Pagliacci


photo credit: Diogo A. Figueira via photopin cc

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Oggi interrompiamo la serie dei Consigli di Scrittura senza tempo per onorare una richiesta: Lisa Agosti, qualche giorno fa, ha sfidato me e il Coniglio Mannaro a scrivere una storia. Lei aveva una frase in testa da un mese e voleva vedere cosa avremmo potuto cavarne fuori. Ecco quindi la frase, che in realtà è una barzelletta, e poi la storia che sono riuscito a trarne.

Un uomo va dal dottore. Dice di essere depresso. Dice che la sua vita è dura e crudele. Dice di sentirsi solo in un mondo minaccioso. Il dottore gli risponde: “La cura è semplice: Il grande clown Pagliacci è in città, stasera. Vai a vederlo, ti tirerà su.” Ma l’uomo scoppia in lacrime: “Ma dottore, Pagliacci… sono io!”

***

Il camerino di un teatro è sempre un posto strano, un misto tra lo spogliatoio di una palestra e un salone di bellezza; le luci attorno allo specchio eliminano tutte le possibili ombre, illuminando senza speranza tutto quanto si trovi nel loro raggio d’azione. Lo osservo mentre sta finendo di truccarsi: è lui, il grande Pagliacci. Il più grande. Talmente grande e famoso che i dottori lo prescrivono contro la depressione, come se fosse una terapia. Non posso fare a meno di osservarlo, con l’ombra di un sorriso, mentre stende il cerone bianco: le smorfie del viso, che aiutano a non lasciare zone meno colorate di altre, sarebbero già di per se stesse buffe da vedere; mi scapperebbe persino da ridere, ma non posso. Non ora, per lo meno; bisogna aspettare che i suoi piedi calchino il palco: solo allora lui comincerà a dare la stura a tutto il suo repertorio e il pubblico si sganascerà dalle risate, dimenticando per due ore tutte le brutture e lo schifo della vita, rimasta chiusa fuori dal teatro.

I bambini, ipnotizzati dal suo naso rosso, lo adorano. Le mamme, che hanno potuto apprezzarne la mascella volitiva ed il fisico scolpito sulle riviste patinate dalla parrucchiera, lo venerano. Addirittura i papà trovano che sarebbe magnifico conoscerlo perché, con le sue battute sempre pronte, saprebbe risollevare il più soporifero dei party. Il rosso carminio che sta spalmando sulle labbra lo trasforma di colpo da una maschera piatta in un volto ridente, di un sorriso enorme e limpido come quello degli infanti. Le fossette, appena visibili nel bianco delle guance, rendono contagioso il buonumore che sprizza da quella bocca: basta guardarlo per pensare a tutte le cose belle della vita, tutte quelle piccole cose semplici che rendono l’esistenza davvero degna di essere vissuta.

Terminata la bocca si dedica agli occhi: praticamente invisibili fino ad un secondo fa, con rapidi colpi di eye-liner sono diventati improvvisamente enormi, sottolineati da quel tratto nero. Ma, così facendo e vicino come sono, non posso non vedere quanto siano tristi: c’è una malinconia senza speranza, nascosta dietro quelle pupille. Un abisso nero di disperazione, insondabile, che annulla tutti i desideri; una cappa opprimente e tetra di scura fuliggine che, come una nebbia malefica, soffoca qualsiasi anelito alla gioia, qualsiasi empito di fiducia nella vita. Non c’è speranza, in quegli occhi.

Il contatto con quelle iridi mi riempie di uno strano freddo; mi si congela la spina dorsale e un brivido diaccio corre giù per la schiena. Vorrei fuggire, ma non posso: mi sembra di essere inchiodato qui e le gambe rifiutano ostinatamente di muoversi. Vorrei fuggire, scampare all’orrore del nulla che trabocca dalle sue iridi. Vorrei urlare, persino, mentre  il tanfo putrido dei suoi sogni marciti mi invade le narici e mi provoca un conato. Il suo volto è un sepolcro imbiancato, il delirio di una vita priva di qualsiasi aspettativa incartato in un magnifico pacco di gioia e risate.

Ha terminato il trucco: su una faccia divertita e gioiosa si affacciano, beffarde, due orbite spente e tristi come le finestre vuote di un casolare abbandonato; il fragile castello di carte della sua falsa ilarità crolla insieme alla fiducia che riponevo in lui, allagandomi l’anima di una amarezza senza fine.

Non posso più sopportare oltre: una furia cieca mi sale dallo stomaco; mi tremano gambe e braccia mentre il mio corpo cerca contemporaneamente di muoversi e di rimanere immobile. Ma la rabbia infine ha il sopravvento: un suono arcaico, un rantolo gutturale mi esce dalla gola prima piano e poi sempre più forte; il mio viso si contrae in una smorfia di odio puro mentre desidero con tutte le mie forze vederlo morto. Le ultime remore cadono e il rantolo si trasforma in un urlo bestiale: quell’uomo deve smettere di imbrattare la purezza del mondo con la sua esistenza; le mie dita si contraggono e le nocche sbiancano: il mio pugno trema fuori controllo e poi parte, dritto, per ricacciare in quella gola il ghigno di fronte a me.

[rumore di uno specchio che si rompe…]

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

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3 thoughts on “Pagliacci

  1. Grazie per aver accolto la mia sfida e grazie per aver saputo dire così bene ciò che la barzelletta dice e non dice. Mi è sembrato di stare nel camerino con Pagliacci, e ho provato allo stesso tempo vergogna e fierezza. Bravo Michele, hai saputo estrapolare benissimo ciò che non riuscivo a dire con parole mie. Finalmente so come va a finire la storia 🙂

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  2. Non credo che potrei fare meglio di voi, sono davvero senza parole davanti a entrambe le interpretazioni. Ci penserò su un po’, penso che domani posterò sul blog l’invito ad altri che desiderino partecipare e chissà che non venga una buona anche a me!

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