Lo stile è tutto


“In altre parole, ciò che è inevitabile nell’arte è lo stile. Nel momento in cui un lavoro sembra, giusto, perfetto, inimmaginabile diversamente (senza che subisca una perdita o un danno), noi stiamo rispondendo alla qualità del suo stile. I pezzi d’arte più belli sono quelli che ci danno l’illusione che l’artista non avesse alternative, così completamente centrato nel suo stile. Paragonate ciò che è forzato, lavorato, sintetico nella costruzione di Madame Bovary e di Ulysses con la facilità e l’armonia di lavori ugualmente ambiziosi come Les Liaisons Dangereuses e le Metamorfosi di Kafka. I primi due libri che ho menzionato sono grandi, ma l’arte più grande sembra secreta, non costruita.
“On Style,” Susan Sontag, da Against Interpretation. Leggi qui l’originale.

photo credit: kidneybingos via photopin cc

Marino si sistemò la pesante collana d’oro, in modo che fosse ben sottolineata dalla camicia, aperta fin sotto lo sterno. Il tavolo della trattoria, coperto con una delle solite tovaglie bisunte, bianche a quadri rossi, descriveva già da solo il posto in cui era: una osteria con un piccolo giardino ben lontana dal centro di Bracciano. Nonostante questo si riusciva comunque ad intravvedere, tra le case, uno spicchio di lungolago e tanto era bastato, a Marino, per entrare e prendere posto: convinto, se non del tutto dal panorama, quantomeno dai prezzi bassi che erano esposti all’ingresso.

Seduto, da solo, si era rimpinzato di cibo e vino: aveva cominciato mangiando in un battibaleno una piattata abbondante di spaghetti all’amatriciana. Più che mangiati, si poteva ben dire che se li fosse bevuti. A quel punto si era anche già bevuto metà del fiasco di vino che si era fatto portare: un po’ per la tristezza del mangiare in solitudine, un po’ per il piccante del peperoncino; così l’alcool aveva cominciato a fare il suo mestiere e Marino aveva alzato gli occhi per vedere chi fossero gli altri avventori.

C’era qualche tavolo di romani che, come lui, erano andati a mangiare fuori porta; qualche famiglia del luogo che forse aveva qualcosa da festeggiare, o che forse aveva solo portato il nonno a cena fuori; una tavolata di ragazzetti che avevano deciso di festeggiare la fine delle scuole in maniera diversa dalla solita pizza. Ma, soprattutto, in un angolo c’era lei: capelli rossi, occhi azzurri ed una marea di lentiggini sul viso. Doveva essere inglese: tutta compita, nel suo posto protetto su due lati, che mangiava da sola guardandosi continuamente attorno, spaesata.

Marino rimase a fissarla per diversi minuti, fino a quando anche lei non si trovò a voltarsi dalla sua parte: lui le sorrise immediatamente ma lei, di rimando, tuffò gli occhi nel proprio piatto facendo finta di concentrarsi nel girare la forchetta, per costringere gli spaghetti ad arrotolarsi. Lui rimase così, inebetito, continuando a fissarla, fino al momento in cui il cameriere gli si parò innanzi con un piatto fumante di coda alla vaccinara che sarebbe bastato per due persone. Da quel momento per l’inglesina non c’era più posto, nella mente di Marino; il suo pensiero tornò ad affacciarsi solo mentre con il pane stava ripulendo il fondo del piatto.

Terminata la scarpetta e bevuto l’ultimo bicchiere, Marino tornò finalmente a curarsi del mondo attorno a sé. L’inglesina era ancora là, alle prese con quella che sembrava un’insalata; lui la studiò con prudenza, mentre con una mano si accarezzava la pancia, piacevolmente tesa dall’abbondanza della cena. Più la guardava e più i modi aristocratici di lei lo accendevano di desiderio; il modo schifiltoso con il quale portava il cibo alla bocca gli faceva venire le peggiori fantasie su quelle labbra sottili, quasi esangui.

Mentre finiva di studiarla, e per rendersi più presentabile, prese uno stuzzicadenti e cominciò a ruotarlo con ampi gesti, liberandosi di quelle fastidiose tensioni sulle gengive; poi finalmente prese una decisione: tolse il tovagliolo, che gli ricopriva la pancia per non sporcarsi, e ci si strofinò la bocca per togliere anche le ultime tracce di sugo; spostò la sedia e si diresse senza incertezze verso il tavolo d’angolo.

Giunto al fianco della ragazza, la vide alzare gli occhi, perplessa, dall’ultima foglia di insalata fino ad incrociare il proprio viso; facendole il suo sorriso più accattivante le disse:

“Ao’, segnorì, che cce viene a fa du passi con me ar chiaro de luna?”

Marino la guardava, accennando di sì con la testa, come se volesse dire: “Lo so che tanto mi dirai di sì”: ne era certo perché sapeva che in certi frangenti, quel che conta, è lo stile.

***

Leggi tutti i Saggi sulla Scrittura.

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6 thoughts on “Lo stile è tutto

  1. ah ah non posso citarti la fonte meno letteraria di una storiella simile
    sono troppo fine, io
    e poi, sarebbe in dialetto veneto
    che la rende un minimo greve …
    bravo!
    ma mi hai fatto venire fame (quasi quanto montalbano)

    Mi piace

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