Le tue mani insanguinate dalle spine


Mario sentiva che la sua vita era andata fuori giri, come quando si prende un «folle» tra una cambiata e l’altra. Conscio del disastro imminente, si era speso all’inverosimile ed aveva girato a mille per poco più di un mese senza cavare un ragno dal buco. In realtà era andata molto peggio perché oltre a non risolvere la situazione, la tipografia era andata completamente a ramengo. Erano bastati quaranta giorni per buttare alle ortiche il lavoro di una vita di suo padre e tutto quello che aveva fatto lui in questi pochi anni.

C’erano però molti particolari che non gli tornavano; sentiva la testa piena di tessere di un puzzle che si rifiutavano ostinatamente di mettersi al proprio posto. Eppure, doveva pur esserci qualcosa da cui partire. La classica tessera d’angolo, dalla quale costruire la cornice ed infine dare un senso ad una massa informe di coriandoli di cartone.

Purtroppo però, in quel momento preciso, si sentiva prigioniero di una bussola impazzita: nessun indizio su dove si potesse trovare il nord; tra le mani si sentiva di avere solo un ago che ruotava senza scopo e senza senso. Era seduto immobile, nella propria auto, parcheggiata davanti all’ingresso di casa dei suoi; davanti ai suoi occhi il portatile, per risparmiare energia, o forse per risparmiarne a lui la visione, aveva spento il monitor che presentava i tristi dati delle vendite. Ripensò all’ultima mattina che aveva passato in azienda: le fredde luci al neon facevano il paio con il suono del silenzio che saliva dai macchinari spenti. Era rimasto solo l’odore della carta e degli inchiostri, a ricordare che razza di produzione si fosse fatta là dentro fino al mese prima.

Mentre era ancora intento ad ascoltare i suoi pensieri a caccia di un barlume di idea, vide suo padre attraversargli il campo visivo mentre rientrava a casa. La faccia scura e le spalle curve erano i migliori indizi della sua preoccupazione. Così decise di alzarsi ed andare a parlare con lui della situazione: ricordava fin troppo bene le parole con le quali lo aveva liquidato perché “ci avrebbe pensato lui”. Se anche ci avesse pensato, grandi effetti non si erano visti. E poi Mario cominciava ad avere un gran brutto presentimento su come sarebbero andate a finire le cose.

Scese in fretta dall’auto e chiamò: “Papà! ”. Dall’altro lato, l’uomo sul vialetto di casa si voltò con uno strano spento sorriso sul volto. Felice nel rivedere il figlio e triste fino alle lacrime per come stavano andando le cose. Salirono in casa in silenzio, entrambi con gli occhi lucidi; nessuno scambiò una parola finché non si furono seduti ai due lati del grande tavolo della cucina.

“Papà, adesso che mi hanno anche silurato però me lo devi dire: si può mai sapere cos’è che avresti dovuto fare e che non hai voluto dirmi? ”

L’uomo di fronte a lui sembrava di colpo diventato suo nonno, altro che suo padre: gli occhi velati di pianto erano divenuti trasparenti come quelli di un vecchio; le spalle curve e la voce malferma completavano il quadro rendendogli quasi irriconoscibile il proprio genitore.

“Avevo il numero di telefono di una persona. Ho provato ad andare a chiedere un favore. Un favore personale. Credevo che, così facendo, avremmo potuto tirare il fiato quel tanto che basta per superare questo momento.”

“Un favore?  Che razza di favore hai chiesto?  E a chi, sant’iddio? ”

“Soldi, no?  Cosa avrei mai dovuto chiedere? ”

“Sì, ma… a chi? ”

“All’unica persona in questa città che possa trovare dei soldi dall’oggi al domani e che non sia un delinquente: Franceschi.”

“Ma proprio da lui dovevi andare! ” urlò Mario. Si rendeva conto perfettamente che era ingiusto prendersela con suo padre, ma tutte le delusioni e le frustrazioni delle ultime settimane strariparono a quella notizia. E lui non riusciva a comportarsi diversamente.

“Proprio da quel farabutto figlio di puttana, dovevi andare?  Cazzo!  Ma allora dillo: «Voglio mandare tutto a quel paese. Voglio fottere tutto quanto, te per primo». Magari mi regolavo e me ne andavo da solo! ”

Il vecchio non rispose, gli occhi allagati di lacrime.

“Con che idea, poi: «l’unico che non è un delinquente.» Perché il bastardo non è un delinquente: è il delinquente. Il capo di tutti i delinquenti della città: quelli veri, in giacca e cravatta. Non quei poveri cristi che sono costretti a rubare un portafoglio per non morire di fame. Ma quelli che danno un ordine e fanno fare la fame alle famiglie; mettono una parola e finisce che qualcuno ci lascia le penne. Dove cazzo vivi, si può sapere?  Sulla luna?  Possibile che in città lo sappiano tutti tranne te, che Franceschi non è uno di cui ci si possa fidare? ”

Il vecchio continuava a tacere, del tutto prostrato alla sfuriata del figlio. La sua unica reazione fu che si portò le mani sul volto, e cominciò sommessamente a singhiozzare. Intanto Mario aveva consumato in parte l’adrenalina che gli aveva inondato le vene e stava ricominciando a ragionare con più equilibrio; vedere suo padre piangere gli aveva fatto capire subito quanto avesse esagerato nel prendersela con lui. Così si alzò, girò attorno al tavolo ed andò a posare le proprie mani sulle spalle curve dell’uomo.

Sentendo il contatto del figlio Luigi abbassò le mani che gli coprivano il volto per dire, sommessamente: “Ma io l’ho fatto perché speravo che ci potesse aiutare.”

“Sì, papà. Lo so. Scusa, ma io con quel bastardo ho un conto aperto. Solo che non riesco a immaginare come possa fare per farglielo saldare. Ogni volta quel cane dà un ordine, da qualche parte si tira una leva. E mi fotte. Io adesso qui ho le mani legate: cosa posso fare ormai? ”

“Vedrai che riusciamo a venirne fuori. Forse potrei…”

“No, papà. Grazie, ma no. Adesso voglio prima fare chiarezza io dentro la mia testa. Magari mi prendo un po’ di tempo per me. Potrei sparire per un po’: farei un favore a te e all’azienda, perché sono io il bersaglio di Franceschi. E farei un favore a me, mentre mi lecco le ferite.”

“Tu?  Ma perché dovresti essere tu il bersaglio? ”

“Perché mi ero innamorato di sua figlia.”

***

La discussione con suo padre aveva squarciato in parte l’oscurità che l’attanagliava, ma Mario si sentiva ancora troppo in bilico: la sua sorte era appesa ad un filo invisibile nelle mani dell’ultima persona che avrebbe dovuto avere un tale potere su di lui. C’era un modo solo di smarcarsi dalla situazione, ed era provare a passare all’attacco: era ora di chiedere ad Andrea quelle informazioni che si era offerto di procurare.

Fu con questo stato d’animo che Mario compose il numero; il cellulare squillò parecchie volte, finché, dall’altro capo, giunse la voce assonnata dell’amico.

“Pronto! ”

“È quasi mezzogiorno: ti sembra l’ora di dormire?  Cos’è?  C’è sciopero, oggi? ”

“Lascia perdere: ero di turno stanotte. Come sempre, quando ho la notte, c’è un cretino che decide di fare cose che non dovrebbe fare: tanto poi, ci pensa il sottoscritto.”

“Cosa succede di grave? ”

“Ma niente… Le solite bande di extracomunitari: come se non gli bastasse la vita che fanno di giorno, con il buio devono anche fare a coltellate. Cambiamo discorso, che è meglio. Come va? ”

“Ce l’hai una domanda di riserva?  Va da schifo, va.”

“Cioè? ”

“Cioè nel giro di un mese le banche ci hanno rovinato, mandato in tribunale e commissariato.”

“Un mese? ”

“Non dire niente: ci siamo già capiti!  Non paghi di questo, il commissario arriva e firma, nell’arco di 5 minuti, il mio licenziamento.”

“Giusto: classica azione che rientra nelle competenze della normale amministrazione. Senti, hanno promulgato delle leggi particolari, lì, o valgono ancora quelle in uso presso la Repubblica Italiana? ”

“Qui vale la legge di una persona sola, caro mio. Io non voglio finire in carcere perché l’ho ammazzato, anche se mi toglierei una grande soddisfazione; guardare il sole da dietro una grata però non è il mio scopo nella vita. E poi c’è Lucia.”

“Lucia… Come va con lei?  Cosa dice di tutto questo? ”

“Anche qui vorrei una domanda di riserva. Negli ultimi tempi le cose sono peggiorate di continuo; adesso, nella migliore delle ipotesi, ci siamo presi una pausa di riflessione, per dire così.”

“Cristo!  E perché t’ha mollato? ”

“Come fai a dire che mi abbia mollato lei, eh? ”

“Ma sentiti: innamorato come sei, ancora e nonostante tutto, come avresti potuto mollarla tu?  Basta un po’ di buonsenso, per questo. Non serve un ispettore.”

“Già. Comunque mi ha mollato perché le ho detto che tutto questo casino è colpa di suo padre.”

Andrea si mise a ridere di colpo: “Mi domando come mai tu non abbia avuto accesso alla carriera diplomatica: con questo tatto avresti spianato anche la pace in medio oriente.”

“Ehhh… Hai ragione. Ci penserò, se continuo a non trovare un lavoro. Adesso però vorrei sapere se proprio non ho speranze, o se invece la legge conta ancora qualcosa.”

“Non preoccuparti, che la legge conta ancora e non solo qualcosa. Mi ha detto un collega che ci sono delle intercettazioni sul nostro uomo. Tirano in ballo certi esponenti di una cosca affiliata ai Rinzivillo. Brutta gente, quella lì: una cosca potente, un clan giovane e spietato, che non si fa certo problemi di onore o di territorio. Gente senza regole e senza scrupoli, che fa il bello e il cattivo tempo secondo il proprio capriccio. Gente capace persino di uccidere per un vago principio, per pochi spiccioli, o per il puro gusto di farlo.”

“E allora?  Perché non tirate fuori queste cazzo di intercettazioni? ” rispose Mario, con rabbia.

“Perché sono state fatte senza l’autorizzazione di un giudice e quindi in tribunale non servirebbero a nulla. Servono solo a noi per andare poi a colpo sicuro quando chiediamo di procedere, visti i tempi che ci sono nei tribunali. A parte il tuo caso, s’intende.”

“C’è poco da scherzarci su.”

“No: non c’è nulla da ridere. Però queste sono informazioni che non avrei neppure voluto darti per telefono. Se si vengono a sapere queste cose fanno il culo prima di tutto ai ragazzi che fanno intercettazioni: mi dispiacerebbe proprio perché sono amici miei. Poi fanno il culo al sottoscritto: e mi dispiacerebbe ancora di più. Non so se ho reso l’idea.”

“Ho capito. Tu mi hai detto una cosa che mi serve, ma tanto non me ne posso fare nulla e potevo anche fare a meno di chiedertela.”

“Infatti finora non ti avevo chiamato proprio per questo motivo; queste cose te le ho dette solo perché ti hanno rovinato e io voglio farti capire che non è solo colpa tua. C’è uno zampino, dietro, di gente che non si fa scrupoli ad usare il proprio potere. Adesso che hai la coscienza più tranquilla, però, te ne puoi dimenticare, se non vuoi la mia rovina.”

“Vabbè, ho capito. Grazie, di tutto, come sempre.”

“Mi ringrazierai dopo, quando questa storia sarà finita, eh?  Adesso scusa, ma vorrei tornare a dormire.”

Andrea aveva riattaccato senza aspettare il saluto di Mario, lasciando quest’ultimo con qualche certezza in più senza che per questo, però, si potesse risolvere alcunché. I dubbi continuavano ad assalirlo come e più di prima: com’era possibile, in un paese civile, avere le prove di un’associazione a delinquere e non poterle usare?  In base a quali princìpi, in ossequio a quali diritti era lecita una cosa del genere?

Continuando a rigirarsi il telefono tra le mani, come se l’oggetto da solo potesse bastare per evocare l’aiuto dell’amico, Mario cercava di spremersi le meningi. Doveva pur esserci un modo per non tradire la parola data ma al contempo fare qualcosa. Sentiva che doveva esserci, da qualche parte, un anello debole nella catena.

Sciogli nodi, separa i sodali
vincer non puoi finché stanno legati

Andrea ha sempre parlato di Franceschi, certo. Però non era forse vero che la banca aveva avuto un comportamento sospetto fin da subito?  Che aveva richiesto un rientro sospetto dei capitali?  Che, addirittura, aveva prestato gli ultimi soldi con un tasso alto. Molto alto. Sospettosamente alto?

Eppure la legge definisce bene qual’è il limite del tasso a cui si può prestare: al di sopra è usura. Non sarebbe stata certo la prima banca, quella, a finire nella trappola per troppa avidità. E lì, probabilmente, c’era ben altro che non la cupidigia.

Forse era il caso di andare a rivedersi per bene le carte che quei signori avevano inviato a suo padre.

Certo, il bersaglio grosso rimaneva fuori portata. Anche così, Franceschi sarebbe rimasto pulito: un grande scandalo, che avrebbe portato al ricambio dei vertici della Cassa di Risparmio. Con altri scagnozzi di Franceschi. Era un punto di partenza, ma non poteva essere l’obbiettivo della guerra. Prima di muoversi, forse era davvero il caso di staccare. Lasciare che la sua mente eliminasse le scorie e le tossine dell’ultimo periodo.

Ma non voleva neppure dare l’impressione di scappare. Ripensò a Lucia: lei aveva un’adorazione, per suo padre. Ovvio che reagisse così. E lui non era nello stato mentale adatto per una discussione pacifica. Ma adesso era diverso: bisognava parlare. Lui l’amava, ed era certo che lei amasse lui; dovevano parlare per non farsi condizionare da tutto quanto ruotava loro attorno. Se volevano essere una coppia, dovevano essere più forti di tutto e tutti.

Sapeva che, così facendo, avrebbe tradito Andrea: il rischio che lei andasse a spifferare tutto al padre c’era. Eccome, se c’era. Però Mario sentiva che Lucia non l’avrebbe tradito: l’amore non è forse un ponte capace di superare le acque più tormentate?  Lucia non era quel genere di ragazza: era un azzardo, ma decise che, per la prima volta nella vita, avrebbe seguito il cuore prima che il cervello.

Non era certo il caso di mandarle un’email: i computer non sono un posto sicuro dove lasciare certe tracce. Meglio una vecchia, cara, lettera di carta: avrebbe potuto infilarla sotto il tergicristallo della sua auto mentre era in palestra, ad esempio. Così era abbastanza certo che nessuno ne avrebbe mai saputo nulla.

Prendi un foglio, scrivi il tuo amore
apri il tuo cuore, andrai per tornare

Prese un foglio e cercò di riordinare le idee. Le intercettazioni; la necessità di mantenere il segreto; l’occasione di sparire per un po’ per far quietare le acque ed intanto chiarirsi le idee. Ma soprattutto le voleva scrivere di quanto le mancasse e quanto la sua vita fosse vuota senza lei al suo fianco.

Trasse un profondo respiro e cominciò a scrivere:

Cara Lucia,
Ti amo. Sono costretto ad andarmene per un po’, ma voglio che tu sappia…

Fu un’ora sofferta. Dopo aver letto e riletto quel foglio, decise che era ora di fare quanto aveva dichiarato. Lo chiuse in una busta: domani era il giorno in cui lei sarebbe tornata in palestra. Adesso aveva ventiquattro ore per prepararsi.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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