Anche le rovine andranno distrutte (parte 2)


Questo racconto si innesta nella distopia sviluppata da Spartaco Mencaroni tratta da un’idea di Alessandro Corradini. Tutti i dettagli li potete trovare qui:
http://spartacomencaroni.blogspot.it/search/label/distopiaconiglio1

L’ufficio di Andreij si trovava al livello –2 e questo significava luce artificiale e circolazione forzata dell’aria tutto il tempo dell’anno. Nonostante gli sprechi fossero banditi in qualsiasi loro manifestazione — e la luce elettrica era una di queste — gli apparati di calcolo avevano bisogno di dissipare il calore che producevano e scaricare il loro calore nella falda freatica rappresentava il sistema più vantaggioso per mantenerli in efficienza al minimo costo: in queste condizioni la luce artificiale era lo scotto da pagare per poter mantenere attivo il sistema H24. Le immagini sulla fila di otto monitor ed il lampeggiare asincrono dei led delle batterie di dischi e delle unità di calcolo giocavano la loro innaturale danza davanti agli occhi dell’uomo: un giovane dalla mascella volitiva, sguardo di ghiaccio e capelli cortissimi. Tutto, in lui, denunciava il fatto che provenisse dalle fila delle unità militari attive, con l’esclusione del particolare più importante: si trovava su di una sedia a rotelle. In un mondo dove tutto è piegato alle esigenze del dio efficienza, almeno quanto secoli prima tutto era piegato al dio denaro, ritrovarsi invalido all’ottanta percento equivaleva a mangiare gratis a spese della comunità. Altri, meno fortunati di lui, avrebbero finito per pagare con la soppressione volontaria il loro “problema”.

Proprio così: “soppressione volontaria”. Nessuno avrebbe preteso la morte di nessuno, nell’ultima culla della civiltà. Ma ci sono molti modi per convincere le persone che, per il bene dei propri cari, sia auspicabile un atto di responsabilità e che quindi togliersi di mezzo sia cosa buona e giusta.

Andreij però era stato il pilota di caccia migliore della Colonia: durante la Guerra delle Sorgenti con il suo aereo aveva più volte, da solo, messo in fuga il nemico. Il suo nome era così temuto che aveva fatto dipingere la carlinga di rosso, come il barone che tre secoli prima aveva spadroneggiato nei cieli europei. In questo modo aveva spesso cambiato le sorti della battaglia solo con la propria presenza, fino al giorno in cui un missile a ricerca termica, cieco ed insensibile alla luce visibile, se ne era fregato del colore dell’aereo e l’aveva centrato. Lui si era salvato, ma le sue gambe no.
L’aveva salvato il fatto che la sua sensibilità di pilota fosse nella testa: non appena ristabilito, aveva chiesto ed ottenuto di tele-pilotare un drone da battaglia. Accumulando sempre più esperienza, era riuscito a pilotarne due in contemporanea. Ora della fine della guerra, aveva una magnifica squadriglia di otto unità robotiche, rosse fiammanti, che pattugliavano i cieli. Era questo, il motivo per cui era ancora vivo.

Aveva sentito il rumore dei passi già da diversi secondi, nonché riconosciuto il proprietario degli stivali dalla cadenza con la quale colpivano il pavimento flottante. Senza distogliere gli occhi dai monitor, disse:

— Buonasera, colonnello Zverkov.
— Buonasera, Andreij. Come vanno le cose?
— Bene, direi. Gli australi stanno terminando il lavoro. Le stazioni sismiche a terra hanno rilevato impatti da diversi megatoni nei pressi di tutte le maggiori città al di sotto dell’equatore, mentre i rilevatori di raggi gamma a bordo dei miei droni indicano l’utilizzo in quantità molto modeste di armi atomiche leggere: è evidente che hanno mediato tra la velocità dell’attacco e l’inquinamento prodotto.
— I droni della Colonia, Andreij.
— Mi scusi, signor colonnello.
— Molto bene. È sicuro che gli australi abbiano utilizzato armi atomiche? Hanno le spalle al muro?
— No. Hanno solo trovato il sistema meno impattante per liberarsi della popolazione con il minor spreco di risorse possibile: l’uso delle radiazioni, in questo senso, è perfettamente logico.
— Abbiamo una stima dei danni?
— Le foto non sono ancora tutte disponibili, ma le proiezioni dei dati dell’attacco indicano che le perdite dovrebbero essere state ingenti senza aver causato danni irreparabili alle infrastrutture necessarie all’impianto di altre Colonie.
— Ottimo. Quando la Rete di Luci avrà terminato il proprio compito, vedremo come replicare il lavoro anche quassù.

“Replicare il lavoro anche quassù”. Andreij si distrasse solo per un secondo: il tempo di guardare il buco al posto delle proprie gambe. Lui sapeva bene quanto fosse difficile combattere e quanta sofferenza costasse; la guerra lampo avvenuta sotto l’equatore non l’aveva certo reso così fiducioso e sapeva che, da qualche parte, il ragionamento che aveva voluto quell’attacco preventivo aveva un buco: un puntello debole, alla base, che avrebbe fatto crollare il fragile castello di carte degli australi. Trascinando con sé anche la Colonia.

Un militare, per definizione, non pensa: esegue solamente. Eppure, in quel momento, Andreij per la prima volta in vita sua decise di utilizzare la propria testa da solo. Le vite di milioni di persone, disperse al di fuori della bolla che racchiudeva la Colonia, avevano un valore. Un valore che andava salvaguardato. “Il migliore dei mondi possibili” non poteva passare dal massacro di una percentuale paurosamente della popolazione: tutto questo significava tradire gli ideali che lui, come militare, si era sempre impegnato a difendere. Ogni fibra del suo corpo era stata dedicata a quello scopo, e vedere che l’obbiettivo di tutto questo era il solito, vecchio colonialismo, gli procurava uno spasmo di disgusto nello stomaco. Neppure la scusa di salvaguardare le poche risorse rimaste al pianeta, ormai, era buona abbastanza.

Anche i droni, pur nell’esecuzione dei loro rigidi protocolli elettronici, avevano percepito lo sbandamento dei pensieri del loro pilota: una serie di luci rosse si accese e alcuni di messaggi di alert per una deviazione troppo grande dalla rotta programmata cominciarono a lampeggiare ottusamente sui display.

Una bestemmia sfuggì, sottovoce, tra i denti dell’uomo mentre tornava a concentrarsi per permettere all’interfaccia neurale di compiere il proprio volere. Fu solo per un secondo che balenò nella sua mente il dubbio: chi, tra lui e il computer, stava esercitando potere sull’altro?

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