La pressione


Se compari i passaggi più rappresentativi di tutta la poesia vedrai quanto grande è la varietà dei tipi di combinazione, ed anche quanto il criterio semi-etico di “sublimità” non colga l’obbiettivo. Perché non è la “grandezza”, l’intensità, le emozioni, le componenti, ma l’intensità del processo artistico, la pressione, per dire, sotto la quale questa fusione avviene, che conta.
“Tradition and the Individual Talent,” T.S. Eliot, da The Sacred Wood. Leggi qui l’originale.

Che poi ce n’eravamo accorti subito – confermò l’anziano RYg(t) –  che la pressione stava cambiando le cose: da quando gli asteroidi s’erano stretti tutti insieme per andare a formare i pianeti e ci eravamo trovati con la signora S9od e la figlia Psd giù, a soggiornare presso quello che sarebbe divenuto il nucleo ferroso della Terra. Il fatto è che le cose più pesanti, per via della gravità e della pressione, scivolano sempre verso il basso e così avevano cominciato a filtrare, tra le rocce che formavano il soffitto, degli atomi più grossi che ogni tanto esplodevano e producevano una scintilla di calore.

La signora S9od, le prime volte, passava sempre paura e se la prendeva con quelli del piano di sopra rei, a suo modo di vedere, del fatto di fare sempre baldoria:
— Non è che tutti i giorni è capodanno!
andava ripetendo, sempre più inviperita. Infine, com’è come non è, si seppe dal giornale che quella pioggia di mortaretti era una cosa naturale e che sarebbe durata qualche milione di anni.
— Quelli del meteo non l’avevano mica previsto, però. Farebbero bene a cambiar mestiere…
continuava a bofonchiare la signora.

Io però, avevo scoperto che quando scoppiettavano questi atomi scaldavano un pochino, così avevo imparato a raccoglierne una manciata e poi, con l’acciarino, gli davo fuoco a tutti insieme: facevano un bel botto e dopo si poteva stare al caldo per tutto il pomeriggio. Da quando avevo imparato questo trucchetto, raccoglievo dei mucchi sempre più grossi per fare colpo su Psd, perché avevo notato che anche a lei piacevano questi falò di atomi: ci si metteva lì, accoccolati, con la chitarra a cantare e sembrava quasi che tutto il grigiore ed il buio che c’erano là sotto fossero svaniti per sempre. Stavamo in disparte, in fondo ad una caverna, mentre le cantavo una canzone d’amore dopo l’altra; che poi ancora nessuno sapeva cosa fosse una canzone, e forse neppure cosa fosse l’amore. Ma vederla così, in penombra, mentre i suoi occhi mi guardavano e brillavano del chiarore di quel mucchietto che si consumava, mi faceva sentire come se lei potesse davvero capire chi io fossi, in realtà. Pensavo che Psd percepisse i miei pensieri, e che in questo modo, con i miei pensieri pensati da lei, gli stessi pensieri miei diventassero più vivi, persino più veri; e così anche io mi sforzavo di pensare i suoi pensieri, fino a quando, chiusi nella mia testa, i miei pensieri ed i suoi pensieri, o meglio i pensieri che io pensavo che lei pensasse miei e quelli che io pensavo suoi, finivano per parlarsi in una lunga chiacchierata che doveva essere l’archetipo di tutti i discorsi che gli amanti si sarebbero fatti da quel giorno in poi.

Di pensiero in pensiero, raccoglievo mucchi sempre più grandi di atomi, per fare falò che durassero ancora più a lungo per darmi modo di guardarla e pensare con calma, nella mia testa, tutti i nostri pensieri che avremmo dovuto pensare. Il calore generato, però, aveva finito per rendere molli le rocce, che quindi avevano iniziato a comprimersi sempre di più, tanto che ormai si faticava persino a muoversi; la signora S9od aveva voluto chiamare i Vigili del Fuoco e si era creato un gran trambusto con gente che imprecava ed altri che invece si godevano il tepore ed anche la luce che le rocce incandescenti avevano cominciato ad emettere.

Adesso che Psd era alla luce, e che finalmente la potevo vedere bene, sapevo che i nostri pensieri erano in sintonia e che avremmo finalmente potuto guardarci negli occhi tutti i giorni:
— Guarda, Psd! Guarda che bella luce! E che begli occhi, che hai!
Lei però si ritrasse dicendo:
— A me interessava solo stare al calduccio. Così è troppo, però…
e scomparve, allontanandosi negli strati superiori della crosta terrestre, dove la temperatura era ancora quella di una volta. Il nucleo fuso di ferro era ai miei piedi, ormai: un bellissimo lago, che emanava una luce giallo arancione, ma che ormai non serviva più ad illuminare gli occhi di Psd. Io ero rimasto lì, sulla riva, immobile, mentre cercavo di capire dove avessi sbagliato qualcosa: forse l’avevo guardata poco negli occhi, o forse la chitarra era più scordata di quanto immaginassi. Non lo saprò mai, perché da allora non ci siamo più rivisti.

Preso dallo sconforto, mi misi a lanciare dei sassi sulla superficie del lago; solo che, rimbalzando, quelli cominciarono a creare una specie di vortice e, girando girando, si era venuto a formare un campo magnetico: i piccoli sassi di ferro, sparsi per terra, in risposta al richiamo calamitato del lago, avevano cominciato a correre tutto intorno, come se fossero invasi dalla gioia e dalla frenesia del doverla mostrare.

Solo io rimanevo immobile, cercando di pensare agli occhi di Psd ed a cosa potevo aver sbagliato.

***

Leggi tutti i Saggi sulla Scrittura.

Annunci

Lasciare un commento è sempre una buona idea!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...