Il Cavaliere dei Raggi dell’Est


photo credit: 25kim via photopin cc
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Stephen King: Writing and the Art of “Creative Sleep”:

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/10/14/stephen-king-on-writing-and-creative-sleep/

“In both writing and sleeping, we learn to be physically still at the same time we are encouraging our minds to unlock from the humdrum rational thinking of our daytime lives.”

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Il Cavaliere dei Raggi dell’Est, grande come l’unghia del mignolo di un bambino, veste una marsina arancione del colore dell’alba sui mari tropicali, quando le lunghe dita del sole spuntano da dietro l’orizzonte per strisciare sulle nuvole pigre della notte e svegliarle facendo loro il solletico. Nella fredda ora che precede l’alba, nella quale solo i galli hanno avuto il coraggio di scacciare il buio con le loro grida strozzate, si libra sulle sue ali da cicala colore del limone, brandendo in mano una bacchetta di luce lunga come i meriti di un consigliere comunale e accompagnato da un corteo di moscerini che gli fanno ala lungo i vicoli e le strade degli uomini.

Entra di soppiatto, in quel momento sospeso in cui il cielo comincia ad illuminarsi, nelle camere dei ragazzi e di quegli adulti che i loro coetanei chiamano con disprezzo sognatori; porta con sé, in una minuscola tasca, una fialetta di magica pozione: ha atteso a lungo, nelle notti di luna piena, che due amanti si baciassero illuminati dal pallido astro, nei pressi di un albero la cui chioma ospiti un cespuglio di vischio. Furtivo, ne ha strappato le bacche collose, ancora intrise della diafana luce e delle dolci parole d’amore, per portarle nel proprio antro; là le ha distillate, su di un fuoco acceso al bruciante desiderio di un innamorato respinto e, ricavatane la goccia di una goccia, ha riempito fino all’orlo l’ampolla estratta dal suo panciotto.

Si avvicina alle finestre delle camere da letto ed ascolta il ritmo del respiro che ne esce; valuta, con il volto grave di un avvocato con in mano i libri della legge, i sospiri che si lascia sfuggire l’ignaro dormiente e decide se sia il caso di instillargli nelle orecchie il suo magico infuso. Striscia furtivo tra le imposte; vola, silente, fino sul lobo dell’orecchio dove si riposa, esausto del carico di fantasia che trascina con sé. Mette mano al giustacuore e stappa la preziosa boccetta, spandendo aroma d’ambra grigia come si brucia in chiesa l’incenso per permettere alle preghiere di salire fino a Dio. Ne versa una stilla, fluida e untuosa, con l’aria di chi deposita in banca la sua più grande ricchezza quindi, con l’aria soddisfatta di chi ha compiuto bene il proprio dovere, sguscia fuori e si ricongiunge con il suo seguito, pronto a visitare un’altra casa.

La goccia appena versata scende fino nel cuore dell’addormentato e la sua odorosa esalazione sale fino nell’anima; si scatenano così, nella mente del sognatore, fantasie di amori perduti e conquistati; battaglie con draghi alati e tornei di cavalieri valorosi, mentre una dama bianca attende, trepidante, la vittoria del proprio eroe; corpi caldi che scivolano l’uno nell’altro in una danza scarlatta; freddi calcoli di un ragioniere dell’orrore, che medita sul modo migliore di sbarazzarsi della vittima del proprio odio.

Ma non basta, la superbia del Cavaliere dei Raggi dell’Est: i sogni non sono altro che una ragnatela nella notte, che la brezza del mare spazza via con un alito delicato. La luce del giorno lacera la trama soffice dell’oscurità e la fantasia più vivida non è sufficiente neppure per abbozzare l’ombra più pallida: così il mattino riporta i sognatori alla vita e riconsegna il meschino Cavaliere al suo antro nascosto, in attesa che la rugiada, dopo aver abbandonato i prati, torni a condensarsi sui verdi steli dell’erba con l’aiuto del freddo alambicco della notte. Solo allora, per il Cavaliere, sarà l’ora di cavalcare di nuovo.

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