E torna la voglia di lottare


Andrea riattaccò la comunicazione, ma invece di rilassarsi e stendersi nuovamente sul letto, rimase seduto contro il cuscino. Con il braccio sollevato a mezz’aria, teneva fisso il display del cellulare davanti al viso: il volto sorridente di Mario e la scritta rossa “chiamata terminata” campeggiavano al centro di uno sfondo psichedelico multicolore.

La telefonata era stata breve, come testimoniava il totale dei minuti di conversazione sullo schermo che, mentre lo guardava, sbiadiva lentamente, oscurato dalle impostazioni del risparmio energetico.

Posò il telefono sul comodino e si alzò dal letto, rinunciando ad ogni tentativo di abbandonarsi al sonno: nelle orecchie gli echeggiava ancora il tono euforico di Mario. Il cambiamento di umore dell’amico lo aveva sbalordito fin dal primo scambio di saluti: l’ultima volta che si erano sentiti, prima della sua partenza per Favignana, lo ricordava scoraggiato e depresso, desideroso soltanto di ritirarsi in un posto tranquillo a leccarsi le ferite.

Adesso invece gli era sembrato in un atteggiamento del tutto opposto: frenetico, eccitato, desideroso di spaccare il mondo. Pronto per tornare alla ribalta e smanioso di dimostrare il suo valore.

Si versò un generoso bicchiere di whisky gelato, che teneva a portata di mano per le occasioni come quella, quando svegliandosi nel cuore della notte aveva bisogno di schiarirsi le idee in fretta. Era stato lui a consigliare a Mario di andare a dare una mano al suo amico Barolini: quell’albergatore mezzo matto, con la sua idea di aprire un albergo nelle Egadi, gli era parso il tipo ideale per tirarlo su di morale e tenergli la testa impegnata, lontana dai guai.

La prima parte del piano, a giudicare dall’entusiasmo folle che il suo amico aveva manifestato al telefono, era riuscita alla perfezione. Ma quanto a stare lontano dai guai, neanche a parlarne. Anzi, a quel che sembrava, aveva ficcato il naso in un bel vespaio. E sembrava dannatamente contento di aver fra le mani una brutta gatta da pelare.

Con uno scatto atletico, il poliziotto attraversò il suo appartamento e accese il computer. Digitò brevemente sulla tastiera e attese il risultato della ricerca: sorrise, compiaciuto, e con pochi comandi confermò la prenotazione su un volo per Trapani. L’esperienza gli aveva insegnato troppe volte che, in certe faccende, non era il caso di perder tempo.

***

Nello stesso momento, a diverse centinaia di chilometri di distanza, anche Mario non riusciva a prendere sonno. Il cuore gli batteva freneticamente nel petto, mentre ad occhi chiusi ripercorreva le immagini della serata, cercando di fare lucidamente il punto della situazione.

Il pacchetto di droga, che aveva nascosto frettolosamente nel fondo dell’armadio, sembrava ammiccargli dal buio, come una sorta di cuore rivelatore. Ma quel battito, anziché accusarlo, gli prometteva la rivincita morale che agognava.

Ora più che mai sentiva di aver compiuto la scelta giusta, restando al fianco di Barolini anche in quegli ultimi giorni di settembre, rinunciando ad anticipare il volo di ritorno e rimandando, anche se di poco, la resa dei conti con il direttore della Cassa di Risparmio che aveva messo sul lastrico lui e suo padre.

Adesso capiva quanto avesse sbagliato a fuggire con la coda fra le gambe, anziché rivolgersi subito alle istituzioni, fidandosi della giustizia. Si era lasciato condizionare dai luoghi comuni, cedendo ad un facile senso di vittimismo che lo aveva spinto a dichiararsi sconfitto, anziché a denunciare la propria situazione alle autorità.

Adesso però poteva rimediare: quello che stava succedendo non poteva essere un caso!  Era sicuro di trovarsi davanti ad una di quelle situazioni in cui il destino ti offre una seconda possibilità, l’occasione da afferrare al volo per risalire la china, e lui era determinato a non lasciarsela sfuggire.

Non ricordava per quale ragione, proprio quella sera, avesse deciso di deviare dalla passeggiata principale, lungo la quale amava indugiare fino a tardi, per godersi la brezza di mare e il rumore cullante della risacca. Ad un certo punto, seguendo le curve bizzarre di un sentiero che piegava verso i canneti, aveva sentito delle voci maschili e, spinto dalla curiosità, si era avvicinato.

I due l’avevano visto subito: Mario proveniva dall’abitato e aveva alle spalle le luci vivide del porto. Non sembravano sorpresi e non avevano fatto alcun tentativo di nascondersi, anzi, gli erano venuti incontro, apostrofandolo con qualche parola di dialetto, che il giovane tipografo non capì.

“Come? ” domandò.

“Ti manda Tonio? ” ripeté uno dei due. A differenza dell’altra, che aveva la parlata del posto, la seconda voce denotava un accento nordafricano: la sagoma dell’uomo che lo aveva interrogato, nel buio, gli sembrò improvvisamente massiccia e minacciosa.

Senza riflettere, stupendosi della sua stessa reazione, Mario rispose d’impulso.

“Certo. Mi ha detto di venire qui stasera.”

I due parvero rilassarsi. Il ragazzo siciliano estrasse una sigaretta e la porse al nuovo venuto, che la prese e se l’accese, guadagnando tempo.

“Ci dai una mano a scaricare” stava dicendo l’africano, con il tono di chi dà gli ordini “poi ti prendi i soldi e te ne vai per i cazzi tuoi, va bene? ”

“Ehi, d’accordo.” bofonchiò Mario, sempre più inspiegabilmente eccitato da quell’assurda situazione

Per un po’ tutti rimasero in silenzio. Il gracidio delle rane, ipnotico e leggermente surreale, si confondeva con i battiti furibondi del cuore di Mario, che si domandava per quale assurdo motivo non se la fosse già data a gambe, togliendosi da quella situazione che non riusciva ancora a comprendere pienamente.

Il ronzio di un motore, in rapido avvicinamento, interruppe i suoi pensieri. I due ragazzi rimasero immobili, ma in qualche modo ne percepiva i muscoli tesi, i sensi all’erta, come due animali in agguato nel buio, pronti a scappare.

Poi la luce fredda e azzurrognola di una torcia a LED squarciò il buio, guizzando brevemente fra le canne e ripetendosi tre volte a rapidi intervalli. Gli altri due erano scattati in avanti, infilandosi a bagno nella fanghiglia vicino alla riva, dove una veloce imbarcazione di piccola stazza si stava facendo largo fra le giunchiglie. I suoi due compari afferrarono le cime lanciate dall’equipaggio e trascinarono per alcuni metri lo scafo, che aveva spento il motore.

Seguendo un altro sconsiderato impulso della sua mente sovreccitata, Mario aveva estratto il telefonino e, cercando di non dare nell’occhio, stava riprendendo la scena con la piccola telecamera.

Nel giro di pochi secondi, efficienti ed in perfetto silenzio, quattro uomini vestiti di scuro erano già scesi a terra, assicurando la barca a vecchi pali di ormeggio, e si davano da fare intorno al piccolo scafo, immersi fino alle ginocchia nell’acqua bassa del canneto.

“Vieni.” lo apostrofò l’africano, indicandogli un punto sul fianco della lancia da dove venivano estratte robuste cassette di legno.

Fece appena in tempo ad infilarsi di nuovo in tasca il telefono, poi i marinai lo fecero avvicinare e gli indicarono le cassette. Attesero che ne avesse caricate un paio e lo spedirono via, indicandogli di tornare rapidamente verso la riva. Mario seguì obbediente la schiena degli altri, che si erano allontanati con un identico fardello e si stavano allontanando dall’imbarcazione percorrendo un tragitto quasi parallelo alla costa, rimanendo immersi nell’acqua bassa.

Dopo alcuni istanti, si udirono gli scoppi del motore che veniva acceso; il ronzio crebbe di intensità, per poi allontanarsi rapidamente mentre la barca riprendeva il largo. L’intera operazione non era durata che pochissimi minuti.

Preoccupato per la piega che stavano prendendo gli eventi, Mario considerò l’ipotesi di liberarsi delle pesanti cassette e darsela a gambe verso la riva. Ma oltre alla curiosità di scoprire cosa contenevano quelle casse che gli stavano spaccando la schiena, lo tratteneva la consapevolezza che gli altri non avrebbero impiegato un minuto ad acciuffarlo, in mezzo a quell’acquitrino, per lui del tutto sconosciuto.

Nel frattempo, la luce della luna era sorta a rischiarare il cammino, rendendo meno insidiosa la marcia fra le canne. Dopo una tragitto estenuante di un paio di chilometri, il grosso africano, che guidava il gruppetto, piegò decisamente verso terra, puntando un promontorio che si allungava verso il mare, portandosi dietro un tratto di rupe scoscesa ricoperta da una fitta macchia.

Guadagnata la riva, si diressero verso un punto in cui le rocce nascondevano l’ingresso di una caverna naturale, semisepolto dai cespugli accumulati alla bell’e meglio. I due contrabbandieri, posate le casse, si diedero da fare per spostarli, rivelando una robusta porta di metallo, con una serratura di sicurezza.

“Non viene mai nessuno, da queste parti.” spiegò il più giovane, mentre l’altro si dava da fare con una grossa chiave da porta blindata. “Ma è sempre meglio essere prudenti”.

Mario annuì, posando a sua volta le cassette e massaggiandosi le braccia indolenzite.

Una volta dentro, alla luce di una grossa torcia, il giovane tipografo ebbe la conferma dei suoi sospetti: in superficie, le casse contenevano un carico di sbarre d’acciaio, pezzi da fonderia che, una volta rimossi, rivelavano un sottilissimo strato di polvere biancastra, protetta da due fogli trasparenti.

“Ci si spezza la schiena, ma se ci beccano, c’è sempre la balla dei rifornimenti per la fonderia di Tonio”

“Due grammi ogni cassa. Eroina pura.” tagliò corto l’africano “Per te fanno quattrocento.” E così dicendo, allungò a Mario una matassa di banconote stropicciate. Lui le prese e fece per mettersele in tasca, ma inaspettatamente, la mano dell’altro gli bloccò il polso.

“Forse però” fece l’uomo, con tono allusivo “tu vuoi altri soldini facili? ”

“Che cos’hai in mente? ” rispose Mario, sperando che la voce non tradisse il suo panico crescente.

“Noi qui abbiamo quasi venti grammi di droga. Troppa per nostro giro. Abbiamo un contatto a Trapani che può prendere il resto, ma abbiamo bisogno di portarla con traghetto.”

“Noi due siamo troppo conosciuti,” precisò il ragazzo più giovane, “ci serve un tipo sveglio che si metta dieci grammi di eroina nelle mutande e ci faccia da corriere. Capito? ”

“Capito.” Era sempre più eccitato da quel gioco folle. “E io che ci guadagno? ”

***

Il trillo del cellulare lo fece sobbalzare bruscamente: malgrado tutto, alla fine Mario aveva finito per addormentarsi.

“Pronto.”

“Ma che, dormivi? ”

“Eh, sono quasi le tre di notte…”

“Dopo tutto il casino che hai combinato, soltanto un pazzo incosciente come te poteva addormentarsi sereno come un bambino.”

“Mi hai chiamato per questo? ”

“No. Volevo dirti che il video che hai mandato fa schifo. È tutto buio, e l’audio è anche peggio. Si capisce troppo poco perché valga qualcosa come prova.”

“E la roba che ho nell’armadio?  Quella lì è una bella prova, no? ”

“Sì, ma a carico di chi?  Per come stanno le cose ora, se tu ti presentassi dai Carabinieri con la droga e la tua storia, nella migliore delle ipotesi penserebbero che stai cercando di fare il furbo: sacrificare il carico per uscire dal giro, o chissà che altro.”

“E allora? ”

“Ci vogliono altre prove. Una registrazione audio più chiara, con quei due che dicono qualcosa di compromettente.”

“Del tipo? ”

“Hai detto che ti hanno dato indicazioni sulla consegna. Potresti provare a rintracciarli, per chiedergli qualcosa di più preciso, o fingere di non aver capito.”

“Lascia fare a me, capo! ” rispose Mario, con tono divertito.

“Non sono il tuo capo. Se lo fossi, ti avrei sbattuto fuori da un pezzo.”

“Ormai ai licenziamenti facili ci sono abituato.”

“See. Vedi di dormire, ora. Ci sentiamo domani, quando avrai parlato con quei tizi, d’accordo? ” E senza attendere risposta, Andrea riattaccò la comunicazione.

Solo più tardi, quando era ormai sul punto di prendere sonno, realizzò che non aveva comunicato a Mario di aver prenotato un volo per l’isola, di lì a pochi giorni.

“Meglio così, che rimanga all’oscuro.” bofonchiò, parlando da solo. “Il ragazzo è troppo eccitato, e non vorrei che si lasciasse sfuggire una parola di troppo.”

***

“È sicuro che il posto sia questo, Ispettore? ”

Le parole del Maresciallo, sebbene sussurrate a voce bassissima, suonarono nitide all’orecchio di Andrea. Il poliziotto si chinò, ruotando la testa per avvicinare a sua volta la bocca all’orecchio del Carabiniere, che lo accompagnava insieme alla sua squadra al completo. Quando gli aveva telefonato, raccontandogli che un suo uomo, in vacanza sull’isola, aveva casualmente messo le mani su un grosso giro di droga, il Maresciallo era caduto letteralmente dalla seggiola. Da mesi i suoi uomini avevano sospetti e cercavano indizi, ma non erano riusciti a cavare un ragno da un buco.

“Ci sono altre case diroccate, sull’isola? ” domandò in fretta l’ispettore.

Il militare scosse la testa con un movimento secco e deciso.

“Allora è questo per forza” tagliò corto Andrea, tornando a concentrarsi sul giardino abbandonato della vecchia villa abbandonata, all’interno della quale, stando a quello che gli aveva detto Mario, lui stesso doveva incontrarsi con i trafficanti di droga per ottenere informazioni più precise sulla consegna.

Guardò per l’ennesima volta l’orologio: si erano appostati alle due e cinquanta, esattamente cinque minuti dopo l’orario previsto per l’incontro. Aveva scartato l’ipotesi di giungere in anticipo sul luogo, per ridurre al minimo il rischio di essere scoperti da qualche uomo di guardia, e naturalmente non aveva detto nulla a Mario, ignaro persino della sua presenza a Favignana.

Con un gesto nervoso della mano, fece cenno ai Carabinieri di aspettare, poi si mosse con silenziosa rapidità e scattò in avanti. In poche, atletiche falcate, Andrea raggiunse il perimetro dell’abitazione ed iniziò a scivolare lungo il muro finché raggiunse una finestra.

Si mise in ascolto, e dopo pochi istanti lo sentì: il rumore, sinistro e inconfondibile, di un robusto cazzotto.

“Allora? ” ripeté l’africano, massaggiandosi la mano indolenzita. Sul volto di Mario, sudato e tumefatto, una grossa goccia di sangue stillava lentamente da una spaccatura sopra lo zigomo, come se fosse indecisa se colare giù o rimanere appesa al profondo taglio da cui era sgorgata.

“Per chi cazzo lavori?  Eh? ” Un altro colpo, violento e improvviso, raggiunse il tipografo, stavolta in pieno petto. Mario sobbalzò, lottando per respirare, mentre i lacci con cui lo avevano legato ad una vecchia sedia sgangherata gli segavano la pelle degli avambracci.

Intorno a lui, oltre al capobanda che lo stava massacrando, c’erano il giovane siciliano e un altro uomo, basso e tarchiato, con il cranio rasato e le braccia muscolose ricoperte da un’impressionante quantità di elaborati tatuaggi. Prima di tradirsi stupidamente con il suono di avvio registrazione del cellulare, Mario aveva appreso che il terzo uomo era Tonio, il padrone della fonderia che offriva la copertura per i viaggi delle barche.

“Per chi hai fatto quelle registrazioni?  Cosa volevi farci?  Eh? ”

Un attimo prima che il picchiatore colpisse ancora, con un frastuono di assi rotte e una serie di grida concitate, Andrea e i Carabinieri fecero irruzione.

Rapidi come animali braccati, i trafficanti di droga si lanciarono in una fuga disordinata, ma nessuno dei tre ebbe la minima speranza di sfuggire alla retata. Pochi istanti e tutta la piccola banda giaceva ammanettata e legata sul pavimento polveroso del rudere.

Andrea raggiunse l’amico, liberandolo con pochi colpi di coltello dalle corde che lo stringevano.

“Non ho sentito bussare.” tentò di scherzare Mario, ma fu colto da un violento accesso di tosse, che lo fece piegare sulla sedia, mentre dalla gola gli usciva un fiotto denso di sangue coagulato.

“Chiamate un medico.” gridò Andrea. Poi il tipografo scivolò a terra, svenuto.

***

“È sicuro che possa ripartire, dottore? ”

“E dai, Andrea” si intromise Mario, seduto sul letto. “L’ha detto anche stamani, che non ho nulla. Sono sano come un pesce.”

“E da uno psichiatra ti sei fatto visitare? ” rispose Andrea, stizzito.

“Sì. Ha detto che devo fare qualcosa per il mio amico immaginario, quello che compare all’improvviso e mi salva la vita.”

“Sei proprio un cretino.”

“Il suo amico è stato fortunato.” intervenne il medico, mettendo una mano sulla spalla del suo giovane paziente. La stanzetta, nella piccola infermeria dell’isola, era fresca e accogliente: da fuori giungevano i profumi di un antico giardino, dove venivano ancora coltivate le piante officinali della tradizione.

“Ma per un po’ dovrà starsene a riposo: dopo il volo, consiglio di trascorrere qualche giorno di riposo, lontano da sforzi ed emozioni.”

“Dottore la ringrazio” fece Mario, alzandosi cautamente dal lettino dove era stato visitato. Andrea gli fu subito al fianco, sorreggendolo per un braccio e accompagnandolo fuori, lungo un grazioso vialetto ornato di pietre chiare.

Dopo pochi metri, Mario si scostò e proseguì da solo, acquistando progressivamente sicurezza.

“È tutto a posto con quei tizi? ” domandò dopo un po’, rompendo un silenzio nel quale percepiva l’irritazione dell’amico.

“Sì. Hanno creduto alla mia storia e ti fanno persino un sacco di complimenti. Fosse per loro, avrebbero voglia di proporti per una medaglia! ”

“Eh, sarebbe un bel gesto! ” scherzò Mario.

“Ma la vuoi smettere di fare il deficiente?  Ti rendi conto che potevi rimanerci secco! ”

“Certo che me ne rendo conto.” I due ragazzi ora si erano fermati e si fronteggiavano. “Credi che non abbia pensato alle conseguenze, quando cercavo di incastrare quei bastardi? ”

“Si può sapere perché diavolo ti sei messo in questo casino, Mario?  Non ti bastano i problemi che hai? ”

“Proprio tu me lo chiedi? ”

“Sarebbe a dire? ”

“Se il mondo fa schifo, se le cose che sono successe alla mia famiglia continuano a capitare ogni giorno, è anche perché nessuno fa niente per combattere le ingiustizie!  Lo so, che avrei potuto voltare la testa dall’altra parte e badare ai miei guai: ma sono felice di aver mandato in galera dei criminali. E posso assicurarti” aggiunse, fissando l’amico dritto negli occhi “che questa non sarà l’ultima volta! ”

Andrea rimase in silenzio, sostenendo lo sguardo di Mario: si sorprese ancora una volta di come i recenti eventi lo avevano cambiato. Davanti a lui, non c’era più il ragazzo ricco, raffinato e viziato, che aveva conosciuto in treno: stava fronteggiando un uomo, pronto a tutto e determinato a far sentire le proprie ragioni.

Non pago del furor della battaglia
chi vince getta nel fuoco altra paglia

“E va bene” fece alla fine “se proprio vuoi continuare a fare l’eroe, allora sei sulla strada giusta.”

“Che vuoi dire?”

“I Carabinieri di Trapani hanno beccato l’uomo che avrebbe dovuto prendere la roba da te. È uno della stessa cricca che sostiene Franceschi.”

“Questa poi! ” esultò Mario “Lo vedi?  È l’inizio della resa dei conti, te lo dico io!”

Andrea sorrise, incapace di rimanere indifferente davanti all’entusiasmo dell’amico.

“Non credi che sarebbe meglio darsi una calmata, adesso?  Dai retta a me, che sono del mestiere: finora ti è andata bene, ma in questo genere di partita, bisogno calcolare le mosse con calma.”

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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