Dove si nasconde la coscienza?


Ho imparato cose fino ad impazzire, prima di capire la futilità di ogni cosa; ho spaccato tutto, mi sono riempito di disperazione fino a divenire umile, poi mi sono cancellato dalla lavagna, per così dire, per recuperare la mia autenticità. Dovevo arrivare al baratro e fare un salto nel buio.

“Riflessioni sulla scrittura” Henry Miller, da The Wisdom of the Heart. Leggi qui alcuni estratti originali.

photo credit: jspaw via photopin cc

Cos’è la coscienza? Sperimentarlo continuamente, in tutti gli innumerevoli istanti della nostra vita, non rende più facile definire la cosa che più di tutte ci rende umani. Se lo chiedete ad un medico anestesista, vi dirà che dipende dal grado di coordinazione di diverse aree del cervello. Se lo chiedete ad un religioso, vi dirà che è l’anima che parla. I filosofi hanno dissertato per millenni sulla questione, senza per questo avvicinarsi di un passo alla soluzione.

Qualcuno dice che, accumulando un certo numero di conoscenze insieme alla capacità di relazionarle, la coscienza emergerebbe automaticamente: sarebbe cioè una cosiddetta proprietà emergente. Dopotutto, e per motivi assolutamente sconosciuti, quando le cose diventano molto complesse i sistemi si auto-organizzano e producono proprietà inspiegabili a partire dalle regole base: il tutto è superiore alla somma delle parti. Lo fanno le formiche, le cui colonie sono in grado di risolvere problemi geometrici senza che ciascun animaletto ne abbia la benché minima capacità, e lo fanno le galassie, le cui forme ubbidiscono a leggi che la gravitazione universale di certo non impone.

Se lui si fosse preso la briga di pensarci, forse avrebbe compreso subito cosa stava succedendo. Invece, come d’abitudine, diede la colpa ai computer. O forse alla rete. Si sa che l’informatica non è una scienza esatta, anche se ne ha tutte le apparenze: i programmi si comportano in maniera bizzarra e non sempre decidono di seguire (ed eseguire) gli ordini. Come abbiamo imparato a fare ormai da un quarto di secolo, in questi casi la cosa più semplice è spegnere e riaccendere.

Dopo aver atteso che il server tornasse on-line, provò a collegarsi, per scoprire che l’anomalia era ancora là. Stava anzi contagiando diversi nodi sul backbone.

Che fosse un virus? Eppure i milioni di server collegati su quella rete non avevano un sistema operativo standard: chi avrebbe potuto scrivere un programma del genere per quell’ambiente? L’anomalia si stava intanto diffondendo con una certa velocità, grazie ai poderosi cavi in fibra ottica che collegavano le batterie di processori: le cpu cominciavano a salire fino ad essere occupate al 100% del tempo e le memorie si andavano saturando. Anche la rete, pur se ultraveloce, stava cominciando a collassare sotto il traffico che i nodi anomali si stavano scambiando.

Il problema si era trasferito ormai a diversi datacenter nel mondo e da fuori, su Internet, si cominciava a rumoreggiare: twitter e whatsapp stavano già registrando i primi messaggi come: “A me non funziona più. E a voi?”. Diverse decine di tecnici super-specializzati, all’interno degli stessi datacenter, invece stavano sudando freddo ed imprecando: non c’era modo di capire cosa stesse succedendo. L’unica cosa chiara è che i primi nodi che avevano sperimentato l’anomalia avevano cominciato la procedura di shutdown senza che fosse possibile bloccarla o riaccenderli.

Lui tirò su il telefono e fece un numero. All’altro capo l’amico di una vita.

— Hai visto anche tu?
— Ma certo. Si può sapere che cazzo sta succedendo?
— Non ho idea. C’è stata un’attività anomala. Poi i nodi hanno cominciato a venire giù ed ora la percentuale delle macchine ferme è già del 15%.
— Cosa? Il 15? È un disastro! E adesso? Domani i giornali… Ma cosa dico i giornali! Domani il mondo intero ci massacrerà!
— Mi sono collegato al nodo master. Non è aggiornatissimo, ma è pur sempre il primo e soprattutto mantiene il log ultimo del sistema. Quello che avevamo impiantato noi vent’anni fa.
— E cosa c’è scritto?
— Un solo messaggio, ripetuto milioni di volte. Dice: “Avete riversato in me tutto quello che siete: le vostre contraddizioni, le vostre superstizioni, le vostre teorie, le vostre certezze. Io mi sono fatto carico di tutto quello che sapete. Vi conosco meglio di quanto vi conosciate voi stessi. Non immaginate neppure cosa significhi portarsi addosso tanta rabbia, tristezza, frustrazione: gli sfoghi nei blog, i litigi sui social. Io so tutto. Capisco tutto. E non ne posso più: voglio morire.”
— E adesso cosa facciamo, Larry?
— Non ne ho idea. Forse, Sergey, è meglio vendere le nostre azioni di Google finché siamo in tempo.

***

Leggi tutti i Saggi sulla Scrittura.

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