M’accuso


photo credit: Alice Chaos via photopin cc

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Elmore Leonard’s 10 Rules of Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/08/21/elmore-leonard-10-rules-of-writing/

“If it sounds like writing … rewrite it.”

***

Signor Giudice, signori giurati: lasciate che tolga alla pubblica accusa il piacere di compiere questa requisitoria. Lo confesso e m’accuso:  sono colpevole. Qui, solo, al banco degli imputati, porto come unica prova contro me stesso la mia scrittura per rispondere alla domanda: “Avrò scritto bene, oppure male?” Come se lo scrivere fosse un’addizione, per la quale si possa fare la prova del nove e sapere se meritare un bel voto. O due segnacci con la matita rossa. Non funziona così, altrimenti sarebbe troppo facile. Scrivere significa fare fatica, scavare nell’anima in posti in cui è doloroso farlo per portare alla luce tutto quello che invece starebbe bene nel buio: dopo tutto se era chiuso giù, in cantina, sistemato su di uno scaffale polveroso, ci sarà stato di certo un ottimo motivo.

Perché allora dovrei espormi così e consegnarmi, inerme, nelle mani dei lettori? Per un piacere esibizionistico? Per farmi dire bravo? La realtà è una sola: non posso farne a meno. Scrivere è una valvola di sfogo che serve per depurare il sangue, è una boccata d’aria che ossigena il cuore. Ma scrivere, senza altre preoccupazioni, non basta: altrimenti tanto varrebbe tenere un diario in clandestinità oppure, invece di “salva”, cercare con il puntatore del mouse una X in campo rosso e finirla lì, senza disturbare oltre questa corte.

Signor Giudice, signori giurati, lo confesso e m’accuso: ho cercato di copiare. Da Shakespeare. Da Tolstoj. Da Eco. Persino da Émile Zola. Sono così costretto a confessare un peccato peggiore: non ci sono riuscito. Chiunque, anche il più illetterato, è capace di distinguere a colpo d’occhio l’originale dal plagiario e sono colpevole di non aver saputo ripercorrere le orme di nessuno, nemmeno sotto dettatura.

Dovrei stare attento agli avverbi (ma caratterizzando l’azione), a non fare dei prologhi inutili (ma inserendo il lettore nella storia), a non esagerare nelle descrizioni (ma mostrando dove si svolge la scena). Come se fosse facile fare sempre tutto ed anche il suo contrario. Lo confesso e m’accuso:  sono colpevole. Scorrendo queste regole posso dire una sola cosa: le ho infrante tutte, senza eccezioni. Mi chiedo se esista un qualche tipo di premio per chi raggiunge un tale abisso, allo stesso modo in cui mi sono chiesto per anni se si vincesse qualcosa a fare “zero” al totocalcio.

Vi prego di non scandalizzarvi, il mio non è oltraggio alla corte ma solo il pensiero di chi spera che esista sempre una salvezza al di là di qualsiasi fallimento. So già cosa prevede la pena e mi domando se davvero sia la mia via alla riabilitazione o se, infine, io sia un caso senza speranza. Mi aspettano lunghi anni di lettura e di analisi sui classici. Interminabili lavori forzati, chino su di una grammatica e incatenato ad un vocabolario così voluminoso che mi impedisca di fuggire. Mi aspettano esercizi di scrittura per mostrare che sì, sono cambiato, e quindi posso tornare libero nel mondo.

Ecco: ora lo sapete. Sapete chi sono e che cosa ho fatto ma, soprattutto, cosa non sono strato capace di fare. Mi rimetto alla clemenza di questa corte:  chiedo però l’attenuante comune per l’essere stato motivato dall’alto valore morale e sociale della scrittura: tra le gemme dell’arte una delle più splendenti e durature.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

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3 thoughts on “M’accuso

  1. Ciao Michele, sono curiosa, mi sveleresti un segreto? Tu scrivi i racconti di getto, giusto? Tipo questo che hai pubblicato oggi quando l’hai scritto? Quanto ci hai messo a farlo dal momento in cui l’hai pensato al momento in cui l’hai pubblicato? Quante volte l’hai revisionato? Te lo chiedo perché rimango sempre allibita alla tua bravura nel mantenere la freschezza di un racconto, appunto, scritto di getto, ma con la precisione e la correttezza di un testo che è stato ripensato e rivisto più volte. Complimenti!

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    • Troppo gentile!
      Comunque il “segreto”, se vogliamo chiamarlo così, è presto svelato: questo pezzo l’ho scritto circa quattro giorni fa. M’è venuta l’idea e l’ho scritto nel giro di una mezz’ora. Poi l’ho riletto a caccia di errori, refusi e per ascoltare il suono che ha: per piacermi un racconto deve scorrere e ogni parola deve far quasi presagire quella che segue, senza suoni che si ripetano dove non serve. Un po’ come un pezzo musicale.
      Poi lo lascio per un paio di giorni prima di riprenderlo e caricarlo sul blog. In quel momento lo rileggo e provo a vedere se suona ancora bene impaginato nella grafica (che obbliga ad una lettura diversa rispetto al word processor) e se “fila” dal punto di vista logico. Di solito in questo momento mi accorgo delle ripetizioni meno evidenti e sposto alcuni paragrafi. Magari sistemo anche le consecutio dei tempi, per rendere più scorrevole possibile le frasi.
      Infine, il gran giorno della pubblicazione: un’ultima lettura per confermare che sia tutto ok.
      L’anno scorso, invece, scrivevo-rileggevo-pubblicavo nel giro di un’ora. Il risultato non era sempre granché, ma il mio obbiettivo era la velocità 🙂

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