Una riflessione (seria) sulle 10 regole di Elmore Leonard


Dopo averne tratto ispirazione per un racconto, oggi diamo una rapida scorsa alle regole di scrittura che Elmore Leonard pubblicò nel 2001; quell’articolo insisteva in modo particolare sul fatto che il suo obbiettivo principale, nella scrittura, fosse l’essere trasparente. Nella sua esperienza lo scrittore non avrebbe dovuto essere preponderante rispetto alla storia, ma solo aiutare il lettore a immergervisi nella maniera migliore possibile.

Voglio analizzare con voi le regole perché a me piace capire come funzionano le cose. Anche se scopriremo che, sulle regole che Elmore applicava a se stesso, io ho

1 – Non cominciare un libro con il tempo atmosferico.

Se chi ben comincia è a metà dell’opera, io sono partito malissimo. Uno dei miei pezzi inizia proprio facendo il verso (a mia insaputa, in quel momento) all’Uomo senza qualità di Musil. Questo significa che parte con una digressione su quanto stia accadendo tra le nuvole, cercando di distogliere volutamente il lettore perché il significato di questa apertura si chiarirà solo con la chiusura del racconto. In generale a me piacciono questi “tiri di rimbalzo” e quindi amo i titoli che non dicono nulla sulla trama (es: Il nome della rosa) oppure le aperture che spiazzano, come quella che riportavo sopra. Capisco che il mio senso estetico possa anche essere particolare, ma devo ammettere che la regola, così come è scritta, mi sembra poco centrata. Piuttosto direi “Non cominciare un libro troppo lento, o con cose che possano annoiare”.

2 – Evita il prologo

Anche su questo non sono particolarmente d’accordo. Visto che mi piacciono le aperture che non ti sbattono dentro la storia, un prologo che lo faccia a me serve. D’altra parte immergere direttamente chi legge nell’azione mi impedisce di farlo sorprendere qualche capitolo più avanti, facendogli scoprire che le cose non stavano nei termini che aveva immaginato; però è indispensabile anche qualcosa che convinca a passare a “pagina 2” e che faccia sentire coinvolti per la voglia di scoprire come va a finire. Certo non sempre, ma un prologo a volte può essere un buon compromesso.

3 – Non usare verbi diversi da “dire” per accompagnare il dialogo

A me non piace proprio usare verbi per accompagnare il dialogo: è ovvio che “disse”, “rispose”, “esclamò”. Ma non sempre si riesce a colorire (e anche colorare) solo con il discorso diretto, a meno di non essere Shakespeare; ecco quindi che qualche verbo ci scappa. Va bene uno qualsiasi tranne “disse”: non conosco nessuno in grado di parlare senza dire.

4 – Non usare avverbi per modificare il verbo “dire”

Gli avverbi in generale sono “pesanti”: lunghi da leggere e rallentano il ritmo dell’azione. Una mia regola, che come tutte le regole serve solo per essere infranta, dice: un avverbio per pagina.

5 – Mantieni il controllo sui punti esclamativi

Vale lo stesso discorso precedente: il colore e il ritmo lo danno l’azione, il suono delle parole, la lunghezza dei testi. Le intonazioni dovrebbero essere di conseguenza, senza bisogno di avverbi o segni di interpunzione per comunicarlo.

6 – Mai usare le parole “improvvisamente” o “scatenato l’inferno.”

Tranne quando stai scrivendo il copione de “Il gladiatore”. Notare “quando” e non “se”…

7 – Usa il dialetto con parsimonia

Camilleri ha infranto questo tabù ed ora c’è una schiera di gente che scrive mezzo in dialetto e mezzo in italiano. Io non lo farei, ma questo dipende solo da me. Piuttosto, il mio pensiero va a qui poveri editor e correttori di bozze: come sopravvivere a centinaia di pagine la cui sintassi e ortografia è opinabile?

8 – Evita le descrizioni dettagliate dei personaggi

Ci sono esempi di letteratura con i fiocchi che contraddicono questa regola. Come sempre “est modus in rebus”: venti pagine di descrizione degli accessori di una dama potrebbero essere pesanti al giorno d’oggi, anche se “American psycho” è basato quasi solo su questo. Dipende da cosa stiamo cercando: bisogna avere in mente il risultato che si vuole ottenere sul lettore prima di mettere in campo la strategia per ottenerlo.

9 – Evita le descrizioni dettagliate dei luoghi e delle cose

Vedi sopra. Nella mia limitata esperienza, però, mi sono sentito dire molte volte che le descrizioni “immersive”, cioè quelle che fanno vivere la scena a chi legge, fanno la differenza tra un testo piatto ed uno apprezzato. A me non piace molto scriverle ma me ne sono fatto una ragione perché scrivo per essere letto, altrimenti avrei riempito un diario.

10 – Non mettere tutte quelle parti che il lettore tende a saltare

Questa è forse quella più interessante: ci sono alcuni lettori (e io sono tra questi) che tendono a saltare alcuni pezzi quando la storia rallenta perché bramano di sapere come si scioglierà la tensione. Mi era venuta l’idea di chiedere loro di evidenziarmi queste parti: saperlo potrebbe aiutarmi a valutare se tenere certi paragrafi, renderli più “nervosi”, oppure tagliarli del tutto. Credo sia molto importante avere consapevolezza di come il proprio testo viene vissuto, pur sapendo bene che non tutti lo vivranno nello stesso modo.

E voi? Cosa ne pensate di queste regole?

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9 pensieri riguardo “Una riflessione (seria) sulle 10 regole di Elmore Leonard

  1. oDDio io l’avverbio improvvisamente lo uso sempre. in ogni fiaba che ho scritto o novella o romanzo per ragazzi c’è almeno una volta la frase: poi improvvisamente

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    1. Ciao e benvenuta!
      In una fiaba un “improvvisamente” ci può stare 🙂
      La cosa importante è non basarsi principalmente sugli avverbi per creare movimento o suspense: la scelta dei verbi, degli aggettivi e delle parole è molto più importante.
      Banalizzando, come dicono gli anglofoni, bisogna mostrare e non raccontare.
      Certo che una fiaba è una novella piuttosto particolare, per la quale io non sono proprio la persona giusta per dare consigli…

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  2. Grazie per la risposta. Se ti va di leggere qualche mia fiaba o assaporare un po’ di cultura giapponese, fai un salto nel mio blog, sei il benvenuto. Un abbraccio.

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  3. Avrei molto da dire, eheh. Per cominciare ti dirò che cercando bene potrai trovare qualche autore altrettanto famoso che avrà scritto una regola opposta a ciascuna di queste, per esempio pensa a Flannery O’Connor, maestra dei nostri maestri, che raccomandava sempre di creare un legame forte con il territorio, con la lingua e con l’ambientazione. Di Musil già sai… Che vuol dire tutto ciò? Che non dobbiamo più considerare le regole? Che le regole sono tutte sbagliate o non servono a niente? Non si scade così nella superficialità, nel qualunquismo intellettuale? Non è banalizzante respingere ogni regola? Io credo che sintetizzare un certo numero di regole serva a chi lo fa più che a chi lo leggerà, e abbia la funzione di dare una lettura della realtà, di stabilire priorità, di interpretare e mettere in ordine il mondo. Noi leggamo le regole di tutti, ma senza saperlo abbiamo già stabilito le nostre, le applichiamo e le infrangiamo costantemente man mano che accresciamo la nostra maturità intellettuale, la nostra cultura, insomma man mano che diventiamo più bravi.

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    1. Assolutamente d’accordo. Capiterà ancora, quest’anno, di avere tra i consigli degli insiemi di regole: tutte portatrici della particolare realtà e sensibilità dell’autore che le enuncia.
      Per conto mio le regole sono come le righe dei quaderni: non si scrive a mano libera prima di avere riempito decine di pagine di astine. Così le regole vanno osservate e capite. Una volta fatte nostre e compresa la motivazione che ne stava alla base, avremo abbastanza bravura (anche nel senso di Don Rodrigo) per romperle e poterci porre al di sopra di esse.

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