Alluvioni


Eccomi qui, ancora una volta: colpa di Spartaco che mi ha irretito con un messaggio di Alessandro Corradini. Il tema, come al solito, è interessante e mira a ridurre l’impatto devastante delle nostre città, ma il Coniglio Mannaro ha il pallino della distopia e avrebbe voluto trarne una storia. Il problema vero, però, è che è il mondo reale ad essere distopico in confronto alle città ideali prospettate da Alessandro: ecco allora, per voi, una breve pagina di “diario”, scritta in questi giorni in un luogo imprecisato dell’Italia Settentrionale tra quelli che purtroppo sono finiti sotto metri di acqua e fango.

EDIT: il contro-racconto di Spartaco è leggibile a questo indirizzo:
http://spartacomencaroni.blogspot.it/2014/11/supplemento-di-pena.html

photo credit: OggiScienza via photopin cc
photo credit: OggiScienza via photopin cc

***

Oggi proprio non me la sento di cominciare con “Caro diario”: la città è stata bombardata e siamo tutti profughi di guerra. Specialmente chi, come me, non ha una casa, ma solo pochi stracci dentro un carrello della spesa dai quali spuntano un pugno di fogli scritti di notte, quando i morsi della fame straziano l’anima. Fogli che sono come ali strappate di farfalla, brandelli colorati che non ornano più la mia schiena e i miei pensieri facendomi volare: adesso io sono qui, solo e abbandonato, e mi sento come un piccolo verme su questa lurida terra.

Ho cercato di scrivere per non dimenticare la mia infanzia felice, le città piene di alberi e fiori e frutti e piante profumate. Ciascuno di noi era amico degli altri e non c’era l’assurda lotta tra poveri che c’è in questo posto, solo per avere una briciola di niente. Non c’era bisogno di succhiare fuori il nero sangue della Terra per correre su di un’automobile o per accendere una lampadina: il sole ci dava tutta la luce necessaria e i piedi ci hanno sempre portato fino alla casa di chiunque avesse per noi stima e affetto. Non c’era bisogno di tormentare i sassi col fuoco per trarne ferro e forgiare le armi: i ciottoli cantavano per noi tra le acque dei torrenti o si disponevano quieti, in file ordinate, per lastricare le strade che univano gli uomini e i loro cuori. Ma qui, in questo posto nascosto nell’ombra e lontano da tutte le cose che varrebbe la pena vivere, hanno fatto infuriare la Natura, Signora dei ritmi dell’Universo: così le bombe non sono più solo quelle di fiamme e metallo che i simili scagliano sui propri simili, ma anche quelle di acqua e vento che il clima, stanco dei soprusi cui è sottoposto, getta su questo nugolo di scimmie impazzite che riservano per sé il nome di uomini.

Eppure non è abbastanza, mia Madre e Signora: sarebbe servita tanta acqua da sommergere tutto, come già facesti una volta. Anzi, ancora di più: perché adesso, per lavare via l’inquinamento dall’aria, i veleni dalla terra e la grettezza dai cuori, non basterebbero quaranta giorni di ammollo. Non ti fermare, come nei tempi che furono, per salvare chi è venuto qui con la missione di trovare qualcosa di buono. D’altra parte, chi avresti potuto mandare? Già l’altra volta avevo fatto un buon lavoro, salvando gli animali. Ma oggi è peggio, perché gli uomini li sterminano prima che io sia in grado di strapparli al pericolo. Non posso sottrarre le piante al loro destino, perché già hanno patito il loro fato venendo estirpate e avvelenate per fare posto a enormi, monocrome, colture. Non c’è più nulla da salvare, qui. E neppure io posso più essere salvato: in me è sparito persino il ricordo della città giardino dalla quale provengo, e le gocce di pioggia hanno lavato i miei fogli perché smettessi di struggermi nella nostalgia dei suoi profumi dolcissimi.

Allora vendicami, mia Signora: manda la tua figlia più potente perché il domani non sia più figlio dell’oggi. Io ti invoco, acqua: nera e rombante, cavalca i tuoni. Lancia i tuoi fulmini feroci. Scendi copiosa su questa terra perché verrò meno alla mia missione e non costruirò più una barca. Sole che tutto illumini: nasconditi dietro alle nuvole listate a lutto, perché la tua luce non scenda a formare l’arco colorato che unisce la Terra con il Cielo. Non per quaranta, ma per quattrocento giorni. Finché vada perso tutto; fino a quando neppure le pietre serbino memoria del passaggio immondo che ha sporcato questo pianeta. Nulla deve rimanere, prima che sia troppo tardi. In particolare nulla di me: ho fallito e adesso sono solo un miserabile; uno tra i tanti che trascinano la propria esistenza in questi formicai che chiamano città. Mai più nessuno dovrà nominarmi, perché con me dovrà morire la speranza. Che da oggi nessuno più, nei secoli dei secoli, invochi il mio nome: Noè.

E così, sia.

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2 pensieri riguardo “Alluvioni

  1. Non posso nemmeno immaginare quanto sia terribile trovarsi in mezzo a un’alluvione.
    Qualche settimana fa ho attraversato viale Zara a Milano con l’acqua che scorreva a fiumi, alta quasi fino al ginocchio… una piccola esperienza, rispetto a una vera alluvione, ma che è stata sufficiente a ricordarmi ancora una volta quanto siamo piccoli di fronte alla natura.

    Detto questo, molto bello il taglio del tuo racconto che lega l’alluvione al diluvio.

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    1. Di disastri mi è toccato di vederne diversi: terremoti, guerre e anche la squallida normalità che non fa notizia e che per questo rende la vita degli ultimi così dura. Però l’unica volta che ho rischiato l’alluvione l’acqua se ne è rimasta tra gli argini, da brava. Se non l’avesse fatto sarebbe stato davvero un grosso disastro. Tutto questo per dire che neppure io so bene come sia (e ne sono felice, eh!); la sensazione che mi ha guidato è stata solo lo schifo per un paese che mi sembra spostare ogni giorno i confini del peggio.

      Detto questo, grazie per i complimenti. 🙂

      PS: io cerco sempre di non dimenticare che bastano 30 cm d’acqua per annegare. Mezzo metro d’acqua che corre sull’asfalto, a me, fa paura…

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