Il mare prende tutte le lacrime


Per Mario, l’ora del tramonto stava diventando un appuntamento fisso. Percorrendo il sentiero che costeggiava l’isola, ogni sera guidava i suoi passi lungo la striscia di spiaggia, punteggiata dalle chiazze giallastre delle euforbie, che digradando leggermente ad occidente sembrava un dolce scivolo verso il mare quieto.

Lui osservava a lungo quelle due immense distese, di acqua e di cielo, che giacevano sfiorandosi nella sottile linea dell’orizzonte, entrambe dipinte d’azzurro e striate dei colori mutevoli del tramonto. Aspettava un momento speciale, che aveva imparato a riconoscere, quando i rosa pastello delle nuvole sottili, dopo aver virato verso il pervinca, bruciavano la breve vampa di un porpora vivace, per poi scolorire lentamente in un triste indaco cupo, messaggero della notte.

Solo allora, quando le prime lucciole si levavano in silenzio dalle giunchiglie vicine alla riva, Mario si alzava dalla sabbia umida, dove era rimasto seduto, e tornava a casa seguendo il sentiero di quei piccoli scoppi di luce, guizzi appena visibili nella crescente penombra.

Affrettava il passo, nell’ultimo tratto del viottolo, quando si scorgevano le luci del paesino di Favignana e rientrava svelto all’interno dell’albergo, stringendosi le braccia intorno alla maglietta leggera che lasciava facilmente passare i primi rigori dell’autunno, ormai imminente.

Gianni era quasi sempre lì, nella sala principale, seduto a capo chino sulle stesse scartoffie che insieme a Mario, tutte le mattine, studiavano con attenzione. Sentendolo rientrare, alzava la grossa testa pelata, gli piantava in viso i suoi occhi azzurri, grandi come quelli di un bambino, e spalancava le sue labbra carnose in sorriso affettuoso.

“Mario, amico mio! ” gli diceva immancabilmente ogni volta, “Com’era il mare?  Vieni, facciamoci un goccetto di Marsala!”

Senza attendere risposta, spillava da una botticella due generosi dosi del dolce nettare, poi guidava l’ospite verso uno degli eleganti divanetti nuovi, ancora ricoperti dalla pellicola protettiva – così sarebbero rimasti fino alla prossima primavera, quando l’albergo doveva essere inaugurato – e gli chiedeva di nuovo, fissandolo intensamente: “Com’era il mare? ”

Lo domandava sempre. Perché lui, il mare, non l’aveva mai visto. Non ne aveva il coraggio.

Nonostante Andrea, prima della partenza, gli avesse raccontato molte cose sul suo originale amico, c’erano voluti alcuni giorni perché Mario riuscisse ad abituarsi allo stile espansivo e gioviale di Gianni Barolini. Originario di un piccolo borgo abruzzese, in mezzo alle montagne, dopo aver gestito per vent’anni la macelleria di famiglia l’eccentrico imprenditore, di punto in bianco, aveva venduto tutto e si era messo a girare il mondo.

“Una pianta non vive bene sempre nello stesso vaso” aveva detto a Mario la prima sera, seduti a tavola in un delizioso ristorantino di Erice, dove l’aveva invitato per dargli il benvenuto. Gianni l’aveva messo subito a proprio agio, complici un paio di bicchierini di Marsala, liquore del quale, Mario l’avrebbe scoperto in fretta, esisteva una varietà specifica per ogni occasione.

Gianni gli parlava di sé con naturale confidenza, come due vecchi amici che si incontrano dopo molto tempo. La serata era trascorsa veloce, in un’atmosfera di spensieratezza che Mario, negli ultimi tempi, non aveva davvero sperato di poter sperimentare nuovamente.

L’ometto rubizzo e allegro aveva proseguito la conversazione raccontandogli di come, da un paio d’anni, si era trapiantato nell’isola di Favignana. C’era venuto per caso, la prima volta, ed aveva subito messo gli occhi su una vecchia cascina, di indubbio fascino e di altrettanto certa prossima demolizione.

Spendendo una buona parte dei suoi risparmi l’aveva comprata a tempo di record. Sfidando i mulini a vento della burocrazia, ben più insidiosi di quelli delle vicine saline, aveva ottenuto il permesso per la ristrutturazione e per lo sfruttamento commerciale; poi la sua energia e il suo ottimismo avevano fatto il miracolo.

Nel giro di pochi mesi, l’edificio era stato rimesso in sesto ed erano iniziati i lavori per la sua ristrutturazione interna, destinata a trasformarlo in locanda vecchio stile.

Mario aveva ascoltato l’entusiastico resoconto dissimulando il proprio scetticismo. Ma, appena messo piede nel futuro albergo, si era dovuto ricredere. L’ambiente era incantevole, in un contesto idilliaco; l’arredamento, gli interni, tutto era stato progettato con competenza, gusto e semplicità, dimostrando inconfutabilmente che il suo ospite aveva un vero talento per quel genere di cose.

Nei due giorni successivi, Mario scoprì ciò di cui invece Gianni Barolini difettava completamente: le competenze necessarie a mandare avanti la contabilità. Era del tutto incapace di comprendere i più elementari principi di ragioneria e risultava perfettamente inutile parlargli di bilanci, partita IVA, interessi o fatturazioni.

Ad un primo controllo, scoprì che soltanto un miracolo aveva impedito che, nella confusione totale, venisse commesso qualche errore irreparabile. Ma fu anche subito chiaro, allo sguardo esperto dell’ex-tipografo, che il suo aiuto era giunto appena in tempo per salvare l’aspirante albergatore dalla rovina. Non c’era tempo da perdere, però: per rimettere in ordine quel macello, gli ci sarebbe voluto non meno di un mese di lavoro.

Glielo disse, usando tutta la diplomazia possibile. L’altro lo guardò, con l’aria vagamente divertita, poi scoppiò in una fragorosa risata e gli disse, battendogli sulla schiena una pacca che avrebbe potuto ammazzare un bue: “E per fortuna sei arrivato tu! ”

***

Così Mario aveva ricominciato ad impiegare il proprio tempo in un lavoro, anche se alla fine si trattava più di una specie di baratto: consulenza fiscale in cambio di vitto, ospitalità e, visto che Gianni non voleva saperne di passare troppe ore con la testa sulle carte, una buona dose di tempo libero.

Al giovane tipografo quella vita non dispiaceva: capiva che era esattamente ciò di cui aveva bisogno. Qualcosa che gli tenesse impegnata la mente, ma senza soffocarlo, lasciandogli il tempo di metabolizzare i recenti sconvolgimenti subiti dalla sua vita, per capire da che parte iniziare a risalire la china.

All’inizio, c’erano stati molti particolari che non gli tornavano; sentiva la testa piena di tessere di un puzzle che si rifiutavano ostinatamente di mettersi al proprio posto. Eppure doveva pur esserci qualcosa da cui partire. La classica tessera dell’angolo, dalla quale costruire la cornice ed infine dare un senso ad una massa informe di coriandoli di cartone.

Prima di lasciare la sua città, era riuscito comunque a dare un senso a molte cose. Suo padre, alla fine, aveva trovato il coraggio di confessargli che all’origine del debito da cui erano stati sopraffatti c’era proprio una richiesta d’aiuto a Franceschi.

Ma come poteva riuscire il sindaco di una città di provincia, anche se disonesto e corrotto, a piegare al proprio volere l’intero apparato amministrativo di un tribunale fallimentare, ed in modo tanto spudorato?

Alla fine era stato Andrea a dargli la chiave del mistero: preoccupato per la piega che avevano preso le cose, aveva infranto le regole del buon poliziotto, fornendo all’amico la certezza di quello che lui già sospettava. Dietro a Giovanni Franceschi c’era il crimine organizzato. Una cosca potente, un clan giovane e spietato, che non si faceva problemi di onore o di territorio: gente senza regole e senza scrupoli, che faceva il bello e il cattivo tempo secondo il proprio capriccio, arrivando persino ad uccidere per un vago principio, per pochi spiccioli, o per il puro gusto di farlo.

Al momento della sua partenza, le rivelazioni di Andrea l’avevano gettato nell’angoscia, spingendolo ad accettare quella proposta di pseudo-lavoro in Sicilia. Aveva trovato però il coraggio di lasciare un biglietto per Lucia, dove le svelava la verità su suo padre, dichiarandole in extremis, ancora una volta, il suo immutato amore.

Ma ora, lontano da tutto, circondato dalla solare energia di Gianni e dall’incanto della natura, l’ombra che l’aveva atterrito sembrava farsi di giorno in giorno meno minacciosa: quell’uomo, che due settimane prima gli era parso così irraggiungibile da potersi definire intoccabile, lo sentiva sempre più a portata di mano. C’erano momenti in cui, camminando per i vialetti curati dell’isola, si immaginava di trovarselo davanti, alla resa dei conti; gesticolando nell’aria frizzante dei pomeriggi settembrini, parlava a mezza voce, dimostrando nei toni e nelle parole una sicurezza che avrebbe voluto possedere davvero.

Ma una sera, quando ormai nel caos primordiale dei documenti di Gianni si iniziava ad intravedere un po’ di luce, a Mario capitò sotto agli occhi la prima pagina di un quotidiano nazionale.

C’erano stampati la sigla di una banca ed un nome, che la famiglia Girotti conosceva fin troppo bene; l’articolo parlava di un grosso finanziamento che la Cassa di Risparmio aveva assicurato per la campagna elettorale di Giovanni Franceschi. Nella cornice, c’era il volto grassoccio e unto del direttore di filiale con cui Mario aveva passato, pochi giorni prima di partire, un brutto quarto d’ora.

Scorse l’articolo: la parola usura ricorreva così spesso che si domandò come il caporedattore avesse potuto tollerare un tale numero di ripetizioni. Forse, concluse, era perché quella parola odiosa rappresentava una realtà tangibile, spudoratamente evidente, benché ammantata di legalità e burocrazia.

E non era forse un episodio di usura, quello che gli era capitato?  Si alzò di scatto, buttando il giornale sulla poltrona e rimanendo in piedi al centro della stanza.

Agir subito, senza perder tempo

Era quello che gli suggeriva la sua mente, rigenerata da quelle tre settimane di vacanza ed ansiosa di buttarsi nella mischia. La prima cosa da fare era chiamare suo padre: farsi mandare via fax le cambiali, i documenti della banca, le carte con le autorizzazioni. Sapeva che lui era un uomo all’antica, conservava persino gli scontrini dei supermercati per cinque anni!

Con passo deciso, si diresse verso l’appendiabiti, all’ingresso della hall, dove aveva lasciato il cellulare.

All’improvviso, il viso rubicondo di Gianni, che scendeva dal piano di sopra, gli si parò davanti.

“Amico! ” gridò, come se non lo vedesse da anni. “E com’era il mare oggi?”

Mario sorrise: “Liscio come una tavola. Ma perché non ci vai, una volta?  Vivi su un’isola, possibile che non mai visto ‘sta minchia di mare?”

“Ah! ” rise l’altro “Stai cominciando ad imparare il dialetto, eh?  Lo sai, ragazzo?  A me il mare farebbe un brutto effetto. Ho passato tutta la vita fra le montagne, con l’orizzonte chiuso dalle rocce, che non si vedeva nemmeno a due chilometri. Se guardassi il mare, son sicuro, ci rimarrei secco.”

Mario non trovò nulla da ribattere. Mise una mano sulla spalla dell’albergatore, che lo ricambiò con un buffetto e trotterellò verso la cucina, scomparendo oltre la porta a doppio battente.

Era incredibile il senso di serenità e armonia che gli trasmetteva quell’uomo: sembrava animato da un’inesauribile sorgente di positività ed allegria. Non guardava in faccia la realtà, ma si limitava ad attraversarla, lieto e imperturbabile, come un raggio di sole.

No, non poteva lasciar perdere ogni cosa e mollarlo lì, senza preavviso.

Prima finir ciò che si è cominciato,
poi ogni torto verrà ripianato!

E con questo motto in testa, Mario si avviò verso la sua stanza, deciso ad andarsene a dormire.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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