La favola di Santo Stefano


photo credit: torbakhopper HE DEAD via photopin cc
photo credit: torbakhopper HE DEAD via photopin cc

Visto che non sono riuscito a scrivere una storia per Natale, vi regalo una favola per S. Stefano. È un pezzo che fa parte di un libro di racconti ancora non terminato, e che avevo già inserito come “bonus track” nel primo ebook dei “Consigli di Scrittura”. Mi scuso con chi ha già avuto modo di leggerla; per tutti coloro che hanno seguito solo il blog senza scaricare nulla, invece, è un anteprima. Buona lettura.

***

Carlo era un agricoltore. Uno di quelli moderni, con il wi-fi sul trattore e arando un campo consultava il GPS per vedere di non sgarrare neppure di un millimetro. Carlo, che era un bravo ragazzo conscio del fatto che l’ambiente va trattato bene, produceva solo frutta e verdura biologiche. Ci teneva moltissimo che i suoi campi fossero liberi da robacce chimiche e da intrusi di tutti i tipi: spesso gli era capitato di fermare un lavoro per raccogliere un sacchetto di plastica che il vento aveva portato a spasso sopra le sue terre.

Era molto contrariato dall’idea che la spazzatura di qualcuno finisse per errore sotto le radici delle sue piccole piantine, o che si avviluppasse sulle foglie dei germogli che avevano tanto bisogno di sole. Così, il giorno che trovò un bel fiocco rosso attaccato ad un’erba di campo cresciuta in un fosso ai bordi della sua proprietà scese dal trattore piuttosto rabbuiato:
“Possibile che ci sia sempre qualche scriteriato che butta via le cose lungo la strada invece che negli appositi cassonetti?”
Il fiocco scintillava nel sole del primo pomeriggio, mentre i nastri svolazzavano allegri nella tiepida brezza autunnale. Nonostante il fastidio di trovarselo lì, ad un passo dai campi e mezzo metro sopra l’acqua del fosso che serviva ad irrigarli, il fiocco lo indusse a sorridere: era molto buffa questa strana canna solitaria, con in cima quella specie di pompon svolazzante. Scese fin quasi a livello dell’acqua e tese la mano per togliere l’intruso, che però sembrava non volerne sapere di staccarsi.

Dopo qualche inutile strattone, decise di avvicinarsi ulteriormente per sciogliere il nodo che si era evidentemente formato. Sollevò un lembo e: meraviglia! Il fiocco era proprio attaccato alla canna; un piccolo picciolo verde si staccava dal fusto principale e si produceva in questa piccola voluta di nastro. Visto così, a tutti gli effetti, l’impressione era che fosse davvero una specie di fiore.
Forse è qui da molto tempo e la canna, crescendo, lo ha avviluppato, pensò senza troppa convinzione. Era certo di essere passato diverse volte in quel punto negli ultimi mesi; conoscendosi, un fiocco di quella portata non avrebbe potuto passare inosservato per così tanto tempo. Decise comunque di non strappare la canna e di lasciare il nastro dov’era. Nei giorni seguenti però, tornò a controllare ogni sera prima di tornare a casa: il fiocco sembrava sempre più grande e si accentuavano i riflessi dorati, alla luce gentile del sole al tramonto. Dopo una settimana abbondante, Carlo si rese conto che c’era qualcosa sotto al nastro: ancora una volta si fermò e scese fin quasi in acqua per poter osservare da vicino.

Sotto al fiocco era spuntato un piccolo pacchetto di carta verde con una fantasia floreale. Strabiliato, allungò una mano per toccarlo: era proprio una bella carta da regalo che avvolgeva una scatola delle dimensioni di quelle che, solitamente, contengono un anello oppure un paio di orecchini. Il nastro la avvolgeva come se fosse appena stato incartato in una qualche gioielleria del centro. Nelle settimane successive il pacchetto si ingrandì fino alle dimensioni di una mezza scatola da scarpe; allo sconcerto di quel fatto prodigioso si stava cominciando ad unire una sottile inquietudine:
“Fino a che punto crescerà?” si domandava.

Ma la sua preoccupazione più grande era che qualcuno potesse accorgersi di tanta meraviglia e decidesse di staccarlo oppure, pensiero ancora peggiore, che gli rubasse addirittura la pianta. Fu così che decise, un giorno, di andare a prendere la pianta e trapiantarla in un luogo più sicuro. Con il badile scavò una grande zolla intorno al fusto, nel timore di rovinarne le radici; poi la prese e la sistemò in un grande vaso all’interno della sua veranda: lì sarebbe stata al riparo dai primi freddi ma esposta ai tiepidi raggi del sole al tramonto.

Il pacchetto si ingrandì fino a diventare grande come un piccolo televisore: sotto il suo peso la canna si era tutta incurvata, sofferente, e Carlo l’aveva aiutata legandola ad un supporto. L’aveva innaffiata amorevolmente e nutrita con un buon fertilizzante: si vedeva dalle foglie che stava facendo un grosso sforzo per produrre quella grossa scatola sormontata da quel magnifico fiocco rosso.

Infine, un pomeriggio di un giorno di dicembre, quando ormai mancava poco più di una settimana a Natale, sentì un grosso botto provenire dalla veranda. Doveva essere caduto qualcosa; forse, pensò con terrore, si era addirittura rotto il supporto. Corse là più velocemente che riuscì ma, arrivato, non poté che constatare che il regalo si era staccato dalla pianta e che lei se ne stava lì, dritta e libera da tutto quel peso. Le foglie avevano assunto una posizione diversa dal solito, quasi la pianta mostrasse tutto il suo orgoglio nell’aver prodotto un regalo così grosso.

Carlo lo raccolse, domandandosi cosa avrebbe dovuto farne. Nel sollevare la scatola si accorse che, staccandosi dal picciolo, il pacco aveva staccato di netto una foglia. Dispiaciuto, decise di provare a salvarla: la mise in un bicchiere con un po’ d’acqua nella speranza che potesse mettere una piccola radice. Poi, preso il pacco, se ne tornò in casa.
Lo sistemò sotto l’albero; la presenza di un regalo così importante fece di colpo sparire i piccoli pacchetti che aveva preparato per i suoi pochi amici. Lo guardò spesso, mentre la notte di Natale si avvicinava; addirittura provò a scuoterlo per vedere se, dal rumore, si potesse intuirne il contenuto.

Giunta la notte del 24, davanti all’albero ed al presepe illuminati, decise di provare ad aprirlo. Il fiocco non si poteva sciogliere: in realtà sembrava proprio un fiore, con al centro un piccolo seme. Il pacco invece si aprì: conteneva una magnifico modellino di locomotiva, uno di quelli addirittura da collezione. Carlo, da sempre appassionato di treni, si commosse persino, per aver ricevuto un regalo tanto bello ed inaspettato. Corse dalla pianta, accarezzandone le foglie per ringraziarla. Poi, sempre nel tentativo di aiutarla per quanto possibile, provò anche a piantare quel piccolo seme contenuto nel fiocco.

In capo a qualche settimana, sia la foglia che il seme avevano dato segno di essere riusciti a sopravvivere. Confortato dal successo, Carlo decise di costruire una serra per piantare queste magnifiche piante e dare loro tutti i comfort che meritavano. Tra semi e talee si trovò ben presto ad avere molte piante nella propria serra e l’autunno successivo fu un profluvio di regali. Dal colore e dalla fantasia della carta, pardon, della buccia, era in grado di distinguere se fosse destinato ad un uomo o ad una donna, ad un ragazzo oppure ad una bimba. Tutti, quel Natale, si mostrarono entusiasti dei suoi regali e tutti, invariabilmente, gli dissero che quel regalo era in assoluto la cosa che più avrebbero desiderato ricevere.

Spinto da questo successo, impiantò una seconda serra e cominciò a trascurare i campi per dedicarsi notte e giorno alle sue amate piante da regalo. In breve cominciò ad averne così tante che si mise d’accordo con i negozi perché vendessero direttamente i suoi pacchi invece dei regali normali. Oscurò i vetri laterali delle serre perché nessuno potesse vedere cosa succedeva al loro interno e installò un impianto d’allarme perché nessuno potesse impadronirsi del suo segreto.

La gente, però, cominciò a discutere di come facesse a produrre così tanti pacchi con i regali.
“I regali di certo non gli crescono sugli alberi”, dicevano alcuni, domandandosi davanti ad un bicchiere di vino da dove arrivasse tanto ben di Dio.
“Tutti questi pacchi sottocosto, finiranno per fare chiudere le aziende.”, dicevano altri, proprietari di qualche industria di giocattoli.

Un altro Natale si avvicinava velocemente, il cielo era sempre più scuro e l’aria sempre più fredda. Ai primi di dicembre la neve cominciò ad imbiancare case, vie e piazze e la gente cominciò a comperare i regali nati dalla piante. Chi non aspettò Natale, trovo comunque sempre ed invariabilmente la cosa che più desiderava, che fosse una bambola, una cravatta, oppure un viaggio ai Caraibi. Per Carlo fu un successone, ma per i produttori di regali fu una debacle. Un’autentica Caporetto.

La primavera successiva, con i guadagni del Natale precedente, Carlo iniziò a costruire altre serre dove crescere amorevolmente le piantine. Entrare in quelle case di vetro, al tepore del sole, circondato da migliaia di piante con fiocchi di tutti i colori lo riempiva di gioia. Così una domenica se ne andò fuori città, al mare. Voleva riposarsi delle fatiche fatte negli ultimi anni, dedicati completamente alle sue adorate colture; voleva sentire la sabbia sotto ai piedi come quando era bambino ed il rumore delle onde che si frangono lievi sul bagnasciuga.

Fu un pomeriggio felice: cullato dei richiami dei gabbiani e purificato dall’odore salmastro che spirava dal largo gli parve di tornare fanciullo, quando su quelle spiagge era solito andare a passare con i nonni i primi giorni di vacanza dalla scuola. Poi, dopo qualche ora, il sole decise che era tempo di scendere per mettersi a dormire e Carlo salì in macchina per tornare a casa.

Quando rientrò dal cancello d’ingresso, però, ebbe una brutta sorpresa. Le serre giacevano a terra, distrutte. Le piante, secche e moribonde, erano state avvelenate. Con le lacrime agli occhi si domandò chi avesse potuto fare una cattiveria simile, solo per rispondersi con una lunga lista di nomi. Venne il commissario: si guardò in giro, fece qualche rilievo. Nessuno aveva visto nulla. Nessuno aveva udito nulla. Così, svogliatamente, compilò la denuncia contro ignoti e se ne tornò tranquillo in commissariato.

Carlo era distrutto. Tutte le sue povere piantine! Di colpo gli sovvenne che forse una si era salvata: la prima, quella che aveva trovato nel fosso, l’aveva sempre tenuta con sé nella veranda! Corse in casa e la trovò, quieta, nel proprio vaso. Come sempre. Molte lacrime bagnarono le foglie quella notte. Quando venne giorno, infine, Carlo cominciò a chiedersi cosa fare. Una grande rabbia stava montando in lui, e diceva alla pianta tutti i suoi propositi bellicosi.

Quella lo ascoltava paziente, ma le foglie rimanevano mogie; non sembrava così concorde con i piani di battaglia dell’agricoltore. Allora Carlo la guardò e le chiese:
“Non sei d’accordo con me?”
La pianta non rispose, naturalmente, ma le foglie che cadevano molli lungo i fianchi del fusto erano tutto tranne che un sì. Carlo allora capì cosa volesse dire la pianta; le sorrise e disse:
“Va bene. Allora faremo come dici tu.”

Lei capì che lui aveva capito e, per l’emozione, risollevò tutte le foglie.

Così Carlo fece rottamare tutte le serre; si comperò un trattore nuovo e tornò a coltivare i campi a granoturco come aveva sempre fatto. Però tenne per tutta la vita cara e nascosta la pianta della veranda. Lei, per ringraziarlo, tutti gli anni gli faceva un pacco sempre più grosso che lui apriva invariabilmente per S.Stefano: ogni volta era così certo di trovare il regalo perfetto: quello che lui desiderava davvero e che nessuno aveva pensato di regalargli.

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4 pensieri riguardo “La favola di Santo Stefano

  1. Ma che bella storia! Non ti facevo così sensibile 😉
    Ce la vedo bene come libro per bambini, con le immagini a fianco. Basterebbe addolcirla ancora un po’ e sostituire qualche termine “adulto” per renderla accessibile anche ai più piccoli.

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    1. Sono un uomo per tutte le stagioni 😉
      Il resto del libro, però, sono fiabe più per i grandi, ché se dico “per adulti”, poi, si capisce un’altra cosa. Non saprei dire se possa essere in grado di scrivere per i più piccoli; mi mancano molte competenze, per farlo, senza contare che ogni fascia d’età richiede accorgimenti diversi…
      Chi è stato, laggiù in fondo, a dire: “Neanche per i grandi”? 😛

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