La rosa è strappata


M’ama. Non m’ama. M’ama. Non m’ama.

In quella fine estate non c’era attività che gli venisse meglio di sfogliare le margherite. L’irruzione di Lucia nel suo mondo sembrava aver illuminato tutto quanto, solo per scoprire che sarebbe stato molto meglio tenere la luce spenta; averla evitata nelle ultime settimane, poi, invece di risolvere i problemi li aveva ingigantiti.

Aver smesso di dormire era, ormai, il minore dei problemi. Mario capì che le cose andavano veramente male quando si ritrovò, senza neppure rendersene conto, per strada, la sera, come uno zombie; camminando per il centro nella flebile speranza di incontrarla, o almeno vederla di lontano. Si aggirò per piazze e viuzze fino a tardi, girovagando come per caso vicino ai locali che erano stati soliti bazzicare, ma senza esito.

Fu solo verso mezzanotte che, vinto dalla stanchezza e dalla prostrazione, decise di ritornare verso casa. Solo che, voltatosi, se l’era trovata davanti.

Entrambi si bloccarono, senza sapere che altro dire. L’amica di lei, figlia di uno dei notai più in vista della città, capì subito di essere di troppo. Salutò con una scusa e sparì senza che i ragazzi la degnassero di una risposta.

Lucia fu la prima a riaversi:

“Come stai? ”

“Mah… Normale. E tu? ”

“Sì. Beh… Anche io.”

“Siete uscite a bere qualcosa? ”

“Già. Tu? ”

“Io… Io ho fatto solo due passi.”

Lei smise di parlare, ma non di continuare a fissarlo. Così, infine, Mario trovò quel minimo di coraggio per chiedere: “Ti va se ti accompagno per un po’? ”

Erano rimasti in silenzio per diversi minuti; quindi Lucia aveva rotto il ghiaccio nuovamente:

“Come va il lavoro? ”

“Male. Le banche continuano a pretendere che rientriamo dell’esposizione, solo che i clienti sembrano spariti tutti. Ormai si negano perfino al telefono: non so più cosa fare.”

La voce mogia di Mario aveva risvegliato in Lucia l’istinto di proteggerlo. Di salvarlo. Di coccolarlo. Allungò una mano per toccare la sua, ma il contatto fu fatale. Non appena si sfiorarono sembrò che una scossa elettrica fosse passata per i loro corpi, accendendo un desiderio impossibile da frenare. In un secondo si abbracciarono per tempestarsi di baci; le lingue, rimaste per troppo tempo in disparte, cercavano di compenetrarsi l’una con l’altra. Con un ultimo barlume di coscienza, Mario la tirò all’interno di un androne buio, nella speranza che nessuno finisse per vederli.

Le mani di entrambi, freneticamente, cercavano di spogliarsi quel tanto che basta. Tutti, sempre, sono alla ricerca delle speciali emozioni che accompagnano la prima volta. Ma nessuno è disposto mai a condividere l’amarezza che accompagna il presentimento che quella sia l’ultima. Un disperato bisogno di registrare tutte le sensazioni che stava provando si impossessò di lui. Quasi si vedeva da fuori, non abbastanza nascosto nell’oscurità per non capire che quella massa scura ai suoi piedi potevano essere solo i suoi pantaloni. Per assurdo, come se fosse una specie di nemesi, più cercava di incidere nella sua memoria quell’attimo, più se ne allontanava; finendo per diluire il piacere in una razionalità che soffocò del tutto i suoi ardori.

Quando fu chiaro ed entrambi che non era possibile continuare in quelle condizioni, i movimenti si fecero prima rabbiosi, poi cessarono del tutto. In silenzio si rivestirono, cercando nel buio di sottrarsi l’uno alla vista dell’altra.

Solo che c’era un terzo paio di occhi, a scrutare quanto stava succedendo nell’oscurità.

***

Il ragazzo non aveva certo bisogno di un appuntamento per presentarsi nello studio del sindaco; semplicemente passò davanti agli uscieri ed entrò senza che nessuno avesse il coraggio di dirgli nulla. Furono necessari solo pochi minuti perché le urla di Franceschi si sentissero fino al piano di sotto.

“Cos’ha fatto quel pezzo di merda? ”

“L’ha trascinata in un androne e l’ha…” Il ragazzo evitò di specificare, ma era chiaro cos’era successo.

“Bravo minchione: hai firmato la tua condanna.” Le parole uscirono rabbiose, tra i denti che, più che sorreggere, stavano stritolando un sigaro. Poi l’uomo alzò lo sguardo sul ragazzo e aggiunse: “Cazzo fai ancora qui?  Sparisci.”

La rabbia ribolliva nelle vene dell’uomo tanto da fargli tremare le mani. Così attese qualche minuto prima di sollevare il telefono e comporre il numero della segretaria:

“Alberta, per cortesia, mi chiami il Presidente della Cassa di Risparmio.”

Non dovette attendere molto; sapeva che il Presidente era su quella poltrona solo perché lui ce lo aveva seduto e che sarebbe rimasto lì solo fino a quando lui avesse voluto. Un trillo nemmeno un minuto dopo gli confermò la lealtà dell’uomo che si trovava all’altro capo del telefono:

“Buongiorno Presidente.”

“Buongiorno, signor Sindaco. È un po’ che non ci sentiamo. Come…”

“Lasci stare questi convenevoli del cazzo: non ho né tempo né voglia.” Il silenzio glaciale che veniva dalla cornetta trasmetteva il terrore che provava la persona che rappresentava la più importante banca del territorio. Franceschi continuò: “Lei ha presente i Girotti. Sono esposti con voi per quasi mezzo milione di euro.”

“Anche meno, in realtà. Hanno dei macchinari in leasing ed in questo momento mi pare che siano in sofferenza per via dei flussi di cassa, ma…”

“Niente ma. Li faccia rientrare subito. Anche ieri va bene.”

“Ma… veramente…”

“Silenzio, perdio!  Non le ho domandato un parere: le sto dando un ordine. Entro la fine del mese quella cazzo di tipografia deve portare i libri in tribunale ed essere commissariata.”

“Ci sono dei tempi tecnici.”

“Me ne fotto, dei tempi tecnici. Dovrebbe fottersene anche lei, se tiene alla poltrona. E anche al culo che c’è appoggiato sopra. Le auguro di aver capito bene, perché non è mia abitudine ripetere gli ordini.”

“Certamente, signor Sindaco. Sarà fatto come desidera, signor…”

La cornetta era stata sbattuta giù ben prima che l’altro terminasse i suoi salamelecchi.

***

Il commissario mandato dal tribunale fallimentare aveva preso posto nel suo ufficio e Mario guardò con gli occhi velati di lacrime i volti attoniti dei suoi ex-operai che stavano aspettando da un giorno all’altro le lettere di licenziamento. Facce serie e tirate, che sembravano non riuscire ancora a capire come fosse potuto succedere tutto così in fretta. Che interrogavano mute il proprio ex-principale, come per farsi dare una spiegazione che lui per primo non conosceva.

Con un nodo alla gola che gli impediva di dire anche solo una parola, Mario strinse un po’ di mani e diede qualche pacca sulle spalle. Poi prese la scatola con i propri effetti personali e salì in auto senza più voltarsi. Accese il motore e uscì sgommando dal piazzale, in un impeto di frustrazione; non appena in strada, si rese conto che, per la prima volta forse nella vita, non aveva una destinazione: lui, abituato a correre da un capo all’altro della città sempre sul filo del ritardo, aveva a disposizione tutto il tempo del mondo per poter andare in nessun posto.

Le abitudini, però, sono dure a morire e si ritrovò a guardare l’orologio: le cinque meno un quarto di venerdì pomeriggio. Lucia sarebbe uscita dalla palestra tra una ventina di minuti. Seguendo una di quelle decisioni che il cuore prende prima della testa, si ritrovò in tangenziale, diretto a tutta velocità verso lo sport club più esclusivo. Quando entrò nel parcheggio, l’auto di Lucia era ancora lì; così sistemò la propria nelle vicinanze e scese disponendosi ad attendere. Fu questione di qualche minuto.

Lei uscì, ridendo, con tre amiche; tutte vestite impeccabili anche se in tenuta sportiva e con borsoni a tracolla. Dopo una decina di passi lei lo vide; si bloccò per un istante e poi salutò le altre ragazze, sbrigativa. Quindi si diresse nella sua direzione; lui, nel frattempo era rimasto immobile, in piedi fuori dalla propria auto, il viso inespressivo come quello di una sfinge.

“Ciao, Mario. Cosa fai qui? ”

“Mi passo il tempo.”

“Cosa significa?  Perché non sei al lavoro? ”

“Perché non ce l’ho più, un lavoro.”

La ragazza lo guardò interrogativa, come se la frase non fosse stata abbastanza chiara. Lui proseguì: “La banca da un giorno all’altro ci ha chiuso i crediti. Praticamente ci ha costretto a fallire nello spazio di un mese. Stamattina è arrivato il commissario scelto dal tribunale; il suo primo atto è stato di licenziarmi.”

Lucia continuava a guardarlo, come incapace di reagire.

“E sai cosa significa questo?  Cosa significa in questa città di merda?  Perché qui non si muove un cazzo che tuo padre non voglia. Le cose non succedono mai per caso.”

“Lascia stare mio padre! ” l’aveva interrotto con una voce stridula che non le conosceva. “Cosa c’entra mio padre, adesso?  Tua l’azienda. Tuoi gli investimenti. Non credo che ti abbia mai obbligato ad andare in banca a chiedere un prestito. E allora lascia stare mio padre! ” le ultime parole erano finite urlate quasi in falsetto.

“Forse faresti bene a dire a lui di lasciare stare me.” Aggiunse, abbassando il tono della voce. “Vorrei ricordarti che non è normale una procedura fallimentare in questi tempi. Che non è normale che la banca ti chieda di rientrare dei debiti contratti da un giorno all’altro. Che non è normale che un tribunale, in Italia, prenda una decisione in un quarto d’ora. E che non è normale che un commissario, appena messo piede in un’azienda, mandi a casa in cinque minuti il figlio del titolare.”

“Può essere. Oppure non è normale che un piccolo tipografo sappia meglio di mezza città cosa sarebbe stato più opportuno che succedesse.”

“Ma non ti rendi conto che tutto questo puzza lontano un miglio? ” disse Mario, prendendo la ragazza per un braccio e scuotendola, come se così facendo potesse far meglio penetrare il suo punto di vista.

“Puzza?  Puzza di cosa?  Lasciami, brutto bastardo!  LASCIAMI! ”

L’urlo di Lucia lo gelò, la mano ancora bloccata sul bicipite di lei.

“Non t’azzardare mai più di toccarmi, schifoso. E adesso sparisci dalla mia vista. SUBITO! ”

Mario rimase impietrito; alcune persone si erano voltate alle urla della ragazza e guardavano interrogativi nella loro direzione, indecisi se fosse il caso di intervenire oppure di lasciare stare. Lasciò cadere il braccio lungo il proprio fianco; aveva gli occhi rossi, gonfi di pianto e la consapevolezza che quel giorno aveva toccato il punto forse più basso della parabola della propria vita. Salì mestamente sull’auto e se ne andò. Dette un ultimo sguardo negli specchietti, ma Lucia era già sparita.

Nel buco lo struzzo lesto la testa
vile nasconde se vede tempesta

Dopo neppure cinque minuti Mario accostò nel parcheggio di un supermercato. L’odore caldo e secco dell’aria estiva gli aveva per un attimo ricordato il mare. Estrasse il cellulare dalla tasca, sfiorandolo fino a far comparire il nome di Andrea dalla rubrica: arriva per tutti un momento nella vita nel quale bisogna prendere atto di una sconfitta e ritirarsi in buon ordine, prima che si trasformi in una disfatta. Guardò il display ancora una volta e mormorò: “Se non ora, quando?”

***

“Informazione gratuita: il telefono cercato potrebbe essere spento o irraggiungibile.”

La voce gentile dell’operatore aveva messo un brusco stop all’impeto con il quale aveva deciso di sparire, bloccandolo per il tempo sufficiente a ricominciare a ragionare. Ripensava al suo ultimo colloquio con Lucia: le accuse che aveva mosso a suo padre e la reazione di lei. Più riviveva quei momenti, più montava in lui una rabbia sorda verso il signor Sindaco. Anzi: verso quel gran bastardo del signor Sindaco.

Lui avrebbe tolto il disturbo, se non altro perché ne avrebbe quanto meno giovato la propria salute. Solo il buon Dio sapeva quanto bisogno avesse di ricaricare un po’ le pile. Però, prima di andarsene, voleva vederci più chiaro. Non voleva sparire con la coda tra le gambe, ma con qualcosa su cui rimuginare. Un appiglio per poter costruire una vendetta.

Fredda la mano, gelido il piatto
che serve vendetta d’odio condita

Decise che non se ne sarebbe andato prima che Andrea gli avesse raccontato per filo e per segno cosa aveva scoperto la Polizia su Franceschi. Avrebbe tappezzato la città di manifesti che lo sbugiardassero. Per un istante si sentì la vittoria in pugno, poi un pensiero gli attraversò la mente e lo fece scoppiare in una risata isterica: continuava a ridere sguaiatamente, nel chiuso della sua macchina, senza riuscire a smettere. Vedeva le persone che lo guardavano incerte, ma che nel dubbio si allontanavano da lui; alla fine si fermò, di colpo come aveva iniziato, con lo stesso pensiero in testa: lui non lavorava più alla tipografia. Non avrebbe potuto stampare neppure il proprio necrologio.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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