Un taglio secco delle forbici


La città ribolliva. Un deserto di asfalto molle, reso appiccicoso dal sole battente, che esalava odore di gomma e di scarichi.

Sciami di motorini ronzavano a brevi intervalli sfrecciando lungo i viali semi-abbandonati del centro. Di macchine, nella zona commerciale, ce n’erano pochissime. Mario si era aspettato di dover girare a lungo, in cerca di un parcheggio vicino alla banca, e invece aveva fermato l’auto a nemmeno due isolati di distanza, scegliendo a caso fra un’intera fila di posti vuoti.

Aveva preso la giacca, gettandosela distrattamente su una spalla – nemmeno a pensarci di indossarla, là fuori, con la temperatura che continuava a salire – e si era incamminato lungo l’ampio marciapiede, incrociando lo sguardo dei rari passanti. Andavano tutti di fretta, con l’aria seccata e lo sguardo fisso a terra.

A guardarsi intorno, pensò distrattamente, si poteva credere che l’intera città fosse stata evacuata, per una guerra imminente o un’epidemia. Invece, lo sapeva fin troppo bene, tutta la gente era semplicemente partita per le vacanze.

Tutti tranne lui, che era tornato un’altra volta in città, per via dell’ennesima tegola piovutagli in testa negli ultimi tempi.

All’improvviso pensò a Lucia… se la immaginò a casa sua, a leggere un libro in giardino. Forse era distesa sul lettino prendisole che, nelle ore più calde, amava trascinare all’ombra del grande cedro libanese, cresciuto sul bordo di un piccolo stagno. Cercò di visualizzare il suo viso e quell’espressione, contemporaneamente distesa e concentrata, che lei spesso assumeva leggendo.

Ma nella sua mente, l’immagine che aveva evocato gli sfuggiva, sostituita dal ricordo della loro ultima conversazione, sfociata nella solita lite. Involontariamente accelerò il passo, come per sottrarsi a quei pensieri e al senso di impotenza e angoscia che gli provocavano.

Era innamorato di lei e sicuro di essere ricambiato: ma nelle ultime due settimana le cose, fra di loro, sembravano aver preso una brutta piega. Certo, c’erano i problemi sul lavoro. Le ordinazioni stagnavano: ormai, lui e suo padre facevano lavorare non più di una linea di produzione alla volta. La stamperia era spesso inoperosa e avvolta in un silenzio innaturale, che rendeva gli operai ancora più nervosi e preoccupati.

Forse era soltanto effetto della crisi: uno spettro la cui ombra, lo sapevano bene, poteva coprirti all’improvviso senza alcuna ragione apparente. Ma c’era qualcosa di strano in quelle ordinazioni ritirate, nelle parole di scusa, frettolose e vaghe, dei clienti di una vita. O nel modo in cui tanti, troppi fornitori chiedevano di essere pagati, in fretta e tutti insieme, minacciando in maniera più o meno esplicita il ricorso ad azioni legali.

Ben presto la crescente tensione si era fatta sentire anche con Lucia: lei sembrava pretendere da Mario una disponibilità continua, una dedizione quasi totale e lui, sebbene fosse ben felice di trascorrere ogni minuto libero con la ragazza che amava, non poteva sottrarsi dalle sue responsabilità in una fase così delicata, lasciando tutto il peso delle difficoltà sulle spalle di suo padre.

Più volte le aveva proposto di accompagnarlo nelle trasferte, sempre più frequenti ed urgenti, che lui si sobbarcava per venire a patti con i fornitori e procacciarsi nuovi clienti. Ma lei aveva sempre rifiutato, per via del padre, che avrebbe fatto un sacco di storie sapendola in giro per alberghi di provincia, per di più con un ragazzo.

In più occasioni aveva affrontato il tema, con crescente tensione e malanimo. Le cose erano andate deteriorandosi e alla fine avevano pensato di prendersi una pausa di riflessione: una decisione che stava soltanto avvelenando il sonno di entrambi, senza risolvere niente.

E poi era arrivata quella dannata lettera, tutta ghirigori e paroloni, sulla costosa carta intestata della Cassa di Risparmio con quella richiesta di incontro urgente. Leggendola aveva avvertito qualcosa, come un presentimento. Ed anche adesso, mentre camminava inseguendo il riparo provvisorio dell’ombra degli edifici, aveva la sensazione che le sue azioni fossero in qualche modo predeterminate dal gioco sadico di una mano invisibile.

Un trillo dalla tasca dei pantaloni interruppe le sue amare riflessioni. Sorrise, malgrado tutto, riconoscendo sul display del telefonino il viso di Andrea.

“Sei sempre da quei pescecani? ” esordì l’amico, con il suo abituale fare scanzonato.

“Ci sto andando, l’appuntamento era a mezzogiorno.”

“Tipico di quei bastardi, darti appuntamento nelle ore più calde: così arriverai puzzando come un cassonetto e pezzato sotto le ascelle.”

“Un giorno ti spiegherò come si usano i deodoranti antimacchia.”

“Fanno venire il cancro, non lo sai? ”

“Ma piantala, deficiente. Che volevi?  Sono quasi arrivato.”

“È per quel mio amico, ricordi?  Quello dell’albergo, che ha bisogno di una mano con la contabilità in cambio di una vacanza.”

“Sì, mi ricordo. Ma, senti Andrea, in questo periodo proprio non è il caso.”

“Sei sicuro? ”

Come puoi esser certo del tuo fato
senza saper da chi il filo è tirato?

Mario esitò. Al punto in cui stavano le cose, forse era meglio prendersela per davvero, una pausa di riflessione.

“Non lo so” rispose alla fine. “Ma non è ora il momento per pensarci. Ti richiamo quando ho finito con questa faccenda, va bene? ”

“Ricevuto. Non farti inchiappettare, capito? ”

Mario non replicò e chiuse la comunicazione. Davanti a lui, la porta girevole della sede centrale della Cassa di Risparmio sembrava il gorgo di un vortice, pronto a risucchiarlo.

***

Luigi Girotti non riusciva proprio ad abituarsi al silenzio. Lui ci aveva passato quasi tutta la vita, in mezzo al fracasso delle macchine di stampa, e non bastavano i vetri isolanti o le pareti insonorizzate, per attutirlo. Quei suoni non si sentivano con le orecchie: gli passavano direttamente dall’anima al cervello.

Ciò che turbava il vecchio imprenditore era perciò un altro tipo di silenzio, più interiore: era la consapevolezza della crescente inattività nella quale stava sprofondando lo stabilimento e di quelle macchine nuove, da finir di pagare, che facevano la ruggine, inoperose e quindi inutili.

Tutti parlavano di crisi: la parolina magica, sussurrata a mezza voce, o sbandierata nei titoloni dei giornali. Una moda grottesca e superficiale, quella di evocare causalità remote e complicate, per mascherare i problemi pratici del qui e dell’adesso. Ma cosa ne sapevano tutti quei ragazzini in giacca e cravatta, davanti ai loro schermi piatti, della crisi?  Loro, che mangiavano ogni giorno e non avevano mai guardato in faccia moglie e figli, a fine mese, quando in tavola si mettevano pane e patate per cinque, dieci sere di fila!

No, Luigi ne era sicuro: non era la crisi, che gli stava ammazzando l’azienda. C’era qualcosa sotto, una congiuntura legata ad eventi più vicini, direttamente collegati alle loro vite. Il disegno d’insieme gli sfuggiva, ma sentiva comunque la necessità di agire ancora, di uscire dal pantano.

I prestiti che aveva ottenuto, ricorrendo alle sue conoscenze, gli avevano assicurato soltanto una breve boccata d’ossigeno, rimandando di qualche tempo la fine, ma non avevano certo risolto il problema.

Pungente ed inquieta la tentazione
E rende avventata la disperazione

Forse, si disse, avrebbe dovuto osare di più. Era così facile, bastava alzare il telefono e comporre ancora una volta il numero che gli aveva lasciato Giovanni Franceschi.

La porta dell’ufficio si spalancò, interrompendo le sue riflessioni. Istintivamente, Luigi allontanò la mano dalla cornetta. Mentre il figlio entrava, richiudendo la porta, notò di nuovo l’innaturale silenzio che proveniva dal piano di sotto.

“Mario,” lo salutò, “vieni, accomodati. Hai l’aria distrutta.”

“Puoi ben dirlo, papà. Quelli della banca mi hanno massacrato. Doveva essere un incontro informale, ma si sono presentati con un plotone di avvocati.”

“Che c’entrano gli avvocati? ” domandò Luigi, subito allarmato.

“Pare che vogliano vederci chiaro sui nostri movimenti di contante. Sanno che non vendiamo un biglietto da visita da settimane, eppure il nostro conto è salito. Devono aver controllato le richieste di finanziamento che abbiamo fatto e forse sospettano qualcosa di poco pulito.”

“Madonna…” fece Luigi, passandosi una mano sulla fronte. Di colpo, Mario si rese conto quanto suo padre sembrasse invecchiato: la postura, con il capo chino sulla scrivania e il tronco quasi disteso sul piano ingombro di fogli, tradiva in quel momento tutto il suo scoraggiamento.

“Non sembri troppo sorpreso di quello che sta succedendo.”

“No.” Ammise lui, sollevando la testa e guardandolo in viso. “Non lo sono, Mario. So quello che ho fatto per cercare di uscire dai guai.”

“E cosa hai fatto? ”

“Per ora è meglio che non te ne parli, OK? ”

“Non sono un ragazzino, lo sai.”

“Lo so bene. Ma lasciami fare a modo mio: ci sono un paio di cose che devo verificare, e finché non le avrò chiarite, è meglio che tu ne resti fuori.”

Il parlar secco e il suo sguardo assente
Convinsero Mario a non dir più niente

Rassegnato, Mario uscì dalla stanza, chiudendo la porta e lasciando il padre con i propri pensieri.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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