Senza fine


photo credit: Podi_ via photopin cc
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John Steinbeck: 6 Tips on Writing, and a Disclaimer

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/03/12/john-steinbeck-six-tips-on-writing/

“Abandon the idea that you are ever going to finish.”

***

Qual è il sogno di ogni uomo? Il desiderio più vero e recondito, l’anelito che viene frustrato incessantemente fin dalla comparsa della vita su questo sasso che chiamiamo “Terra”? Dimenticate l’amore, il denaro, la fama, il potere: sono tutti palliativi. Pallide imitazioni e stucchevoli tentativi di raggiungere l’Unico Desiderio. Che non può essere altro che la Vita Eterna e la conseguente  sconfitta definitiva dell’unica vera paura: la Morte.

Da migliaia di anni l’uomo inventa religioni per sfuggire al fato che gli impone di marcire sottoterra. Sono stati costruiti mausolei e piramidi per tramandare di sé almeno un pallido ricordo. Sono stati conquistati imperi, facendo strage dei propri simili. Sono state scritte storie e poesie che lacerano l’anima, pur di lasciare una flebile eco di se stessi nei secoli a venire. Nonostante ciò re e imperatori, poeti e artisti, per quanto siano stati grandi, sono tutti morti. Di loro non rimane neppure la polvere e le parole che ci hanno lasciato, e che troviamo scritte oggi, sono state maneggiate, dette, copiate, riportate da talmente tante generazioni diverse che non si capisce davvero come possa prestarvi fede chiunque abbia avuto la ventura, almeno una volta nella vita, di giocare a passaparola.

Ma il destino è bizzarro e il caso gioca scherzi che appaiono infondati; coincidenze alle quali nessuno sarebbe disposto a prestar fede, perché talmente incredibili da sembrare il parto di una mente a briglia troppo sciolta. Nemmeno io l’avrei mai immaginato, quel giorno, mentre raccoglievo le mie poche frecce e quei due sassi che mi sarebbero serviti per andare a caccia. L’unico dio che mi guidava era la mia pancia vuota e la dispensa scarsa; per di più si stava avvicinando un temporale e gli animali avrebbero fatto presto ritorno alle proprie tane. Imprecai contro la sfortuna e mi incamminai di buon passo, in cerca di una traccia. Fu solo dopo molti passi che lo trovai: un bel cervo, grasso, che mangiava sul limitare del bosco, incurante delle prime grosse gocce di pioggia e del vento che le portava. Così mi accoccolai sotto ad un albero, tesi l’arco e…

Non so bene cosa successe. Un fulmine, credo. Mi risvegliai molto tempo dopo, malconcio e ustionato; l’albero sembrava esploso da dentro e parte della corteccia era conficcata nel mio fianco dolorante. Un odore acre mi bruciava il naso e su di tutto aleggiava una specie di leggera bruma azzurrognola, un vapore stagnante e maligno che il temporale non aveva disperso perché non si era sfogato su questo lato della collina. Con molta fatica, dolore, lamenti e imprecazioni riuscii a tornare a casa, certo che la mia breve vita sarebbe stata ancora più breve di quanto avessi mai potuto immaginare. Invece, nonostante tutto, guarii più in fretta ancora. Sembrava che le cose andassero bene: ogni volta che mi ferivo, la carne si ricomponeva nel giro di pochi giorni; anche le fratture sembravano saldarsi innaturalmente presto. Passarono molti anni prima che mi cominciassero a venire i primi dubbi: gli altri invecchiavano e, di me, si diceva che ero sempre uguale. Qualcuno tra i miei amici morì. Poi, con sempre maggior frequenza, anche tutti gli altri. Io stavo bene; stavo sempre bene e mi sentivo agile e scattante come quel giorno in cui ero andato a caccia.

Ma la gente del villaggio non apprezzò la mia fortuna: mi guardavano di sottecchi, parlavano alle mie spalle, si domandavano perché non fossi come loro. Io non avevo spiegazioni da offrire e così, non sopportando oltre la loro ostilità, me ne andai. Imparai ben presto a diventare un nomade per sfuggire alla rabbia e all’invidia; imparai a non mettermi mai in risalto, per non farmi riconoscere; imparai a non amare, per non farmi straziare il cuore dalla morte, inesorabile per tutti tranne che per me.

Ecco perché io sono l’unico. Il solo ad averli visti tutti: ero in Grecia quando l’aedo cieco cantava di Troia e in Persia al passaggio di Alessandro; ho visto sfilare il carro di Augusto a Roma e ho guardato, al sicuro sui colli vicini, salire da quella stessa città il fumo degli incendi quattro secoli dopo. Ho riso e mi sono commosso nel Teatro del Globe, a Londra, e ho sorriso sotto i baffi al passaggio di un nanerottolo impettito, travestito da imperatore, per le vie di Parigi. Adesso però gli uomini sono diventati sospettosi e continuare a nascondere la mia identità diventa più difficile ogni giorno che passa; ma la cosa più difficile di tutte è resistere alla mia anima: fatico a sopravvivere a questa valanga di giorni grigi, sempre uguali a se stessi, affogati nella mediocrità, unico lusso di gente capace di vivere per una stagione sola come le farfalle. Gente che non sa, perché non c’era oppure non ci sarà più, gente alla quale nulla importa se non l’oggi, perché non ha altro nella vita.

Popolo di mentecatti, alla ricerca dell’unico veleno capace della tortura più terribile di tutte: la vita eterna. Che altro non è che la sorte peggiore: perché non c’è soddisfazione, quando hai a disposizione tutto il tempo, nell’ottenere qualsiasi cosa. E quando abbandoni la speranza di poter mai finire, e invochi la morte come una sorella, non ti rimane che affogare nelle lacrime perché sai che non avrai altro che l’amaro calice della vita da bere per spegnere la tua inestinguibile sete di oblio.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

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6 pensieri riguardo “Senza fine

  1. Stupendo e poetico… mi hai fatto ricordare alcune lunghissime disquisizioni sull’argomento che mi vedevano tutta concitata! 😀
    Chiss’ se anche noi con vita eterna saremmo cosi come il protagonista del tuo racconto…

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    1. Io credo che la vita sia bella proprio perché è breve. Così diventa un dono da accettare da chi ci ha preceduti e anche un dono da fare a chi ci seguirà. Se fosse eterna, non ci sarebbe nessun dono, e forse allora neppure l’amore. A cosa servirebbe l’amore in una vita eterna?

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  2. Meraviglioso Michele . Questo racconto è straordinario. Descrittivo e senza tempo. Mi hai fatto perderr per un attimo il senso della realtá , quest’anima vagante nello spazio e nel tempo , potremmo patagonarla alla nostra, sempre alla ricerca. Bellissima. Grazie davvero di cuore

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    1. Grazie a te, Tiziana.
      Sono davvero contento se, con la mia storia, ti ho fatto perdere per un momento il senso della realtà perché anche io l’ho perso scrivendolo: volevo per un momento sentirmi come se avessi nelle mie mani tutto il tempo dell’universo. E la sensazione non mi è piaciuta: la ricerca è entusiasmante solo se hai un tempo limite, secondo me. Altrimenti è solo noia.

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