Cassiopea e altre storie…


Ho aderito (leggi: li ho implorati di accettarmi) ad un gruppo di scrittori, che si ritrovano per confrontare le proprie storie in tornate nella quali ciascuno, a turno, viene messo sotto la lente di ingrandimento da parte degli altri. Tutta gente molto brava, a scrivere, tra i quali sospetto ci sia anche qualcuno che è un professionista della penna: il loro blog è http://mimettoingioco.wordpress.com/ e vi consiglio di farci un giro, perché ne vale la pena.

Così, giusto per fare capire loro che razza di personaggio si erano appena portati in casa, quando massimolegnani di Ore a rovescio ha pubblicato una bellissima storia, io non ho resistito al richiamo e ho dovuto pubblicare la mia “controstoria”. Al solito. Non contento, dalla discussione che ne è scaturita, ne ho pubblicata anche una terza.

Siccome mi sono molto divertito a farlo le ripubblico qui, per chi legge abitualmente questo blog. Vi invito quindi a dare un’occhiata, per prima, alla storia di massimolegnani, Cassiopea, che ha dato il via a questo mio gioco perché, altrimenti, i miei due seguiti non hanno lo stesso sapore; dopodiché, se vorrete, potrete leggere le mie due “risposte”.

Buona lettura.

***

Al di là dello specchio

Tutti uguali. Gli uomini sono tutti uguali.

Basta dargli un po’ di corda, che ti vengono dietro e fanno tutto quello che vuoi. Come i cuccioli ammaestrati. Che poi non è proprio “corda”, quella che gli devi dare, ma non c’è mica bisogno di spiegare sempre tutto, no? Io invece non ho quasi più credito nel telefono. E poi mi voglio comperare le Vans nuove, ma quella stronza di mia madre dice che non ci sono i soldi, che mio padre è cassaintegrato, che devo smetterla di voler fare la modella o, peggio, la velina. Che devo imparare a crescere e non pretendere sempre di essere al centro dell’attenzione.

Ma cosa ne sa, lei? Cosa ne sanno, loro? Se non hai i jeans, la borsa, il cellulare di ultima generazione o costoso non c’è più nessuno che ti consideri. Nessuno di quelli fighi, intendo. Se non cambi le cose tutti i giorni, e con le marche giuste, sei uno sfigato. E, come tale, da emarginare. Le altre ragazze del gruppo sono delle serpi, sempre pronte a mettere sotto i riflettori ogni più piccolo difetto. Vestiti. Trucco. Atteggiamento. Siamo innamorati delle cose, non delle persone.

Per essere accettati, bisogna essere invidiati. L’amicizia e l’amore sono sentimenti da vecchi, che non fregano più a nessuno. Così, per salvarsi, bisogna essere sempre un passo avanti: fumare prima degli altri, bere prima degli altri, drogarsi prima degli altri. Essere finti depressi, e diventare depressi veri se gli altri non se ne accorgono. Scacciare la noia facendo gare di pompini al sabato sera, nei cessi di una vecchia fabbrica abbandonata, mentre attorno un rave fa tremare i muri come quando rimbombavano le presse idrauliche.

Ma servono soldi, per tutto questo. Così, quando siamo andati a farci l’aperitivo prima di andare a ballare, il mio unico pensiero era che i miei vecchi non me ne avevano dati abbastanza, e dovevo trovare un sistema per fare qualche euro. Stavo per andare in bagno  a farmi un selfie a mutande calate, che gli sbavosi su Internet pagano sempre per averlo, quando l’ho visto. Lui era depresso davvero: aveva persino girato la sedia per mettersi faccia al muro a bere da quella bottiglia di vino. Lo fissavo affascinata dallo schifo. Anche i miei amici se ne sono accorti; uno mi ha detto all’orecchio: “Atroce, eh?”. Ci siamo fatti due risate, perché uno sfigato così non si vede tutti i giorni. C’era anche uno specchio, sul muro, e ho scoperto che riuscivo a vederlo in faccia. Almeno un po’.

Lui continuava a bere. E io a fissarlo. Continuavo a pensare a come fare quelle cazzo di foto, in bagno, per fare più soldi possibili, quando l’ho visto alzarsi e uscire. Ha aperto il cappotto, per prendere le sigarette, e io ho avuto un’illuminazione. Ho preso un foglietto e ho scarabocchiato qualcosa, perché so anche essere gentile.

“Torno subito, ragazzi.”

Mi sono alzata e sono uscita anche io. Che non è vero che gli uomini non hanno l’istinto della crocerossina, specialmente quando gliela fai annusare un pochino. Mi sono avvicinata a lui e gli ho detto: “Proteggimi”. Questo coglione ha aperto il cappotto e io mi sono infilata dentro alla velocità della luce, che faceva anche freddo. Mi ha coccolata un po’, come si fa con i gatti; poi, finalmente, gli è venuto in mente che sono una ragazza e ha deciso di baciarmi. Ero già pronta a fare dell’altro, ma lo sfigato era all’antica e mi sono anche dovuta tenere la voglia. È rimasto lì, dopo, come un allocco, tanto che per rompere il ghiaccio gli ho raccontato una storia che mi avevano mandato su Whatsapp, facendogli credere che mi chiamassi Cassiopea, e poi me ne sono andata.

Il suo portafoglio, adesso, è nel cestino del cesso e i suoi soldi, invece, sono a posto nel mio reggiseno. Ora sono più tranquilla. Non credo che si incazzerà tanto: ha speso parecchio ma avuto i miei baci e un bel biglietto. Con su scritto: “Grazie”.

***

Il commissario ama le stelle

“Allora! Io sto cominciando a rompermi i cabasisi, signorina, di tutti i suoi ‘non so’. Per chi mi ha preso? Pensa che io, per divertirmi, vada in giro tutte le notti a fare gli agguati nelle birrerie?”
“N-no.”
“E allora la smetta di scassare la minchia. Appuntato, rilegga!”
“Oggi, addì eccetera eccetera, io Giuseppina Ferretti, nata il eccetera eccetera, mi trovavo nella birreria Bar Acca, sita in via Legnani numero 65, in compagnia dei miei amici solo per bere un aperitivo.”
“Tutto qua, Appuntato?”
“Tutto qua, Commissario.”
“E allora, signorina Ferretti, non vorrà farci sprecare un foglio A4 solo per scriverci queste due minchiate, vero? Con i tempi che corrono per la pubblica amministrazione… Altrimenti, se preferisce, chiamiamo una collega e provvediamo ad una perquisizione personale. Perché lo sappiamo che lei era in atteggiamenti intimi, diciamo così, con il noto pregiudicato Salvatore Loiacono. Affiliato al Clan dei Casalesi. E lei, signorina, lo sa cos’è il Clan dei Casalesi? Ha mai sentito un telegiornale? O a quell’ora se ne sta sempre per locali, a scambiare effusioni con personaggi che dovrebbe evitare?”
“Veramente, no.”
“Brava. Adesso poi lo verifichiamo con i suoi genitori, dove si trova, di solito, all’ora di cena.”
“No! I miei genitori…”
“Le ricordo che le manca qualche mese per essere maggiorenne! Ma chi cazzo si crede di essere? La nipote di Mubarak?”
“…”
“Loiacono afferma che lei si chiama ‘Cassiopea’. Dato che all’anagrafe questo non risulta, e che certa gente non usa mai i nomi veri, io vorrei sapere come minchia ha fatto lei, così giovane e incensurata, ad affiliarsi alla mafia.”
“Ma io, con la mafia, non c’entro!”
“E quel simpatico giro di signori che pagano per avere le sue foto e chissà cos’altro? Cosa sono, tutti zii acquisiti? Perché lo sappiamo, cosa fa con il telefono. I colleghi della Postale ci hanno messo un attimo, a scoprirlo. Il che significa solo una cosa: prostituzione minorile.”
“Io non sono una puttana.”
“Ah no? E tutti quei vestiti firmati, come li ha comperati? Mi risulta che siano marche costose. Mi risulta anche che suo padre sia cassaintegrato. Quando arriverà, forse ci spiegherà lui com’è la faccenda. Ma io credo sia meglio che ce lo dica lei. Per il suo bene, intendo. E Loiacono? È il suo protettore?”
“Io non ho protettori!”
“Abbassi il tono, signorina. Non la si dà via per soldi senza un protettore: questo, credo, dovrebbe saperlo anche lei. Nonostante l’età. Visto che è così reticente, allora, vogliamo parlare dell’imbottitura del suo reggiseno? O, torno a ripetere, devo chiedere a una collega di perquisirla?”
“Ecco. Questi sono i soldi che ho preso a quello sfigato. Il portafogli l’ho buttato nei cessi.”
“Dove l’hanno recuperato i ragazzi della scientifica. Appuntato, mi porti un sacchetto e dei guanti, per non contaminare le prove. Bene bene. Un bel po’ di soldi per limonare con una ragazzina, non crede?”
“…”
“E questo in mezzo ai soldi? Cos’è? Un pizzino con un numero di cellulare estero e una data. Questo mi puzza di consegna. Appuntato, chieda subito al giudice l’autorizzazione a mettere sotto controllo questo cellulare. Vediamo se riusciamo a prenderli con le mani sporche di marmellata, questa volta. E tu, Cassiopea, cosa ne sai di tutta questa storia?”
“Niente. E non mi chiamo Cassiopea.”
“Ma davvero? Eppure io sono sempre stato appassionato di astrologia, e sono convinto che le stelle abbiano tanto da dirci. Avanti, Cassiopea, dimmelo tu: dove aspetta la droga il tuo amico Salvatore?”

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