L’Antartide? Verde speranza.


— E così ce l’hanno fatta!
— Dicono…
— Andiamo! Sappiamo bene entrambi cosa significhi quando cominciano a girare queste voci. D’altra parte c’erano andati vicini già l’estate scorsa: era ovvio che quest’anno ce l’avrebbero fatta.
— Non so cosa darei per essere là.
— Qualsiasi cifra sia, io pagherei il doppio.

Inutile ricordare quanto sia vasto il Polo Sud, nonché il fatto che sia abitato da un migliaio scarso di persone in “alta” stagione, cioè durante l’estate australe. Per andare da una installazione ad un’altra occorrono svariate ore d’aereo oppure parecchi giorni vissuti pericolosamente sul pack, se il trasferimento avviene via terra. Eppure le voci, in particolare quelle di corridoio, giravano veloci ed incontrollate come neppure a Manhattan il venerdì sera dopo i primi drink.

Giovanni e Michele avevano scambiato queste parole in un angolo solitario della sala mensa, per prudenza; quest’ultimo conosceva personalmente Sergei Bulat, responsabile dell’operazione, ed aveva quindi notizie di prima mano. Era stato uno dei primi a sapere, ma ormai questo era il segreto di Pulcinella e lo stesso dialogo era stato scambiato innumerevoli volte tra tutti gli attori possibili. “Chi ce l’aveva fatta” erano i sovietici della Base Vostok: sepolto sotto di loro c’era un enorme lago, tagliato fuori dalla superficie della Terra da quasi 35 milioni di anni. Un lago colossale, grande 50 volte il Garda e profondo fino a 900 metri. Fino ad ora lo avevano protetto quattro chilometri di ghiaccio, ma finalmente i russi erano riusciti a trivellare fino a lambirne la superficie.

Le indicazioni, ottenute dai radar montati sui satelliti, avevano confermato che laggiù l’acqua era liquida ed in leggero movimento per via delle maree; pur essendo situato nel punto più gelido dell’intero pianeta, data la pressione dei ghiacci sovrastanti la temperatura era normale: solo 3 gradi al di sotto dello zero. L’analisi dell’acqua sfuggita al lago, e poi ricongelatasi nello strato subito superiore, aveva anche stabilito che il livello di ossigeno, in quell’ambiente, era quasi 50 volte quello delle acque dolci presenti in natura. Questo significava una cosa sola: laggiù c’era la possibilità di trovare la vita. Se c’era qualcosa, era confinata in quel lago da un tempo inconcepibile: da quando, cioè, l’Antartide aveva smesso di essere un lussureggiante paradiso tropicale per essere coperta da una enorme coltre di ghiaccio. Un altro particolare, poi, aveva scatenato la fantasia di molti: le condizioni del lago erano in assoluto paragonabili a quelle degli oceani sepolti sotto i ghiacci di Europa, la luna di Giove. Se c’era vita qui, poteva benissimo esserci anche lassù.

— Ma non hanno paura di contaminarlo?
— Sergei dice che hanno preso tutte le precauzioni possibili.
— E adesso?
— Stanno già discutendo dell’esplorazione. Gli americani vogliono progettare un Cryobot.
— Un cosa?
— Cryobot. Una sonda capace di scendere di sotto ed esplorare in autonomia nelle acque.
— Sarebbe fantastico. Certo che loro…
— …loro… cosa?
— Niente… Voglio dire, noi qui a contare i pinguini, e loro a scoprire chissà cosa.
— Se lo sono guadagnati: non è facile stare alla Vostok.
— Forse hai ragione, Michele. Ma, nell’immediato, Sergei cosa vuole fare?
— Manderanno i campioni a Mosca per le analisi. Intanto, però, hanno voluto fare un piccolo esperimento. Hanno messo un po’ di ghiaccio del lago in tre capsule di Petri…
— E…
— E hanno avuto un assaggio: c’è un mondo nuovo, tutto da esplorare. Le capsule hanno cambiato colore: sono diventate verdi

***

Leggi le altre puntate dell’EdS: Una settimana piena di colori

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