Notte bianca


photo credit: looking4poetry via photopin cc

Lo sa bene chi ha vissuto in Africa. Le lunghe strade sterrate di terra rossa. Il sole che incendia l’atmosfera mentre tramonta. I tamburi in lontananza, quando cala la notte, che raccontano della festa nel villaggio vicino. I colori della natura. Anche una cosa semplice come una banana o una papaya, con un gusto che un occidentale non si può neppure immaginare. Tutto questo, ed altro ancora, lo chiamano mal d’Africa.

Eppure, anche l’Antartide non era da meno: l’estate stava finendo ed il sole si avvicinava sempre più all’orizzonte che divide il cielo e il mare. Il tempo del sole a mezzanotte si stava per concludere. Le prime nevi erano già cadute e quel poco di terreno venuto alla luce si era ricoperto di una bianca coltre. I venti non spiravano ancora forti come d’inverno e così una pace quieta e sonnacchiosa aveva invaso questo sperduto angolo di mondo. Con l’approssimarsi della brutta stagione le femmine stavano per deporre l’uovo che i maschi avrebbero covato tra le zampe, al riparo dai venti che avrebbero soffiato a -60 gradi.

I giovani pinguini, nati dalle uova dell’anno precedente, erano già quasi pronti a staccarsi dalla colonia per vivere la propria vita e Giovanni si sentiva come uno di loro. Li aveva visti schiudersi, ricoprirsi di un piumino grigio e nero, fino a giungere alla prima muta. Li vedeva impazienti, timorosi, ma sicuri di sé; lui, invece, con l’avvicinarsi dell’inverno sentiva il proprio umore peggiore sensibilmente.

Si accavallavano in un unico groppo, a livello della gola, la voglia di tornare da Maria e lo strazio di abbandonare un luogo difficile che però aveva imparato ad amare. Dopo aver osservato quegli uccelli per mesi si sentiva quasi di casa, tra di loro. D’altro canto, anche loro si erano abituati alla sua presenza e ormai lo trattavano come un membro onorario della colonia. Dato che era entrato a fare parte della loro famiglia, si era anche sentito in dovere di contribuire a far crescere i piccoli, come si richiede ad uno zio d’America, lontano parente. Senza farsi scoprire, aveva cominciato a prendere dalle cucine diverse scatolette di pesce; ancora più di nascosto le apriva per darne il contenuto agli esemplari che, al suo occhio esperto, avevano maggiore bisogno di calorie per crescere.

Li guardava come un padre che osserva crescere i propri figli, conscio del fatto che domani avrebbero salutato e se ne sarebbero andati. Di certo, senza neppure ringraziare. Proprio lui, che da figlio era sempre stato un teorico dell’indipendenza dai genitori, adesso cominciava a capire davvero cosa significasse dedicare la propria vita a un pezzo del proprio cuore che ha l’unico obbiettivo di andarsene. E, nonostante questo, esserne felici. Perché saperli forti e robusti, in giro per quelle acque gelide e pericolose, gli dava un specie di orgoglio, forse l’unico sentimento davvero capace di scalfire la tristezza dell’abbandono.

E lui, attorniato dalla marea vociante dei pinguini, incuranti di Giovanni ma intenti a vivere la propria vita, si sentì solo come mai prima d’ora. Il cielo non era più colore del turchese, ma uno strato sottile di vapore ghiacciato in alta quota gli aveva dato un aspetto quasi lattiginoso che, unito al bianco della neve, aveva finito per far sentire anche lui chiuso in una specie di uovo. Un uovo che gli stava sempre più stretto.

Guardò l’ultimo pesce che aveva in mano: le scaglie argentee della sardina baluginarono ai deboli raggi del sole. Adocchiò un giovane di passaggio e gli gettò quella che sembrava quasi una scheggia roteante nera e azzurra e argento; l’uccello lo guardò di sottecchi, poi corse a raccogliere l’insperato regalo. Quindi gli voltò le spalle e se ne andò.

Giovanni si sentiva quasi abbandonato, ormai. Alzò gli occhi al cielo, ma quello che cercava davvero era il volto di Maria. Sapeva che tra qualche mese avrebbe rimpianto il Polo, ma sapeva anche che non sarebbe tornato mai più: il suo posto era a casa, con quella che voleva diventasse sua moglie e che adesso aveva un gran bisogno di sentire accanto a sé.

Guardò un ultima volta il sole: la velatura, nel cielo, si stava ispessendo. Era ora di tornare alla Base.

***

Leggi le altre puntate dell’EdS: Una settimana piena di colori

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3 thoughts on “Notte bianca

  1. Ti dico anche qui che mi è piaciuto molto come hai interpretato tutte le richieste, hai portato avanti la tua storia con scioltezza come se non fosse scaturita da un esercizio ma da un’idea autonoma. E come storie autonome si possono leggere: concept album avevi detto, singoli brani che stanno in piedi da soli ma si completano a vicenda. Ottimo lavoro capo!

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    • Sono io che ringrazio te: è stato piuttosto divertente fare un “concept”. Se devo essere sincero, è stato molto più divertente che fare 8 storie nate e finite così.
      L’anno prossimo però, senza poter avere a colpo d’occhio tutti i temi insieme, sarà piuttosto complicato rifare lo stesso giochino 🙂

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