Una cosa che ho imparato della scrittura


Mi è piaciuto molto il meme di Anima di Carta (nato da un commento di Lisa Agosti) sulla necessità, una volta tanto, di non focalizzarsi sugli errori ma di guardare il bicchiere mezzo pieno e scoprire cosa ho imparato a scrivere qualche centinaio di storie e alcuni romanzi.

Tutte le cose che lei sottolinea sono importanti, anche se io, sopra a tutto quanto, mi sento di sottolineare l’importanza della trama. Troppo spesso, a mio parere, ci si fa coinvolgere dal contorno e la pietanza principale diventa una specie di orpello quando invece dovrebbe essere il fulcro e la base di tutto. Nel mio caso, quindi, al principio metto il messaggio che voglio (vorrei!) che potesse arrivare a chi mi legge; subito dopo , in ordine di tempo, il modo con il quale mi preoccupo che il concetto che voglio esprimere giunga nella maniera più appropriata: ecco che, a questo punto, ho un’abbozzo di svolgimento. Quando ho stabilito questi punti mi serve, in ordine di importanza, un cast di personaggi adeguati allo scopo e al conflitto che va risolto, un’ambientazione, un tempo e un luogo. Solo a questo punto mi sento abbastanza pronto per cominciare a prendere la penna in mano.

Ma non era questo l’argomento di cui volevo parlare oggi; volevo aggiungere un punto a quelli già espressi da lei ottimamente. La cosa che ho imparato scrivendo (ma non solo) è: bisogna osare! Molti Alcuni anni fa un mio maestro mi disse: “Sai perché Valentino Rossi vince le gare? Perché osa più degli altri. Se prendi la moto e vai a spasso, non vincerai mai. Devi rischiare, se vuoi vincere, a costo di cadere e farti male.”

È proprio così anche per la scrittura. Sto rileggendo l’ultima cosa che ho scritto, e mi sono accorto che è piena di “vorrei ma non posso”, di sassi tirati e mani nascoste. I personaggi non possono essere abbastanza arrabbiati. Il protagonista non può pensare che l’antagonista è cattivo, forse. Nella vita reale è così: siamo sempre indecisi, perché spesso ci sentiamo (mi sento!) in difetto e quindi abbiamo (ho!) sempre paura ad esprimere giudizi netti o tranchant.

Un libro non se lo può permettere, e neppure uno scrittore. I personaggi vivono di contrasti e più sono forti, più i personaggi risaltano. Nella nebbia non si vede nulla: serve una luce forte, che proietti delle ombre nette, per vedere bene e vedere lontano. Il protagonista ha bisogno di incazzarsi e di pensare che l’antagonista è un gran bastardo figlio di biiiip. Altrimenti è solo noia.

“E se cado?” è stata la mia prima domanda. Non c’è una rete di protezione: scrivere è un brutto mestiere. Significa mettersi a nudo e scavare proprio là dove fa più male. Come dice qualcuno, non è importante quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi…

EDIT: Ci sono altri post che non avevo trovato al momento di pubblicare; a differenza degli altri io non ho tirato fuori i miei errori. Il che non significa che non ne abbia, ma che il loro elenco è lungo, noioso e in costante crescita. I list-post sono di moda, ma questo mi sembra osare un po’ troppo!

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19 pensieri riguardo “Una cosa che ho imparato della scrittura

  1. Io invece non la vedo così netta, tranne che nello spirito del “tutto o niente”. Una storia può essere anche molto “umana” con tutte le contraddizioni e lentezze del caso (ovviamente da riadattare al nuovo medium di arrivo).
    Quanto alla storia come portata principale, ok il messaggio… ma non dimentichiamo che lo stile e il contorno spesso possono essere usati come parte più importante. Vedi ad esempio KillBill: scritto e girato da altri, sarebbe stata una banale storia di vendetta a scorrimento, la Sposa che uccideva uno a uno coloro che le avevano rovinato la vita. E invece… la trama è banalmente questa, ma…^^

    Moz-

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    1. Il problema immagino di essere io: troppo acerbo ancora per potermi permettere di puntare tutto sui contorni… 🙂
      In realtà, io pensavo piuttosto a Romero: per lui gli zombi erano funzionali alla sua critica alla società, mentre adesso prima si decide per gli zombie, e poi (eventualmente) per il messaggio.

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  2. Grazie per il link 🙂
    In questi giorni mi sto interrogando sull’argomento dell’osare, ho fatto alcune scelte nel mio romanzo che mi sembrano acrobazie poco credibili per un pubblico “standard”. Cercavo di essere originale, ma col senno di poi e pensando a quel che piace oggi, mi sto ricredendo. Credo si debba trovare un equilibrio tra l’osare e la necessità di rendere le decisioni ineluttabili.
    Per esempio, una persona può svegliarsi un mattino ed essere completamente diversa da quel che era la sera prima? Certamente. Ma se non c’è un buon motivo per questo cambiamento, chi ci crederà? Solo Kafka.

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    1. Prego, ci mancherebbe 🙂
      Kafka? E dici niente?! 😉
      Ci possono essere dei buoni motivi, nascosti da qualche parte: segreti, bugie o anche motivi medici, per fare tre esempi facili. Basta guardarsi attorno: c’è pieno di gente che ammazza i vicini dei quali si sente dire: “era tanto una brava persona”. Se non è un cambiamento quello!
      Quello che non credo ci si possa permettere è il “deus ex-machina”: se c’è un cambiamento ci vuole un motivo coerente con la storia, anche se non necessariamente plausibile nel mondo reale. Infatti, proprio per questa scarsa coerenza, sto per scrivere il terzo finale diverso nel mio libro. Tieni presente però che il pubblico è molto intelligente e capisce cose di cui anche chi scrive fatica a rendersi conto: fidati dei tuoi lettori, perché saranno tutto tranne che standard.
      Fidati di loro, perché loro si fideranno di te.

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  3. Ciao, prima di tutto grazie per avermi citata e aver aderito all’idea.
    “Osare di più” è uno dei miei buoni propositi nella scrittura, quindi sono pienamente d’accordo con quello che dici. Non solo per quanto riguarda il dipingere a tinte forti personaggi e situazioni (magari questa è una cosa che può piacere o non piacere), quanto sull’avere più coraggio di esprimere le proprie idee, sull’andare fino in fondo sulle conseguenze delle situazioni che creiamo.
    In bocca al lupo per la tua scrittura 🙂

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    1. Ciao e benvenuta tra queste pagine 🙂
      Una citazione è il minimo che si possa fare, quando c’è un’idea buona in giro.
      È proprio il coraggio, che serve, non tanto per le tinte forti quanto per non fermarsi solo sulla superficie delle cose, dei sentimenti e delle situazioni. Serve non fermarsi, come dici tu, a costo di andare a sbattere: perché è così che si scrive una cosa che rimane in mente a chi legge. Tra un soffio e uno schiaffo, rimane impresso con più facilità il secondo; per il primo, bisogna essere poeti.
      Crepi il lupo (povera bestia!) e in bocca al lupo anche a te!

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  4. Come ti capisco.
    La paura di osare lega le mani. Me ne rendo conto anche io. Ci sono momenti in cui viaggio con il freno a mano tirato ma, se riuscissi a premere il piede sull’acceleratore, sia i personaggi sia la trama ne guadagnerebbero.
    Siamo sempre in lotta contro il censore interno, un fighetto in giacca e cravatta che reprime la creatività perché la considera quasi sconveniente. Ma la scrittura è libertà, e noi dobbiamo avere il coraggio di volare.
    P.S. Anche io ho scritto lo stesso post! 🙂
    Se ti va, vai a vederlo. Si chiama “la storia della mia scrittura – imparare sbagliando”.

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    1. L’avevo letto, sai? Solo che ieri non l’ho trovato e ho pensato che forse mi ricordavo male; ancora una volta non avevo “osato” abbastanza, e lo scroll del mouse si era fermato giusto prima del post in questione.
      Hai ragione: i sentimenti forti, specie se non proprio politically correct, finiscono spesso sotto la mannaia di quel mio fighetto imbalsamato. Di questo passo, però, solo una mummia mi leggerà volentieri! 😉

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  5. Grazie per il link!
    Osare sì, sicuramente in scrittura vince chi osa. Non concordo del tutto sul raccontare gli estremi. I personaggi migliori sono comunque quelli sfumati, quelli che si fanno amare e odiare allo stesso tempo.

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  6. Mhmmm. Lo stile è importante, e la trama, anche. Tra i due per me vince lo stile, ma è una questione di gusti. Molto spesso, le storie che preferisco, sono quelle in cui non accade nulla di eccezionale, ma le stesse che l’autore mi rende appetibili attraverso l’uso che fa delle parole. Il modo in cui lo dici più di quello che dici, che è una banalità assai vera. E un consiglio, se mi permetti. Il controllo lo capisco, e lo rispetto, perché vuol dire che sei una persona umile, qualità che al giorno d’oggi scarseggia assai. Tutti sono scrittori, e tutti sono bravi, tutti sono arrivati. Questo è uno degli atteggiamenti più pericolosi al mondo. Però, anche il freno a mano è pericoloso. Allora sai cosa penso? Penso che non dovresti più controllarti. Penso che sia meglio essere giudicati perché si è “troppo”, che suscitare indifferenza perché si è “troppo poco”. Altra banalità, ne convengo. Ma se lo dicono tutti… un motivo ci sarà.
    Un abbraccio, amico.

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    1. Lo stile… per farcela con quello bisogna essere bravi. Molto bravi. Poeti, direi. Per il momento è fuori dalla mia portata.
      Sul freno a mano ci posso lavorare da subito. Lo sto già facendo, in realtà: mi ha dato molto fastidio, rileggendomi, trovare tanti piccoli colpi di freno. Niente di eclatante, solo la paura di uscire fuori strada.

      Li sto cancellando tutti.

      E mi piace.

      Grazie per l’abbraccio, e ricambio. Di questi tempi è una piccola, inaspettata, fortuna… 🙂

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  7. Sottoscrivo. La trama deve lanciare un messaggio, più o meno palese. In effetti, quando hai in mente una storia, breve o lunga, ti riesce più o meno naturale far partorire dei personaggi, fermo restando il promuovere delle idee, che possono essere delle informazioni o delle visioni o semplicemente un pensiero.
    La nostra mente è una fonte senza fine di idee e sensazioni, sta a noi mettere ordine in questa ricca miniera e se riusciamo a farlo in maniera originale, abbiamo raggiunto lo scopo. Grazie per il post.

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