La vita è come un fiume


La vita è come un fiume: a volte troviamo le rapide, che ci sballottano a destra e a sinistra senza che noi si sia in grado di opporsi. A volte addirittura una cascata: un momento e voliamo giù, senza un appoggio, poi arriviamo in fondo ed il paesaggio è del tutto cambiato. Forse ci siamo rotti qualche osso, oppure il cuore. Forse siamo stati fortunati e non abbiamo neppure un graffio. Però la nostra vita è diventata un’altra cosa rispetto a quella che avevamo avuto fino a solo cinque minuti prima.

Ed era così anche per Mario: le rapide della relazione con Lucia; la corrente sempre più forte lo aveva portato alla cascata della bancarotta. Un momento di calma e poi la sua esistenza era stata stravolta un’altra volta: aver smascherato il traffico di droga gli aveva dato la forza e la credibilità necessari per sbugiardare quegli usurai della banca. Ora le acque sembravano essersi calmate; ma la vita è come un fiume e, forte o piano che spinga la corrente, c’è una cosa che invariabilmente succede: che ti porta sempre avanti, fino al mare.

Senza sapere cosa avesse ancora in serbo per lui il fiume della vita, Mario decise che comunque era meglio approfittare di questo momento: le cose sembravano andare per il verso giusto senza apparentemente dover fare sforzo alcuno. Lasciando passare troppo tempo, sarebbe stato complicato far valere quel minimo di popolarità e credito di cui godeva adesso.

Così decise di tornare presso la stessa banca certo che, ora, non avrebbero potuto che trattarlo con i guanti. Non voleva tornare a dar fastidio a suo padre, impelagato con il commissario fallimentare, ma conosceva bene il ramo e avrebbe potuto giocare delle carte importanti anche senza fargli concorrenza. Avrebbe sfruttato le sue conoscenze presso i vecchi clienti per mettere loro a disposizione un’agenzia di servizi di tipo creativo: spesso li aveva sentiti lamentarsi del fatto che era fatica tirare fuori delle idee nuove e che si finiva per fare sempre le stesse cose, finendo per compiere gli stessi errori.

Conosceva diversi ragazzi più o meno coetanei che non avevano l’indole dell’imprenditore, ma che con una matita in mano o davanti a un computer facevano meraviglie; il primo della lista era proprio Filippo, suo amico fin dall’infanzia. Riuscì a coinvolgerli e a fondare una nuova società. La sua, società.

Non era più sulle spalle di nessuno, anzi, ormai sosteneva lui tutto il peso sulle proprie. Per evitare di perdersi dietro ai pensieri sbagliati si gettò a capofitto nell’impresa: anima e corpo. Non c’erano sere libere. Non c’era sabato o domenica. Anche la notte era fatta più per lavorare che per dormire.

I risultati, come immaginava, non tardarono ad arrivare: sul fatto che il lavoro pagasse sempre, lui non aveva la minima ombra di dubbio. Nel giro di un paio di mesi le cose avevano ripreso a funzionare a pieno regime ed era già riuscito a strappare una bella fetta di mercato ai concorrenti, tenendo i prezzi bassi pur di riuscire ad entrare e a costruirsi una clientela. La crisi imperante non aveva certo semplificato le cose, ma aveva comunque creato delle condizioni diverse dalle precedenti: con intuito e fortuna era riuscito a ritagliarsi spazi dove nessun altro aveva osato avventurarsi.

Verso Natale, quando tutti tirano il fiato, Mario era ancora a testa bassa sulle sue carte. Solo che non era certo un superuomo e la fatica cominciava a sentirla anche lui. Di più: cominciavano a vederla anche i suoi collaboratori. Così Filippo, che era quello che aveva più confidenza e che poteva permettersi più di altri di andare sul personale, una sera che erano rimasti soli in ufficio cercò di convincerlo:

“Mario, posso entrare?”

“Certo Filippo. Vieni pure. Stavo preparando il preventivo per la campagna di quelli dei vestiti.”

“Lo sai che giorno è, oggi?”

“Ma certo… Aspetta… È il 15. Mercoledì. Perché?”

“Perché mancano 10 giorni a Natale.”

Mario lo guardò perplesso. “E quindi?”

“E quindi tutti staccano e si riposano. Mi sembra che tu ti sia dato da fare già abbastanza, non trovi? ”

“Filippo, stiamo partendo: i clienti vanno coccolati e devono pensare che siamo più presenti degli altri.”

“Mario, siamo ancora piccoli. E quindi in pochi. Se per il troppo lavoro ti si abbassano le difese immunitarie e ti buschi un’influenza, per noi sono casini. Non credi che sia meglio rallentare un po’?  Giusto per avere un po’ più certezze di non avere altri problemi? ”

“Va bene. Ma…”

“No. Niente ma. Adesso ti prendi una serata libera, altrimenti sono io che comincerò a preoccuparmi. Una sera. Cosa ti costa? ”

“Niente.” rispose Mario, non ancora convinto.

“Esatto: niente. E poi tiri un po’ il fiato: tanto nessuno lavora fin dopo la Befana, praticamente. Abbiamo appena iniziato e non abbiamo ancora il problema di centrare i budget annuali: godiamoci il momento. Purtroppo ci saranno altre occasioni in cui dovremo tirare come e più di adesso.”

Sorrise all’amico. Dopo tutto non aveva torto: forse una sera libera avrebbe potuto anche prendersela.

“Anzi, facciamo così.” proseguì Filippo, “Sabato sera vado ad una festa con Adriana. Perché non vieni con noi? ”

“Non una dei Lions, spero.”

“No.” disse l’amico, ridendo, “Però è sempre una festa di beneficenza. Siamo sotto Natale, e adesso le feste hanno tutte quest’etichetta. Con quest’aria di crisi che c’è in giro, andare a divertirsi e basta pare brutto, evidentemente.”

***

L’ufficio si era arricchito di un ulteriore quadro: una specie di reinterpretazione di Fontana, dove tagli di colore rosso sangue striavano uno sfondo blu cobalto. Giovanni Franceschi era assorto davanti alla tela quando suonò il telefono.

“Pronto.”

“Signor Sindaco, ho qui davanti un fattorino della Cassa di Risparmio con una busta da consegnarle personalmente. Vuole che lo faccia passare? ”

“Va bene, Alberta. Fallo entrare.”

La porta si aprì dopo pochi secondi. L’uomo si fece avanti e consegnò ossequioso la busta. Franceschi, senza ringraziarlo né salutarlo, fece un gesto con la mano indicando che poteva andare.

Quando la porta si richiuse, sorrise. Prese il tagliacarte ed aprì la missiva. Sapeva perfettamente cosa contenesse, ma vedere l’intestazione gli procurò comunque un brivido di soddisfazione. L’oggetto recitava: «Estratto conto», mentre il destinatario originale era Mario Girotti.

***

Mario sapeva che le feste non erano il suo ambiente. Non sopportava il balletto di salamelecchi vari con i quali le persone interagivano in quelle occasioni. Nondimeno si era fatto trascinare, ancora una volta. E si era trovato, ancora una volta, a bere un calice di prosecco in compagnia del suo riflesso su un vetro, mentre cercava di scorgere qualcosa nel buio della notte che avvolgeva la villa.

Dalla sala a fianco proveniva il suono festaiolo di una musica caraibica; incuriosito, aveva passato molti minuti ad osservare le coppie roteare impegnate in figure di salsa sempre più complicate, come se fosse in atto una gara per stabilire chi fosse il più bravo. Poi si era stancato anche di quello, ed aveva cominciato a vagare per la festa, salutando di tanto in tanto le poche persone che conosceva.

Alla fine era capitato in una saletta appartata dove c’erano diversi divanetti ma ben poche persone. In un angolo c’era ancora un tavolino pieno di bicchieri di carta e piattini vuoti, accatastati l’uno sull’altro. La tovaglia di carta mezza bagnata e l’odore dolciastro nell’aria erano gli ultimi segni lasciati da qualcuno che doveva aver rovesciato una bottiglia. In un angolo c’era una coppia, intenta più a scambiarsi effusioni che non a fare due chiacchiere; vicino alla finestra, invece, una ragazza. Con quella chioma di boccoli rossi, era impossibile confonderla con qualsiasi altra. Si chiese solo per un istante se stesse facendo la cosa giusta; ma quella, per lui, non era una ragazza: era la calamita che aveva dato una direzione alla bussola della sua vita.

Si avvicinò alle sue spalle e disse: “Una bella noia, no?  Ho visto che anche tu ti diverti un sacco, qui. Quasi come me.”

Non avrebbe mai più dimenticato l’espressione di quegli occhi verdi, quando si voltò di colpo.

“Come mai da queste parti? ”

“Sempre per colpa di Filippo. Solo che questa volta ha portato fuori me a prendere una boccata d’aria. E tu? ”

“Sono venuta a prendermi qualche ora di relax da mio padre. Per pensare bene a cosa voglio dalla vita e a cosa dovrei rinunciare se rimango sotto le sue ali.”

Lui le sorrise, felice come non si sentiva da tempo. Si parlarono come se avessero continuato a vedersi tutti i giorni e non ci fosse una grande necessità di ragguagliarsi a vicenda sulle vicende degli ultimi mesi. Poi, come se nulla fosse, si sedettero su uno dei divanetti. Sempre più vicini. Sempre più intimi. Fino al momento in cui non era più ora di parole, ma di contatti e sensazioni. Odori e sapori.

***

Il ragazzo, al solito, non domandò permesso e non chiese di essere annunciato; entrò diretto nell’ufficio del signor Sindaco. Franceschi alzò gli occhi dal giornale che stava leggendo in attesa del suo arrivo. “Ho una cosa da raccontarle”, aveva solamente detto al telefono chiedendo di poter salire da lui.

“E allora? ” domandò con tono rabbioso ma titubante: se c’era una cosa che non gradiva, erano proprio le sorprese.

A fissaziuni jè peggiu da malatìa: il picciotto è tornato alla carica con vostra figlia, ieri sera.”

“Girotti? ”

“Sì.”

“Ancora lui!  Non gli è bastata la lezione dell’altra volta? ”

la serpe bieca ti sfida a tenzone:
vampa di fuoco soffiata dal drago

Franceschi si alzò di colpo dalla poltrona, sbattendo il giornale sulla scrivania.

“E ’mo ha rotto i coglioni. Non gli è bastato far fare la fame a suo padre. No: ha voluto fare l’eroe. E poi è tornato a sfidarmi. Gli caccerei una pallottola in gola, ma non voglio farne un martire del cazzo. Adesso allora lo copriamo di merda.” Il sindaco tirò su il telefono e chiamò la segretaria. “Alberta, per cortesia, mi chiami il direttore del giornale.”

Poi, come se gli fosse sovvenuta un’idea ancora migliore, Franceschi stirò un sorriso diabolico su metà volto, cioè sulla parte che non era impegnata a trattenere il sigaro. Portò due dita sul cilindro di tabacco e diede una bella tirata profonda. Abbassò la voce e disse:

“E tu mi fai questo favore. Vai da ’u gattu, e ti fai dare due panetti da un chilo di cocaina: questi, li devi portare…”

Il ragazzo ascoltò gli ordini e subito dopo sparì, ubbidiente.

***

Leggi le altre puntate del romanzo breve: “non Fermarti Prima della Spiaggia”

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