Non ti aspettavi che sbocciasse un fiore


L’auto scivolava sul viadotto del raccordo, sobbalzando al ritmo irregolare dei giunti sull’asfalto; un pezzo dei Muse graffiava l’aria dell’abitacolo, calda malgrado gli sforzi del climatizzatore esaurito. Per l’ennesima volta, Mario deterse il sudore che continuava ad imperlargli la fronte. Si girò verso l’amico alla guida e sbottò: “Ma non puoi farlo riparare, il clima? ”

“No. È fuori produzione da dieci anni e i ricambi li hanno finiti anche gli sfasciacarrozze.”

“Un motivo in più per cambiare questo rottame, Andrea.”

“Eh, certo. Parli bene tu, con il fatturato a cinque zeri. Ma io devo fare i conti con i mille e cinquecento al mese che mi danno in Polizia.” Dopo qualche istante di silenzio riprese, forse per stemperare la frecciatina: “E poi, sei tu che sudi come un San Bernardo a ferragosto. Secondo me dovresti farti controllare gli ormoni.”

Le ultime parole erano state pronunciate con tono allusivo, ma Mario non aveva voglia di ribattere. Inevitabilmente pensò a Lucia, la mente che tornava a quella prima sera e alle molte altre che le erano seguite. Assaporò ad occhi chiusi le immagini della sua schiena bianca, di lei che sussultava, riversa sul piccolo letto in cui giacevano per ore, al centro di quella sua cameretta da adolescente, nella casa dove la ragazza viveva con i suoi genitori. Ed ogni volta, entrando nella sua stanza, negli orari in cui il padre era assente per le sue molteplici attività, lo assaliva un palpito di tenerezza e affetto.

Aveva imparato a trovare familiari gli oggetti di cui lei si circondava; le decine di vecchi peluche, accatastati su tre file di mensole, si contendevano lo spazio con i libri dell’università, cornici di foto e una bizzarra collezione dei più disparati oggetti, conservati in ricordo di viaggi e vacanze.

Ma a dispetto del mondo infantile che aveva mantenuto intorno a sé, Lucia aveva risvegliato in Mario una passione violenta, un bisogno impellente di averla vicino, di toccarla, di amarla. Una tensione fisica, pungente e dolorosa, i cui morsi lo assalivano quando erano lontani, e che placava soltanto posando le labbra su quella sua bocca carnosa, morbida e accogliente.

“Mi stai ascoltando? ” domandò Andrea, conoscendo già la risposta.

“Certo” mentì l’amico, sforzandosi di scacciare dagli occhi l’immagine della loro ultima serata insieme, conclusasi nel parco di villa Franceschi, mentre il timore di essere scoperti dalla guardia giurata rendeva ancor più eccitante la loro passione.

“E cosa ho detto? ”

“Dai, Andrea. Non fare l’ispettore con me, va bene?  Non ho chiuso occhio, stanotte.”

“Ma ti pareva…”

“Non è come pensi tu. Ero a casa mia. Da solo.”

“Problemi? ” domandò Andrea, improvvisamente serio. Mario sorrise impercettibilmente: se c’era una cosa che lo legava al suo amico poliziotto, era la lealtà che avevano l’uno per l’altro.

Nessuno dei due avrebbe saputo spiegare le ragioni che rendevano così incrollabile il senso di fiducia e confidenza reciproca che provavano. Si erano conosciuti quasi cinque anni prima, durante un viaggio in treno. Mario aveva prenotato all’ultimo momento ed era rimasto solo un biglietto in classe economica. Si era rassegnato ad un sedile scomodo, sperando fino all’ultimo che il posto accanto al suo rimanesse vuoto.

Invece, poco prima della partenza, la figura magra ed atletica di Andrea aveva fatto capolino nel corridoio, costringendolo a spostarsi nell’angusto spazio del sedile Frecciarossa. Mentre sosteneva in un traballante equilibrio il suo costoso notebook, l’indesiderato compagno di viaggio si era seduto al suo posto, iniziando a scartocciare un panino al formaggio.

Un’occhiata al biglietto che l’altro teneva in mano aveva confermato a Mario che la destinazione dell’indesiderato passeggero era identica alla sua. Sbuffando, il giovane imprenditore si era di nuovo incastrato nello scomodo sedile, isolandosi nella lettura dell’ultimo report delle vendite.

Ma era stato inutile: lo sconosciuto aveva cominciato a fargli domande di ogni tipo, ribattendo alle sue laconiche risposte con il racconto di aneddoti e fatti personali che a lui non interessavano per niente. Mario aveva fatto di tutto per ignorarlo, tentando di proseguire il lavoro, ma alla fine aveva dovuto cedere all’invadenza dell’altro e, suo malgrado, si era trovato coinvolto nella conversazione.

In tre ore di viaggio i due ragazzi avevano scoperto, oltre al fatto di essere coetanei, di possedere una sorprendente sintonia e familiarità. Non si somigliavano affatto, né per carattere, né per estrazione sociale. Facevano vite talmente diverse da rendere ad entrambi molto difficile immaginare la giornata tipo dell’altro: eppure, l’avrebbero capito in fretta, era proprio quella distanza a renderli complementari e reciprocamente interessanti.

Scesi dal treno si erano scambiati e-mail e numero di cellulare. Due sere dopo, scorrazzavano già insieme per locali, bevendo birra e abbordando ragazze, come due amici di vecchia data.

“Niente di particolare.” rispose Mario, interrompendo il flusso dei propri ricordi. “Sono rimasto un po’ sveglio a pensare a Lucia.”

“Non ti basta sognarla ad occhi aperti tutto il giorno? ”

“Non mi basta mai.” ammise, “Ma non era quel tipo di pensiero a tenermi sveglio. In realtà sono preoccupato per i suoi.”

“In che senso? ” Andrea si fece attento; involontariamente, aveva assunto un tono sbrigativo e professionale, come negli interrogatori.

“Li conosci, i Franceschi? ”

“C’è qualcuno che non li conosce?  Il padre è sindaco da oltre dieci anni, al terzo mandato. Hanno terreni, capitali, potere politico ed agganci influenti. Mi sa che sono persino più ricchi di te! ” scherzò Andrea.

“Lo sono di gran lunga, questo è certo.”

“Beh, potresti fare il colpo della tua vita, se te la sposi. Ci pensi?  Il giovane rampante imprenditore che impalma la ricca ereditiera, che è pure figlia unica, se non sbaglio.”

“No, non sbagli.” Mario rimase in silenzio, fissando i palazzoni di periferia che si susseguivano lungo il bordo della strada come giganteschi, anonimi soldati in uniforme, immobili sotto il sole.

“E cos’è che ti preoccupa tanto? ” domandò Andrea, tornando improvvisamente serio.

“La sua famiglia, soprattutto suo padre. Non li ho conosciuti, non ancora, ma ti assicuro che non ho alcuna fretta. Come uomo pubblico, Giovanni Franceschi è esattamente… come spiegarlo?  Il potere, gli intrallazzi della politica… di quella politica. Rappresentano buona parte di ciò che detesto. Pensare che Lucia è sua figlia mi tiene sveglio la notte.”

“Ma non sei obbligato a frequentare la sua famiglia, no? ”

“Succederà per forza, se le cose vanno avanti così, fra noi.”

“E tu perché non te ne vai? ”

“Che diavolo vuoi dire? ”

“Cambia aria. Vattene fuori città, per qualche mese. Molla tutto per un po’.”

“Sei matto?  E l’azienda? ”

“L’azienda può andare avanti anche senza di te e comunque puoi controllare le cose a distanza. Quanto a Lucia, dammi retta: le storie che partono a tutta birra hanno bisogno di una fase di distacco, altrimenti si bruciano e finiscono male.” “Che razza di filosofia sarebbe? ”

“Niente filosofia. Esperienza. E poi tu hai bisogno di staccare, Mario. Ti si vede, sei troppo teso, troppo assorbito da questa storia. Ci vuole spazio, respiro, altrimenti soffochi. Dammi retta: conosco un amico che ha bisogno di consigli fiscali per lo startup di un albergo, in riviera. Per te sarebbe un gioco da ragazzi dargli delle dritte, in cambio di qualche settimana di vacanza, no? ”

Il ragazzo rimase in silenzio per un po’.

Un’altra promessa, altro scenario
sistema fatto per intrappolare

La radio, che continuava a ripetere le strofe di Uprising, riempiva il silenzio.

“Avrei davvero voglia di darti retta, lo sai?”

***

La luce filtrava fra le persiane socchiuse, generando raggi che infastidivano miriadi di granelli luccicanti di polvere, facendoli vorticare nella grande sala in penombra.

“Penso di essere abbastanza grande per decidere chi frequentare, papà.”

Giovanni Franceschi fissò la figlia, combattuto fra sentimenti contrastanti. Credeva di tenere a quella giovane ribelle molto più che a sé stesso, forse ancora di più che al potere e al rispetto che aveva saputo conquistarsi nella sua dura vita. Ma in realtà, dopo la morte della moglie, scomparsa senza dargli il figlio maschio che tanto desiderava, Lucia era diventata l’oggetto di ogni sua ambizione, il fulcro del suo desidero di veder sorgere accanto a sé un successore; un simulacro, plasmato a sua immagine, che perpetrasse la sua impronta indelebile nel mondo, raccogliendo dalle sue mani il testimone dello smisurato orgoglio che lo contraddistingueva.

“Non si è mai grandi abbastanza per fare scelte sbagliate, Lucia. Questa sera resti a casa; e non voglio discuterne ancora.”

“Non puoi comandarmi come una ragazzina! ” strillò lei, esasperata. “Ho trent’anni! ”

Suo malgrado, Giovanni non seppe trattenere un sorriso di superiorità: “Oggigiorno, tesoro,” disse con tono mellifluo “a trent’anni si è ancora decisamente nell’età dei ragazzini.”

Senza aggiungere altro, la ragazza attraversò la stanza con lunghe e rabbiose falcate, i pungi serrati e le braccia strette lungo i fianchi. L’eco delle porte che sbattevano si udì a lungo, mentre Lucia si allontanava percorrendo la successione di stanze che componevano quell’ala della casa.

“Le passerà” bofonchiò Giovanni, senza troppa convinzione. “In fondo, alla sua età…” Non finì la frase, colpito da un improvviso pensiero. All’età di sua figlia, lui e sua moglie si erano appena sposati. Contro il parere dei genitori di lei.

***

“Dove vai? ” La voce di Lucia, nel buio, suonava impaurita e triste.

“Sono qui. Mi sono solo girato.”

“Stai scomodo? ”

“Scherzi? ” fece Mario, affondando il viso nel morbido incavo del collo di lei, baciandole la pelle nuda. “Non potrei desiderare un cuscino migliore di te”

La giovane si girò, cercando la sua bocca con le labbra, fremendo di desiderio. Per un po’ i due amanti si scambiarono baci e carezze sempre più intensi e passionali. Poi lei gli fu sopra, schiacciandolo dolcemente con il proprio peso e muovendosi su di lui con urgenza.

“Non devi tornare a casa? ” sospirò Mario, combattuto fra l’ansia e la vampa crescente dell’eccitazione. “Se tuo padre si accorge che sei venuta qui…”

“Chi se ne frega! ” gridò lei, accogliendolo dentro di sé.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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