Anche le rovine andranno distrutte (parte 4)


Questo racconto si innesta nella distopia sviluppata da Spartaco Mencaroni tratta da un’idea di Alessandro Corradini. Tutti i dettagli li potete trovare qui:
http://spartacomencaroni.blogspot.it/search/label/distopiaconiglio1

La voce si era sparsa lentamente, ma inesorabilmente. Prima era serpeggiata come uno scherzo; poi, man mano che le notizie trovavano conferma, un sentimento freddo e strisciante era corso per i viali della Colonia. Le persone avevano lasciato le loro occupazioni, per la prima volta in 250 anni di vita di quel non-più-piccolo avamposto della civiltà a impatto zero. Si era diffuso un sentimento di paura; le notizie sul ragazzo che, nella piazza principale, stava arringando la folla si erano diffuse come fuoco nella paglia fino ad incendiare gli animi ed a far precipitare la Colonia nel panico.

— Bombarderanno tutte le principali città con armi nucleari! È questo “il migliore dei mondi possibili”? Ci hanno insegnato che dovevamo mostrare al mondo la via per la sopravvivenza! La troveremo uccidendo tutti quanti?

La folla rumoreggiava, davanti al ragazzo. Ad ogni sua domanda si alzava un urlo: “No”, gridava quel mare di persone. Un mare sempre più grosso ed agitato.

— Bisogna fermarli! Questo governo non è più il governo dei saggi che ci rappresenta! Andiamo alla Cupola d’oro e fermiamoli, prima che sia troppo tardi!

La folla aveva ondeggiato poi, con un ruggito, si era diretta verso la Cupola che era la sede del governo, nonché la sede delle forze militari. Prima che fosse troppo tardi il vecchio gettò addosso al ragazzo una tunica e lo trascinò di lato:
— Vieni, ragazzo. Lascia che la folla faccia ciò che deve fare; noi, adesso, abbiamo un altro compito.

I due si incamminarono per una strada laterale, uscendo dalla piazza senza che la gente si curasse più di loro: in trenta secondi erano passati dall’essere al centro dell’attenzione di un’intera piazza ad essere due perfetti sconosciuti in giro per le strade della Colonia.

— Ed ora? — disse il ragazzo — Cosa faremo, ora?
— Adesso che il governo è distratto dai tumulti, è ora di mettere in moto il vero piano d’azione: è necessario bloccare i militari prima che compiano una strage. Se riusciremo a fermarli saremo eroi, a modo nostro. Anche se forse nessuno lo imparerà mai. Vieni con me!

Nel giro di dieci minuti erano giunti davanti al palazzo dove si trovavano le sale operative di controllo: da lì i calcolatori controllavano buona parte delle attività, in particolare quelle degli armamenti automatici. Il ragazzo si bloccò a cinquanta metri dall’ingresso principale.

— Ehi, vecchio! Non vorrai entrare lì dentro, vero?
— Ma certo, che entreremo. Come pensi di fermarli, i droni da battaglia? Sventolando un fazzoletto bianco?
— Ma ci arresteranno! Ormai avranno ricavato la mia immagine dalle videocamere della sorveglianza: ci prenderanno e ci imprigioneranno!
— Non lo faranno, vedrai. Nessuno sospetta di me: ti proteggerò io. Il piano è stato pensato, deciso e valutato da tempo: non è più il momento di improvvisare. Seguimi, ti dico.

Non appena varcata la soglia, i militari all’ingresso li fermarono. Diedero un’occhiata dubbiosa al ragazzo, poi si guardarono tra di loro, come per cercare ciascuno la conferma degli altri.

— Fermi! Non muovetevi. Dove state andando? Dov’è il vostro badge identificativo?
— Non abbiamo tempo, sergente. — disse il vecchio, — Questo è il mio tesserino: ho accesso al livello A1 e il ragazzo è con me. Aprite la porta.
— Ma… il ragazzo…
— Si muova, perdio! Se non mi fa passare immediatamente la faccio finire di fronte alla corte marziale.

L’ufficiale era indeciso su quale comportamento tenere, ma l’attitudine al comando del vecchio e, soprattutto, il tesserino dorato di livello A1 non ammettevano repliche. Il rumore della porta che si apriva coprì il suo timido “Signorsì” di risposta.

Il terminale mobile del vecchio trillò, discretamente. Diede un rapido sguardo e poi imprecò:

— Stanno già per decollare! Vieni, dobbiamo correre.

***

Andreij aveva fatto preparare i droni con il loro carico mortale, ma non li aveva ancora fatti decollare. Il computer alla torre di controllo continuava impaziente a dare l’ok per il rullaggio, secondo gli ordini, ma lui non si decideva a spingere sulla manetta per partire. Non aveva nessuna intenzione di uccidere qualche milione di persone, ma non aveva idea di come fare a sfuggire al proprio ordine: una volta in aria il calcolatore avrebbe potuto facilmente prendere il controllo della squadriglia e completare l’opera al posto suo. Un uomo reagisce meglio in battaglia, ma bombardare una città inerme ed indifesa è un compito alla portata del più semplice dei calcolatori.

L’urgenza del sistema al decollo era ormai arginabile a stento; Andreij stava comunque per dare l’ordine quando alle sue spalle un rumore concitato di passi attrasse la sua attenzione. Mise mano alla sedia a rotelle e ruotò, fino a dare le spalle ai monitor. Davanti a lui un vecchio ed un ragazzo, avvolto in una tunica, lo guardavano con aria truce. Li squadrò da capo a piedi poi, rivolgendosi al vecchio, disse:

— Fottiti: non sarò io ad uccidere tutta quella gente.

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