Per qualcosa di più grande


“Un’ultima cosa, signor Girotti. Una curiosità personale: cosa pensa di fare, adesso?”

La cronista pose la domanda con lo stesso tono incalzante che aveva usato durante la breve intervista, appena conclusa. Dopo aver spento il piccolo registratore e messo via l’elegante quaderno in pelle per gli appunti, la donna aveva chiesto a Mario il permesso di accendersi una sigaretta e adesso aspirava avidamente frettolose boccate di fumo muovendo le piccole dita nervose sul piano della scrivania.

Sembrava totalmente incapace di rilassarsi, pensò lui, che invece si sentiva sereno e soddisfatto di sé stesso. L’altra intervista, per la TV locale, era stata molto più difficile: l’obbiettivo della telecamera aveva attirato il suo sguardo come una calamita, rendendo necessario ripetere continuamente la ripresa delle brevi risposte, concordate con il giornalista del TG sera. Il mondo della televisione, con i suoi ritmi frenetici, popolato di personaggi sopra le righe e costantemente sovreccitati, risultava del tutto incomprensibile a Mario e gli rendeva impossibile sentirsi a proprio agio.

L’approccio della stampa tradizionale, che invece lo affascinava, gli permetteva di esprimersi al meglio. E come poteva essere altrimenti, pensò: in fondo era il figlio d’arte di un tipografo, anche se la sua carriera, lungo quella strada, sembrava aver subito un’irrimediabile battuta d’arresto.

Ciò lo riportò alla domanda della donna, ancora in attesa delle sue parole. Sebbene avessero già concluso, il giovane eroe del giorno decise di rimanere sul vago, mantenendo un certo riserbo sulle proprie questioni personali.

“Ho alcuni progetti in mente.” rispose, con un sorriso di circostanza. Poi, cogliendo l’espressione di velato disappunto sul volto della giornalista, si sentì in dovere di aggiungere: “Il mercato è in una fase positiva. Molti hanno interesse ad investire, ma c’è bisogno di qualcuno che offra idee creative e le dritte giuste per realizzarle.”

“Una specie di agenzia di servizi per le imprese? ”

“Potremmo chiamarla così” concesse lui. “Mi piacerebbe fare qualcosa di utile per le persone oneste che lavorano.”

“Un giovane cavaliere senza macchia e senza paura, insomma.” civettò la donna. “Vuol dire che sentiremo ancora parlare di lei? ”

“Questo non lo so. Ma mi sento molto orgoglioso di ciò che ho fatto: assicurare alla giustizia quei trafficanti è stata un’esperienza esaltante e mi ha fatto capire l’importanza di combattere per i valori dell’onestà e della legalità.”

Lei sembrò farsi improvvisamente seria. “Lo rifarebbe, Mario? ”

Palpita sicuro l’onesto cuore
Non teme segreto, né disonore

“Senza alcun dubbio.”

Quando Mario arrivò, nel gazebo all’aperto del piccolo caffè nascosto fra i vicoli del centro, c’erano rimasti soltanto pochi posti liberi. Si affrettò a raggiungere l’ingresso della veranda, sormontata da un grazioso pergolato in ferro battuto, lungo il quale erano stati sistemati lunghi tralci di gelsomino. Il clima, ancora mite anche in quella prima settimana d’autunno, aveva convinto i gestori a lasciare le piante fuori per qualche altro giorno.

Mario si accomodò su uno dei tavolini ancora liberi, sistemandosi la sedia di metallo, che traballava leggermente sull’acciottolato della piazzetta. Una ragazza mora dall’aria triste arrivò in silenzio e lasciò cadere svogliatamente il menù, andandosene subito, senza una parola.

Lui lo prese e lo sfogliò distrattamente, osservando le figure invitanti dei dolci al cucchiaio e delle coppe di gelato: una stilettata di dolorosa nostalgia gli ricordò le prime settimane della sua storia con Lucia, quando, in quello stesso caffè, avevano concepito il progetto di assaggiare tutte le specialità a disposizione prima della fine dell’estate. Il progetto, pensò Mario incupendosi, non era l’unico ad essere fallito.

All’improvviso, fu consapevole che lei era lì, a pochi metri: non avrebbe saputo dire se, con la coda dell’occhio, avesse colto il guizzo di fiamma dei suoi capelli, mentre lei li ravvivava, scesa dal motorino, dopo aver sfilato il casco. O se piuttosto non si fosse trattata di una percezione diversa, più intima e inafferrabile ai sensi, che lo aveva avvertito della presenza di quel corpo e di quell’anima, dai quali emanavano le onde misteriose di un’attrazione a cui il suo essere non aveva speranza di sottrarsi.

Si alzò in piedi, ipnotizzato, spingendo maldestramente in avanti il tavolino con le cosce, inconsapevole dello sgraziato stridore che le gambe di ferro producevano sulle vecchie pietre. Per lui, in quel momento, l’universo si esauriva nelle sfumature di verde dei suoi occhi, che lo avevano notato e gli sorridevano dolcemente: quelle gemme smeraldine tradivano il luccichio di un’emozione intensa, alla quale tuttavia il resto del viso della ragazza concedeva soltanto un minuscolo spiraglio.

Lucia gli sorrise e si sedette davanti a lui, prendendo in mano il menù ed iniziando a sfogliarlo. Dopo alcuni istanti, nel quale l’ondata di emozione e incanto che lo aveva pervaso scemava lentamente, lasciando il posto alla freddezza della realtà, Mario si scosse.

“Dicono che hanno un nuovo frappè al cioccolato; pare che sia fenomenale.”

“Sono a dieta.” sussurrò Lucia, azzardando un’occhiata fugace al di sopra delle pagine. “Prenderò un sorbetto alla pesca. E tu? ”

“Ho lo stomaco aggrovigliato al punto tale che mi accontenterò di un caffè.”

Stavolta lei posò il menù, rinunciando almeno temporaneamente alla sua parte di schermaglie.

“Anche io mi sento strana a rivederti.” ammise, distogliendo di nuovo lo sguardo.

Lui non disse niente, limitandosi a guardarle il viso, le mani, il vestito leggero e chiaro, che metteva in risalto l’abbronzatura del collo e delle spalle, generosamente esposte. Le sembrò ancor più carina di qualche settimana prima; alla fine riuscì a dirlo, e lei sorrise di nuovo.

“Anche tu mi sembri in forma. La vita dell’eroe ti si addice.”

“Non mi definirei un eroe; e nemmeno un uomo coraggioso.” rispose Mario, improvvisamente serio. “Se lo fossi stato, sarei rimasto al mio posto, combattendo per i miei diritti, invece di urlare come un ragazzino indispettito e scapparmene con la coda fra le gambe.”

“Mi dispiace. Ma…”

“E di cosa? ” disse lui, interrompendola, con un tono calmo e sicuro che la obbligò ad ascoltare in silenzio ciò che aveva da dirle. Sembrava diverso, pensò Lucia con un angolo della mente: più maturo, e anche più triste. All’improvviso, realizzò che Mario appariva molto più adulto e profondo di quanto avesse mai pensato.

“So bene che ti ho aggredita, buttandoti addosso i miei problemi e incolpandoti di una situazione che, anche se coinvolge la tua famiglia, non è tua responsabilità affrontare.”

“Ancora con la mia famiglia…” fece lei, abbassando lo sguardo triste sulle proprie mani, intrecciate in grembo.

“È una realtà che devi affrontare, Lucia. Anzi, che dobbiamo affrontare. Perché, e lo sappiamo bene tutti e due, è questa la cosa che ci sta impedendo di amarci.”

Mario si esprimeva con calma: aveva lo sguardo limpido, sereno, e un sorriso malinconico gli illuminava il viso. Mentre parlava, le aveva preso dolcemente una mano; lei lo aveva lasciato fare ma ora, dopo alcuni istanti di silenzio, la ritrasse con altrettanta dolcezza.

Gli occhi verdi erano imperlati di lacrime, ancora troppo leggere per scenderle lungo il bel viso. La ragazza si alzò lentamente, raccogliendo le proprie cose, e girò intorno al tavolino. Mario non si mosse, non osava distogliere lo sguardo dalla sedia vuota davanti a sé: non disse niente, nemmeno quando lei, tornando indietro di pochi passi, gli posò un bacio lieve all’angolo della bocca, sussurrandogli qualcosa che lui non capì. Che non aveva bisogno di capire.

Dopo diversi minuti, appena prima che la cameriera si decidesse a ricevere le inutili ordinazioni, anche lui si alzò dal tavolino e si avviò a piedi verso la zona centrale della città.

Scorre da solo del tempo il fiume,
trascina pietre, insieme alle piume.

Camminò per un po’ senza meta, ripensando a tutto quello che si erano detti, e alle molte parole che erano rimaste lì, sospese a mezz’aria, come gocce di umidità che si perdono nel vento attendendo invano la pioggia.

All’improvviso il suo passo si fece deciso e risoluto. A testa alta, le braccia che ondeggiavano lungo i fianchi, Mario si affrettò verso una strada del centro, dove aveva sede lo studio legale a cui la famiglia Girotti aveva sempre affidato le sue pratiche.

Mentre camminava, afferrò il cellulare e compose il numero di suo padre.

“Mario! ” lo salutò lui, contento di sentirlo. “Sei tornato?  Ha sistemato le tue cose? ”

“Ciao papà. Hai tempo di fare un salto in centro? ”

“Certo ma… Perché? ”

“Ci vediamo fra mezz’ora sotto lo studio Liberatori. Porta tutte le carte della banca che hai raccolto in questi giorni.”

“È successo qualche altro casino? ” trasalì l’uomo, sentendo nominare il nome dell’avvocato.

“Ancora no.” Rispose Mario, riattaccando la comunicazione. Poi, parlando da solo, aggiunse: “Ma conto che entro breve ne succederà un bel po’.”

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

Annunci

Lasciare un commento è sempre una buona idea!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...