Il non-sapere


Il non-sapere è cruciale per l’arte; è ciò che permette all’arte di esistere. Senza il processo di ricerca generato dal non-sapere, senza la possibilità che la mente si muova in direzioni imprevedibili, non ci sarebbe invenzione.
Donald Barthelme, da “Not Knowing: the Essays and Interviews of Donald Barthelme”. Leggi l’originale.

photo credit: s.r.shemul via photopin cc

Tredici miliardi di anni fa le brane multidimensionali si toccarono e cominciarono a vibrare; le vibrazioni produssero degli scompensi e l’energia del vuoto di colpo si era trasformata: ne erano nati una grande quantità di fotoni che, scontrandosi, avevano prodotto le particelle più elementari di materia ed antimateria. Queste, a loro volta si erano annichilite, riconvertendosi in energia. Il processo, durato una frazione infinitesima di secondo, aveva dato il via a quel processo di inflazione cosmica che noi conosciamo sotto il nome di Big Bang.

***

Marco lavorava al CERN ma era un tecnico, non certo un fisico. Era uno degli ingegneri addetti al buon funzionamento di ATLAS, un enorme rivelatore lungo 46 metri per un peso di circa 7000 tonnellate: nel suo cuore le particelle, accelerate fino a spingerle quasi alla velocità della luce, collidevano. Dopo tutto, i fisici sperimentali si comportano come i bambini che fanno scontrare le macchinine perché si rompano e si possa così scoprire come sono fatte dentro.

Allo stesso modo, svariati metri nel sottosuolo delle Alpi, facevano scontrare atomi e particelle per romperli e scoprirne i mattoni fondamentali; l’uso di energie tanto elevate, però, costringeva materia ed energia ed uscire dai canali della normalità per entrare in stati che gli stessi fisici definivano “esotici”. Siccome la casualità è sempre pronta a mettere lo zampino all’interno dell’ordinario, i pacchetti di particelle che si scontravano in ATLAS avevano cominciato a far vibrare una piccola porzione del nostro universo in maniera anomala.

Gli urti sincronizzati avevano costretto l’energia, confinata nel cuore del rilevatore, a vibrare nello stesso modo; la frequenza degli scontri, per un caso assolutamente fortuito, era entrata in risonanza con le vibrazioni di quel pezzetto di spazio-tempo finché le fluttuazioni l’avevano condotto a toccare la brana di un universo parallelo al nostro. In condizioni normali tutto questo avrebbe semplicemente significato un secondo Big Bang: Ginevra, la Terra e tutto il Sistema Solare sarebbero stati spazzati via in una frazione di secondo dall’inflazione cosmica. Neppure il limite della velocità della luce sarebbe servito a ritardare l’inevitabile.

Le due brane, però, non avevano rimbalzato, finendo per dare vita ad un nuovo universo, ma si erano attaccate: come se fossero state appiccicose, si erano saldate in un punto. Marco, che stava osservando ATLAS dalla propria cabina di controllo, si era accorto che qualcosa non andava prima di tutto dal rumore: un terribile stridio di metallo che si piega e contorce. Le luci si erano spente di colpo, lasciando attive solo le fioche luci di emergenza; al loro debole chiarore aveva visto un cilindro, di quasi 50 metri per 25 di diametro, curvarsi, accartocciarsi ed infine implodere e sparire in un…

Marco strizzò gli occhi per cercare di capire: al posto di quello che fino a 30 secondi prima era il centro del rilevatore c’era una specie di buco. Non avrebbe saputo spiegare in nessun altro modo quello che vedeva: un foro, incredibilmente nero, a mezz’aria, largo neppure una decina di metri. Uscì dalla cabina per andare a vedere da vicino ma l’oggetto sembrava sferico: comunque ci si girasse intorno si vedeva sempre e comunque un cerchio nero, dal quale sembrava provenire un debole lucore azzurrognolo.

Avvicinandosi ancora un passo a quello che sembrava un grosso strappo circolare fatto nel fondale di un teatro, si rese conto che non era completamente nero. Al di là, deboli, quasi timorose, apparivano delle stelle; cercò di sforzarsi, ma non riuscì a riconoscere nessuno degli asterismi che facilmente si vedono nel cielo notturno dell’Europa. Inoltre fuori era giorno: se quello fosse stato semplicemente un buco si sarebbe vista la luce del sole. Sempre più perplesso, Marco si avvicinò ancora ad un passo.

Gli occhi sempre fissi su quel cerchio scuro, si rese conto che c’era qualcos’altro, che non andava: una leggera brezza lo accarezzava sulla nuca. Solo che, chiuso in un tunnel sotterraneo, non è possibile che ci sia vento: l’aria è garantita solo dalla circolazione forzata degli impianti di aerazione. Impianti che, dato il black-out, erano fermi.

Continuando a girare attorno a quest’oggetto misterioso, Marco aveva continuato a sentire questa brezza soffiargli sulla schiena; l’unica spiegazione sensata, quindi, era che l’aria stesse sfuggendo attraverso il foro. Se al di là ci fosse stato il vuoto dello spazio, si sarebbe generato un vento di proporzioni bibliche; l’unica spiegazione ragionevole, in un contesto tanto bizzarro, era che anche sull’altro lato ci fosse aria, solo con una pressione appena inferiore a quella che sperimentava lui: ovunque conducesse quel foro, non portava tra le stelle.

Se c’era atmosfera, c’era un pianeta con una superficie al di là e decise di fare un tentativo: essendoci aria su entrambi i lati del foro, forse il suono avrebbe potuto passare. Prese un pezzo di lamiera, residuo dell’apparato che era stato risucchiato, e lo gettò nel buco pieno di stelle.

Non appena l’oggetto attraversò il punto che congiungeva le due brane, si generò un forte lampo di luce; dopo neppure un secondo si udì il rumore di qualcosa che cade su qualcosa di morbido: lo stesso rumore che si può sentire gettando un sasso su un letto di foglie.

Marco guardò meglio il foro: adesso si era decisamente ristretto. Forse il passaggio di materia aveva assorbito l’energia che lo stava tenendo aperto ed era quindi diminuito il volume di questa zona di contatto tra il qui-e-ora con… Già. Con cosa? Poteva essere la Terra. Magari all’altro capo del globo. Oppure la Terra qui, ma non ora; nel passato tanto quanto nel futuro. Oppure anche un qualsiasi posto in questo universo, in un tempo qualsiasi. E per finire, un posto qualsiasi in un altro universo qualsiasi. Il ventaglio di possibilità gli fece girare la testa.

Lui, Marco, si trovava sul confine dell’ignoto. Più di quanto qualsiasi altro uomo nella storia. Al suo confronto, sparivano i più grandi esploratori. Non c’era Colombo. Non c’era Marco Polo. Persino Ulisse davanti alle colonne d’Ercole diventava Nessuno. C’è forse, per la mente dell’uomo, forza d’attrazione più grande del nulla? La nostra specie ha un horror vacui della conoscenza: la possibilità di vedere per primo qualcosa che nessuno ha visto è una tentazione. La più irresistibile di tutte. Prese una scala, di quelle che una volta erano servite per la manutenzione del rilevatore, e la portò in prossimità del foro. Salito fin in cima si ritrovò finalmente all’altezza dello strappo nello spazio tempo: da lassù poteva dare un’occhiata a cosa c’era dall’altra parte.

Si trovò a fissare un terreno coperto di fitta vegetazione: foglie di una forma bizzarra si rincorrevano lungo steli ricurvi; cespugli spinosi sembravano farsi largo tra folti ciuffi di una specie di erba le cui foglie erano incredibilmente grosse e rigide. In mezzo a questo spettacolo alieno, giaceva il rottame del rilevatore, coricato su un lato dopo aver schiacciato una macchia di felci deformi.

— Marco! Cosa succede?

Finalmente stavano arrivando anche gli altri ragazzi del suo team più qualche fisico che era sceso di fretta dalla sala controllo principale.

— Cos’è… quello?

Conosceva di vista l’uomo che gli aveva posto la domanda: sapeva solo che era uno di quelli che guidavano i team di ricerca. Marco, in cima alla sua scala a quasi cinque metri d’altezza scosse il capo.

— Non ne ho idea. È un buco: ci sono stelle, al di là. C’è il rottame di ATLAS e c’è vegetazione: però è molto strana e non è verde. È violacea.
— Violacea? Senti, fa lo stesso. Vieni giù! Quello mi sembra tutto tranne che un posto sicuro.
— Scendere? — Marco lo fissò, come per metterlo meglio a fuoco. — Non senti l’aria? Sta sfuggendo attraverso questo “foro”; più materia passa più si restringe: tra qualche minuto si sarà del tutto chiuso.
— Meglio. Se si chiuderà quella cosa, saremo tutti più tranquilli! Scendi, ti dico!
— C’è un altro mondo, al di là. Forse un altro universo…
— Scendi!
— Chi non pagherebbe per poter essere al posto di Colombo?
— Per favore!
— O di Armstrong?
— Pensaci: loro sono tornati.
— Anche se non tornerò, però saprò. Avrò visto. Tu non vorresti sapere?
— …
— Anche a costo della vita? Chi non darebbe tutto, pur di spostare l’orizzonte del sapere?

Detto questo, Marco saltò. Ci fu un lampo bluastro fortissimo; quando gli altri riuscirono a recuperare la vista, il foro si era ridotto alle dimensioni di un pallone. L’aria sfuggendo, fischiava. A questo punto bastava la massa dei gas che la attraversavano per far rimpicciolire la sfera a vista d’occhio: più calavano le sue dimensioni, più il tono del fischio si alzava. Salì, di ottava in ottava, fino agli ultrasuoni. Il gruppo di uomini la guardò restringersi fino alle dimensioni di un pompelmo, poi di un limone, quindi di una palla da golf. Fino a sparire con un piccolo bagliore.

L’aria era immobile; se non fosse stato per la sparizione di un oggetto imponente come ATLAS non ci sarebbe stato nulla di strano, in quel luogo. Si guardarono, attoniti. Nel silenzio più totale.

Nel cuore del rilevatore, la porta si era chiusa un’altra volta.

***

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