Gambe. Il rovescio della medaglia.


jacovittiIeri ho letto un post de La Donna Camèl, che vi invito a leggere prima di questo. È la fotografia di un incontro in metropolitana, come capita di farne. Un flash che non può lasciare indifferenti, qualsiasi cosa si possa pensare al riguardo. Qui, di seguito, c’è il rovescio della medaglia.

EDIT: mi sono accorto che il link che avevo messo non funziona. Questo, invece, porta nella pagina giusta: http://blog.libero.it/LaDonnaCamel/13043148.html

***

Ho combattuto in Afghanistan. Mi basta il fischio delle pallottole per distinguere un Kalašnikov AK-47 da un Colt M4, perché dal rumore dei colpi sarebbe capace anche un bambino. Ho combattuto per la libertà della mia gente, prima, e per la mia vendetta, poi. All’inizio, quando i talebani avevano preso il potere, sembrava che tutto sarebbe andato come sempre: solo un piccolo scossone e qualche testa che rotola, giù a Kabul, perché tanto i soldi e il potere non sono mai stati affare per la mia tribù, figurarsi per la mia famiglia.

Le cose, però, hanno cominciato a peggiorare in fretta dopo: con la scusa della sharia, gli studenti mandati dalla capitale si sono sentiti padroni di tutto e hanno messo prima gli occhi e poi le mani su quello che non avrebbe dovuto essere loro. Allah, nelle loro parole, era inferocito con noi e  tutte le poche cose che avevamo, di colpo, erano diventate blasfeme o portatrici di blasfemia. Proibito avere. Proibito fare. Proibito pensare.

Niente musica, se non i gorgheggi sacri sparsi dai minareti su una terra arida, che sembrava ancor più sorda delle nostre orecchie. Niente scrittura, ma solo lettura del Corano. Meglio ancora: essere analfabeti e ascoltare le parole del Profeta direttamente dalle bocche di quelli che possono decidere quale ayāt si addica alle necessità del giorno, quale sura sia la più conveniente da tirare fuori dal cilindro. Ma la mia famiglia ha la memoria lunga: io, mio padre, il padre di mio padre, e ancora più in là nel tempo, ci siamo sempre tramandati le schifezze dei potenti. Le angherie di chi crede che il diritto sia sempre da una parte sola, quella di chi si crede più forte.

Gli inglesi. Lo Scià. I russi. I Talebani. Tutti uguali. Non basta una madrasa per fare un saggio, e spesso neppure per fare un uomo. Anche gli americani non saranno migliori degli altri, ma mi sono stati utili quando il giogo da Kabul è diventato troppo pesante per le nostre spalle. Allora ho ricordato che la mia è una stirpe di mujāhidīn, ho imbracciato ancora una volta il fucile e sono salito tra le mie montagne. Insieme agli yankee ho fatto capire a qualche piccolo capetto locale che aveva spinto il proprio naso troppo avanti e che aveva commesso l’errore di pretendere più del dovuto, rendendo il conto troppo salato per la sua borsa.

Purtroppo i boriosi si credono invincibili e da Kabul sono arrivati un gruppo di bastardi che se la presero con la mia famiglia. Donne. Vecchi. Bambini. Smisi di cercare la giustizia e mi accontentai della vendetta, perché al mondo non avevo più nessuno se non i miei fidi compagni; la nostra valle divenne un cimitero, per ogni sasso un morto e per ogni morto una vedova, da qualche parte, che patisse almeno un po’ del dolore che anche noi avevamo patito.

Eravamo bravi, tra le nostre montagne, e la strage sarebbe continuata ancora a lungo se non fossimo incappati di notte in un campo minato. Era una trappola e ci eravamo cascati. Mi ricordo che cercavo come un disperato di distinguere dove mettessi i piedi, sotto quella nefasta coperta di pece che le nuvole ci avevano steso sopra. Mi ricordo che maledissi Allah per averci abbandonato.

Poi mi ricordo l’ospedale da campo. Un lampo di luce bianca.

La mia memoria ricomincia molti giorni dopo, senza gambe, con una mano, il petto e la gola mangiati dall’esplosione. Cosa avrei potuto fare là, ancora? Appena sono stato in grado di farlo sono partito: è stato terribile e umiliante, perché non ero più un uomo. La mia volontà rotta; la speranza schiacciata. Ma se Allah mi aveva risparmiato la vita, un motivo doveva pur esserci. Ho vagato verso occidente e adesso sono a Milano in attesa che il mare della vita mi butti su qualche altra spiaggia.

Sono qui, in metropolitana, a farmi dare qualche moneta come un lurido mendico; proprio io, che ho combattuto e sono stato per oltre un anno padrone della vita e della morte nella mia valle, signore della libertà e della vendetta. E adesso sono davanti a queste facce smorte, di gente che non saprebbe difendere neanche il proprio cane e che mi guarda come se fossi uno scherzo della natura e non il risultato di una mina vigliacca.

Ma non importa: che lo sappiano o lo ignorino, a me non interessa. Mi serve solo qualche euro per mangiare e bere qualcosa. Per comperare una bottiglia di vino infedele, che mi faccia ubriacare e dimenticare, fino a domani, i demoni urlanti che la notte mi perseguitano. Che mi braccano, fin da quando ho imbracciato il fucile per immergerlo nel sangue di fratelli sconosciuti.

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2 pensieri riguardo “Gambe. Il rovescio della medaglia.

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