Fino all’osso


photo credit: new jon via photopin cc

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Susan Sontag on Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/07/25/susan-sontag-on-writing/

“There is a great deal that either has to be given up or be taken away from you if you are going to succeed in writing a body of work.”

***

È difficile stabilire quale sia stato davvero l’evento scatenante. Come per una valanga: un giorno nevica, un altro fa un po’ più caldo poi torna a rinfrescare e a nevicare; nessuno lo direbbe, ma rimanere a valle di quella meravigliosa massa bianca significa stare seduti su una bomba innescata. Senza preavviso, per un motivo qualsiasi, scocca la sua ora e bum! Potrebbe anche essere stato l’ultimo momento spensierato della tua vita. E magari l’ultimo momento del tutto.

Giovanni si domandava spesso quale fosse stato il suo evento scatenante: a cinquant’anni suonati era stato seduto per più di un anno, pigro e sordo a tutti i richiami che il buonsenso poteva dargli, sotto alla sua personale valanga. Forse era stata quella volta che si era rifiutato di andare a casa dell’Amministratore Delegato, una domenica, per sistemare il portatile del figlio. O forse quando, in assemblea, non aveva applaudito convinto allo show del direttore del personale che, dietro un muro di belle parole, paventava tagli all’organico.

Giovanni si era stufato di sentirsi dire che il suo settore era strategico per l’azienda specialmente da quando i più giovani, uno dopo l’altro, avevano fiutato il vento ed avevano cominciato a licenziarsi. Il suo capo non aveva neppure apprezzato il fatto che lui, spaventato, glielo avesse fatto notare: per le alte sfere il problema, semplicemente, non esisteva.

Giovanni non si era spaventato neppure quando il suo capo aveva cominciato ad evitarlo, ma se ne era anzi compiaciuto dato che neppure lui aveva voglia di avere un confronto: l’antipatia doveva essere reciproca. Tanto meglio, aveva pensato. Tutto era rimasto tranquillo fino al giorno in cui i nodi erano giunti al pettine e una chiacchierata con il responsabile dell’ufficio personale gli aveva fatto capire che non c’era più posto per qualcuno che non fosse “in sintonia con la direzione aziendale”.

Non avevano dovuto sprecare neppure un francobollo e Giovanni aveva fatto subito quello che tra le righe gli era stato richiesto: aveva messo data e firma sulla lettera con la quale si licenziava. L’aveva fatto pensando al lungo elenco di persone famose che nell’antichità si erano uccise ubbidendo ad un ordine non scritto: generali, filosofi, re e regine. A lui, dopo tutto, era andata meglio. O forse no: sopravvivere alla propria morte civile, avere una moglie e pensare di avere ancora molti anni davanti nei quali comunque avrebbe dovuto mangiare, abitare, vestirsi, riscaldarsi, gli aveva procurato un conato di vomito ed una sensazione di vertigine mai sperimentata prima.

A cinquant’anni suonati Giovanni aveva imparato da tempo che il genere umano si divide tra padroni e oppressi e che lui non era nella schiera dei primi. Non lo era mai stato fin da quando, bambino, non era mai stato a capo della banda. Neppure di quella che aveva inventato lui. Alla sua età, con più di venti anni di matrimonio sulle spalle, aveva imparato che i padroni sono tutti uguali e che la moglie è il più padrone di tutti. Sapeva benissimo che comunicare a casa di essersi licenziato avrebbe spalancato le porte dell’inferno più di quanto già non fossero aperte sotto i suoi piedi.

Ma che alternative c’erano? Così non appena Enrichetta, sua moglie, l’aveva saputo, aveva mostrato subito di non poter tollerare il suo fallimento. Come volevasi dimostrare: lei era una donna fredda solo come può esserlo una piccolo borghese di mezza età. Algida, forse perché non erano mai riusciti ad avere un figlio. Per tutta la durata del matrimonio aveva vissuto solo su una futile competizione con le sue cosiddette amiche, tutte senza figli come lei. Aveva colto la palla al balzo e, dopo qualche lacrima di prammatica, era andata dall’avvocato prima ancora che da sua madre.

Senza lavoro.

Senza amore.

Senza casa.

Seduto al parco sul bordo di una panchina, al tepore degli ultimi raggi del sole, Giovanni guardava nell’abisso e l’abisso guardava in lui. Cos’altro avrebbe potuto fare? Il coraggio di uccidersi gli mancava del tutto e non c’era altro, alla sua età, che potesse fare. Tranne una cosa: a conti fatti non aveva altro che se stesso, nella vita. Avrebbe potuto ripartire in un modo solo. Con carta e penna.

Perché la scrittura è l’ultimo rifugio degli incapaci.

***

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