Terrasanta


photo credit: papalars via photopin cc

Le gocce, ormai calde, scivolavano con calma dai fianchi del bicchiere. Il caffè freddo era finito già da un po’ ma Yusuf continuava a guardarlo come inebetito; gli occhi velati e la mente persa nella memoria.

— Ehi! Che c’è? Non stai bene?
— N-no. No, tutto a posto.
— Ma che hai? È da quando siamo entrati qui che ti sei rimbambito!
— Secondo te, due amici dovrebbero dirsi tutto?
— Oy! Ma certo: che amici sarebbero, altrimenti?
— Allora, Ephraim, pensa: ti ricordi quando ci siamo conosciuti?
— Su Internet, in quella stupida chat. Yusuf, mi preoccupi: cosa stai cercando di dirmi?
— Lo scoprirai. Ripensa a quando ci siamo conosciuti…

Yusuf se lo ricordava bene, quel giorno. Era appena passato davanti a quello stesso bar, prima di ritornare di là, a Gerusalemme Est. Più ancora che il cuore, era stato lo stomaco a torcerglisi: come potevano gli ebrei avere tanto sfarzo, tanto divertimento, tanta leggerezza quando a qualche chilometro da quel centro la gente stava così male per la povertà? Come si fa a pensare che il Dio degli ebrei possa permettere questo? E come si fa a pensare che Allah permetta questo?

Ephraim, intanto, stava rivangando qualcuna delle loro discussioni via Internet:

— E pensare che quello stupido – come si chiamava? Zeev? – pretendeva di fare un flame. Con te! Mi domando su cosa poggiasse la sua kippah…
— Certa gente è cieca. — commentò acido, Yusuf. — Ma io stavo pensando proprio al giorno in cui ci siamo visti per la prima volta.
— Yusuf! Sei peggio della mia ragazza! Non ne ho idea: già non so rispondere a lei quando mi dice: “E oggi? Che giorno è?” oppure “Ti ricordi quando siamo stati qui?”. Ogni volta poi si finisce a litigare… Ma tu sei un amico, non la mia fidanzata: sii dalla mia parte e dimmelo!

Yusuf sorrise, scuotendo la testa.

— No. Di certo non sono la tua fidanzata. Comunque è qui che ci siamo visti la prima volta. In questo bar.
— Dici davvero? Me n’ero proprio dimenticato.
— Già. Io non volevo, ma tu hai cominciato a chiedermi della mia famiglia…
— Eh, sì. Quello me lo ricordo bene, invece.
— …di come stavamo… Hai insistito, e quando hai saputo che non riuscivo a trovare lavoro mi hai fatto assumere da tuo padre.
— Vabbè. Insomma, mi era sembrato il minimo: lui aveva bisogno, tu avevi bisogno. Mi eri sembrato un bravo ragazzo. Che c’è di strano?
— Che io sono palestinese. Che tu sei israeliano. Allah. Yahweh.
— Ma chi se ne frega. A me la politica non interessa, e neppure la guerra o cercarmi una pallottola. E la religione, con queste cose, non c’entra nulla. Non sarebbe tutto più facile, così?
— Sarebbe davvero tutto più facile…

Yusuf al tempo era povero e senza speranza: avere un fratello in una cella israeliana non era il passaporto giusto per avere un qualsiasi domani. Ecco perché si era rivolto ad Hamas. Aveva pregato con loro in moschea. Aveva partecipato ad incontri con l’Imam. Fino al giorno in cui gli si era avvicinato uno dei capi e gli aveva detto: “Yusuf, tu sei un ragazzo fortunato. Sei stato prescelto.” Lui non aveva capito subito. Però le cose si erano chiarite molto velocemente: avrebbe potuto diventare uno shaid, un martire della jihad. Non erano certo le vergini in paradiso, a motivarlo: quelle sono le solite fandonie occidentali per screditare l’islam. Il vero motore di queste decisioni era l’apparente impossibilità di cambiare vita. Di avere una chance, una qualsiasi. E anche la possibilità di avere un aiuto da parte dell’organizzazione per la sua famiglia, che avrebbe avuto una bocca in meno da sfamare e qualche soldo in più in tasca. Oltre all’onore, ovviamente, di avere un martire in casa. Così si era deciso, aveva aderito ed aveva cominciato la preparazione: uno dei passi era ottenere una copertura per poter entrare a Gerusalemme Ovest senza troppe preoccupazioni e aver conosciuto Ephraim in chat gli era sembrata una buona occasione. Poi l’aveva incontrato, pensando che così avrebbe potuto studiare bene il posto dove farsi esplodere; ma Ephraim era davvero una brava persona e l’aveva aiutato senza pretendere nulla in cambio, sulla fiducia: ce ne sarebbero volute di più, di persone come lui, da una parte e dall’altra. E come è unico il sentimento dell’amicizia, anche il Dio che è in cielo è solo uno: chiamarlo in un modo oppure in un altro non cambia la sostanza delle cose. Aveva abbandonato i propri propositi di vendetta e di morte, con una scusa; nel suo cuore era certo però che lo stesso Allah avrebbe benedetto la loro amicizia,  rendendola forte abbastanza per crescere anche in un terreno arido come il Medio Oriente.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

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9 pensieri riguardo “Terrasanta

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