

Cominciamo dalla base: in Italia si legge poco. Siamo indietro nella graduatoria internazionale sulle ore dedicate a questa attività. Posizione numero 24, credo. Di certo questo forse non è il posto migliore per domandarselo: scrivo storie 5 giorni alla settimana, e negli altri 2 si parla di iperromanzi e di altre amenità varie. Se siete ancora qui (e so che qualcuno ancora c’è) probabilmente fate parte di quei pochi che alzano la media: inutile chiedervi perché gli altri non leggano.

Io mi reputo una persona pratica: faccio della teoria — parecchia — solo quando so che posso permettermelo. E non è questo il caso: non sono un sociologo e non saprei proprio dire perché non si comprino libri. Forse costano troppo? Oppure non siamo più abituati, come sostiene qualcuno, a confrontarci con testi “lunghi”? Non lo so. Però, nel mio piccolo, mi piacerebbe riuscire a fare un esperimento.

“La Calvinata” produrrà un testo piuttosto particolare. Un romanzo ad episodi, costruito per essere fruito da un e-reader piuttosto che sulla carta. Allora, perché non puntare ai possessori di cellulari? Ormai in molti hanno uno smartphone. Ci sono applicazioni per leggere e-book. Il fatto è che, al giorno d’oggi, si trovano per la maggior parte e-book che sono la trasposizione elettronica di una cosa progettata per essere stampata.

Perché invece non fare una cosa pensata proprio per il formato di un telefono? Qualcosa di abbastanza breve da essere letto in metropolitana, mentre si va al lavoro. Oppure in stazione, in attesa della corriera che ci porterà a scuola. Forse, in questo modo, si potrebbero convincere delle persone a leggere in quei momenti che sono diventati improduttivi per tutti. Alienanti, anche.

Ed ora saltiamo la barricata e passiamo allo scrivere: al giorno d’oggi si scrive parecchio. Qualcuno dice anche troppo. Forse a ragion veduta. Io, a questo proposito, dovrei stare zitto e tornare a fare il mio mestiere. Dopotutto, cosa scrivo a fare?

Nel mio caso, dovrei forse pagare uno specialista perché io non voglio scrivere, ma devo scrivere. Non è una valvola di sfogo, perché i miei problemi personali viaggiano piuttosto lontani dalle tematiche delle mie storie. Però sedermi e raccontare una storia è una tentazione alla quale non sono più in grado di resistere. Sarà grave?

A parte il mio caso — patologico — l’impressione che ho è che fare lo scrittore sia un po’ un mito come fare la velina o il calciatore. Dopotutto cosa ci vuole a dimenarsi un po’ in tv? O a calciare una palla? E allora perché non scrivere?

Non è difficile, scrivere. Si prende una penna in mano e si comincia; niente gavetta, niente fatica, nessun capo che rompe. Gli errori? Tanto ci sono gli editor. Cosa scrivere? Mi succedono cose incredibili tutti i giorni!

Io non ci credo. Davvero. Scrivere si porta dietro un carico di fatica e sofferenza che è difficile immaginare, da fuori. Come si fa a scrivere di un padre e di un figlio che litigano, senza essere davvero il padre e davvero il figlio? Senza sentire come proprie le istanze di entrambi? E, mentre si vive sulla propria pelle la lacerazione dei due, mantenere la lucidità ed un distacco sufficienti per descriverla con le parole giuste?

Come si fa a non piangere mentre scrivi la morte di un tuo personaggio? Perché un personaggio non sei tu. Ma è un figlio tuo: l’hai “tirato su” dal nulla. L’hai fatto diventare quello che è diventato. Per poi ucciderlo: perché è sempre un assassinio, quello dello scrittore.

Annunci

6 pensieri riguardo “Perché leggere, perché non scrivere.

  1. 1) perché si scrive troppo e si legge troppo poco? Nemmeno io sono una sociologa, ma due idee me le sono fatte: si crede che scrivere sia facile, e che trovare una propria nicchia equivalga alla bravura, o sia addirittura più importante (anche se, in realtà, è molto più facile trovare quattro gatti che, per i motivi più disparati, ti apprezzino anche solo un po’, che raffinare il proprio gusto, imparare a tagliare, esercitarsi duramente e diventare l’impietoso giudice di se stessi. Questo approccio infantile ed egocentrico si riflette nella lettura: ogni libro è un confronto, a volte uno scontro con l’altro, che può richiedere pazienza, e impone spesso di immergersi in un mondo diversissimi dal nostro – per questo molti non leggono, oppure leggono storie ‘seriali’ che in sostanza non li mettono mai veramente alla prova.
    2) sapevi che negli anni ’90 in Giappone era nato il fenomeno dei romanzi per cellulare? Sono al livello degli harmony come qualità letteraria, ma il mezzo di diffusione è interessante.
    3) se scrivi per necessità, probabilmente hai solo un grave caso di sincera vocazione alla scrittura 😉

    4) forse uccidere un nostro personaggio fa così male perché è come uccidere con le nostre mani un nodo di pensieri, di sensazioni, di speranze che ci appartiene e che nutriamo/abbiamo nutrito nella vita di tutti i giorni?

    Mi piace

    1. Ciao e benvenuta 🙂
      Mi è già capitato diverse volte di domandarmi se in Giappone siano così più avanti di noi o se noi siamo più indietro, ma solo sulla stessa china. Non mi sono ancora dato una risposta 😉 Diciamo però che è un segno promettente.
      Sono domande interessanti, le tue. Con risposte tutt’altro che scontate o banali.
      Mi piacerebbe approfondire anche il discorso sugli infantilismi/egocentrismi: uno spunto interessante che però merita una adeguata riflessione.

      Mi piace

      1. Grazie 🙂 sì, in effetti probabilmente ho tirato fuori la punta d’iceberg di una serie di processi complicatissimi che sono culturali, politici, economici e riguardano tutta la società piuttosto che solo il campo letterario. Ti dirò, sono in Giappone adesso e… non sono né più avanti né più indietro, sono diversi. Molto diversi. E hanno problemi diversi, ma non minori (un esempio letterario: le loro storie non hanno struttura -cosa che può piacere o no- e sono dei pessimi scrittori di finali). Sono contenta di aver detto qualcosa che consideri interessante 🙂 ovviamente se questo ti stimola altri post sono più che contenta!

        Mi piace

          1. Hanno una strana concezione del tempo, che ovviamente si riversa nelle loro storie. Per capirci, non hanno la struttura in tre atti, il climax ecc., hanno storie “a paravento” dove le vicende si susseguono senza una vera continuità emotiva… ovviamente le sensazioni che si provano a leggere una storia del genere sono particolari, e spesso non si adattano ai gusti occidentali. Sono qui a Tokyo da qualche giorno e, nonostante tutti gli studi che ci ho fatto, la mia prima impressione è molto comune: non capisco se siano geniali o semplicemente pazzi furiosi.

            Mi piace

Lasciare un commento è sempre una buona idea!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...