Il pensiero della principessa


photo credit: michael_d_beckwith via photopin cc
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Italo Calvino on Writing: Insights from 40+ Years of His Letters

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/06/10/italo-calvino-on-writing/

“To write well about the elegant world you have to know it and experience it to the depths of your being… what matters is not whether you love it or hate it, but only to be quite clear about your position regarding it.”

***

Giorgia la conosceva bene, quella sensazione; l’aveva cominciata a percepire strisciante fin dal pomeriggio, scaturita già solo all’idea di doversi preparare. Una nausea sottile che prendeva la testa prima ancora che la bocca dello stomaco e che le era cresciuta dentro come un’erba amara: per sentirla nascere era bastato il pensiero del ballo cui avrebbe dovuto partecipare quella sera. La preparazione. I dettagli che non potevano essere meno che perfetti. Le solite facce con i sorrisi di plastica e le chiacchiere al cloroformio. La grande sala con quel parquet enorme. E traditore. Scivoloso ed infido come l’ostrica che si sentiva adesso in gola, incapace di andare né su né giù.

Il tedio di rimanere un’ora con la parrucchiera era stato interminabile; aveva lasciato che le spazzolasse i lunghi capelli biondi mentre si sorbiva, inerte, gli ultimi pettegolezzi: storie sempre uguali di donne e di uomini vacui, incapaci di vivere una vita vera.

Tradimenti, scenate, abbandoni.
Pianti, pentimenti, perdoni.

Come tutte le altre volte il rito del pettegolezzo l’aveva disgustata e l’orizzonte del suo piccolo mondo si era ristretto come la rete che, gettata in mare, i pescatori tirano a bordo schiacciando interi banchi di argentee scintille. Un mondo dorato, il suo, per chiunque non fosse davvero obbligato a starci dentro sorbendosi il fango limaccioso dei “si dice” e delle invidie, in compagnia di una genia di vipere cannibali pronte a sbranarsi l’un l’altra. Perché l’unico piacere che avrebbero mai potuto provare era il dolore e l’umiliazione dell’altro, falso amico fino all’istante precedente.

La parrucchiera, orgogliosa del proprio lavoro, aveva finito di fermare i brillanti tra le volute dei capelli e il diadema, che sembrava sorgere dal vezzoso chignon posto a lato della nuca. Le aveva sorriso, cercando un’approvazione che non avrebbe potuto ricevere; Giorgia si era specchiata, con uno sguardo indolente, prima di lasciare cadere dall’alto un “va bene” appena sussurrato e si era sottoposta con aria rassegnata alla successiva sessione di trucco. Rimanere quasi sempre ad occhi chiusi l’aveva aiutata ad estraniarsi fino al termine di quel supplizio, quando finalmente si era alzata dalla sedia. Il nodo nel proprio stomaco era ormai cresciuto fino alle dimensioni di un pallone e si sentiva lievitare come se nelle proprie viscere stesse per prendere il volo una mongolfiera di vanità e di disgusto. Dalle profondità dello specchio la osservava il volto di una magnifica ragazza i cui grandi occhi azzurri inondavano l’anima di tutte le lacrime che non potevano rovinare il mascara.

Giunta nella cabina armadio aveva aperto tutte le ante per scegliere il vestito; una moltitudine di stoffe colorate ricoperte di paillette, lustrini e penne dondolava dagli attaccapanni come esche morte su ami arrugginiti. Nessun colore, nessun taglio, nessun accessorio l’avrebbe salvata dall’ennesima serata fotocopia, piena della solita gente che avrebbe ripetuto le solite cose spacciandole per novità assolute.

Sull’onda della ripugnanza estrasse un abito color verde mela: il corpetto tempestato di Swarovski riverberava piccole gocce di luce tutto intorno e il pizzo ed i ricami dei manicotti erano pronti a lasciar intravvedere la pelle di porcellana delle sue braccia. Le ruches dondolavano pronte ad appiccicarsi a quelle degli abiti vicini, con gran disperazione della cameriera che continuava a lottare anche con le sciarpine, il collarino e gli altri accessori mentre cinguettava vacue ed improbabili aspettative per la serata. Giorgia avrebbe tanto voluto infilare una veste sformata, da pochi spiccioli; avrebbe voluto accoccolarsi nel cantuccio di una povera casa, in compagnia di un uomo che la amasse per quella che era e non per quello che aveva. Che le cingesse i fianchi e la scaldasse con il proprio tepore. Che fosse ricco di baci e carezze e non di monete e terreni.

Invece si fece aiutare ad indossare l’abito dal taglio scivolato; aggiustò il collare luccicante di strass, facendone scendere la coda lungo la profonda scollatura che le incorniciava la spina dorsale. Sistemò il corpetto perché le fasciasse bene i fianchi disegnandone le curve fin sulle anche e si guardò un’ultima volta, ormai pronta a farsi portare al ballo: alla vista di se stessa vestita l’amarezza per la serata e la ripugnanza della compagnia la vinsero definitivamente.

Era una principessa: non aveva la fortuna delle altre sue coetanee.

***

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6 pensieri riguardo “Il pensiero della principessa

  1. Per fortuna che non ho mai desiderato essere una principessa! 😉
    Mi è piaciuto moltissimo. Sei riuscito a rendere l’immagine di tutti i preparativi e i belletti dalla prospettiva di una donna che non prova il minimo interesse per essi (io sono una di quelle).

    Mi piace

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