Tamburi


photo credit: lepetitNicolas via photopin cc

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B. White: Why Brevity Is Not the Gold Standard for Style

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/02/10/e-b-white-letters/

“Writing is not an exercise in excision, it’s a journey into sound.”

***

C’è una cosa, che un europeo medio difficilmente potrà immaginare: cosa significhi davvero viaggiare in Africa, a bordo di una jeep. Non certo nelle grandi città o nelle zone turistiche, dove la globalizzazione ha steso il proprio manto uniforme, rendendo questo nostro pianeta tristemente omogeneo. Ma sulle strade dell’interno, quelle percorse esclusivamente dai residenti. O dagli indigeni, che fa più esotico.

Piste sterrate, che raccolgono un impressionante campionario di buchi e di sassi, percorse a velocità da formula uno da grandi fuoristrada (per chi se lo può permettere), a piedi o al più in bicicletta per tutti gli altri. Un’occidentale, quindi, abituato a lamentarsi delle piccole imperfezioni sulla stesa dell’asfalto e a chiamare in causa la moralità della madre del sindaco per le vibrazioni, che rischiano di rovinare le delicate sospensioni della sua vettura, non può capire cosa significhi viaggiare per ore a bordo di uno scuotiossa a motore. Che ogni mezzo minuto provoca un sobbalzo capace di spingere la milza a fare amicizia col fegato, mentre il cervello si è ormai fuso, a forza di rimbalzare sulle pareti interne della scatola cranica.

Non eravamo stati felici, quindi, di apprendere che uno dei compagni del nostro tour soffriva di mal d’auto. In Italia. All’ennesimo giorno di viaggio la situazione stava ormai per degenerare: continuare a fargli macinare chilometri tra Kenia e Tanzania avrebbe potuto esporci a un esposto all’ONU per torture, ma abbandonarlo nella savana non sembrava un’opzione migliore. Finì così che, di ritorno dalla visita in un villaggio, il nostro autista decise che forse poteva essere una buona idea fermarsi per qualche minuto e lasciare che il poverino ripigliasse fiato, facendogli appoggiare i piedi per terra.

Il sole del tramonto incendiava la terra rossa della pista; tutto attorno, l’erba alta e qualche albero disegnavano un paesaggio da National Geographic. Non c’era nessuno, attorno a noi. L’ultima persona sulla strada l’avevamo incrociata più di un’ora prima e mancava almeno altrettanto alla meta. Gli altri si erano fermati a fianco alla macchina, a fumare, e io, per cercare di accorciare la nostra sosta, avevo proposto al mio sfortunato amico di fare due passi, nella speranza che il suo stomaco gli scendesse dalla gola fino a tornare a occupare la sede deputata.

Ci eravamo incamminati, e nel giro di trenta secondi ci eravamo trovati soli nella savana: il vento accarezzava l’erba in delicate, morbide onde che mischiavano un verde chiaro con il colore dell’oro. Un baobab in lontananza disegnava la sua siluette nera contro il porpora del crepuscolo e il cielo sulle nostre teste digradava veloce dall’azzurro al morbido velluto blu che precede la notte. Un panorama splendido che, complice i suoni della natura mischiati al nostro silenzio, mi procurava sempre più angoscia per ogni passo che ci allontanava dall’auto: sapevo che quella era una zona abitata da animali pericolosi e per me, tremebondo uomo bianco, anche incrociare un macaco sarebbe stato fonte di guai.

Una persona di buon senso avrebbe girato i tacchi per tornare e invece noi avevamo continuato a scambiare la zona con un parco a tema tipo “zoo safari” misto a “la casa degli orrori” perché, comunque, l’adrenalina aveva cominciato a scorrere copiosa nelle vene di entrambi. La strada, a un certo punto, faceva una curva attorno a un vecchio, grande albero, dai cui rami pendevano un paio di pantaloni. La cosa ci aveva incuriosito e inquietato, ma non avevamo ancora trovato una spiegazione plausibile, o almeno tranquillizzante, quando avevamo cominciato a sentirli.

Tum. Ta. Tutum. Ta tu ta ta tum. Tum. Tum. Ta tum.

I tamburi avevano cominciato a suonare nel crepuscolo, che stava trascolorando in notte con la velocità tipica dell’equatore. Anni di film, in cui i selvaggi africani, cannibali e cacciatori di teste, si annunciano all’ignaro esploratore a suon di tamtam, avevano fatto il resto. Forse avevamo camminato dieci minuti, per arrivare all’albero; credo che ne impiegammo uno scarso, per tornare alla macchina. Gli altri stavano ancora parlando, occupati a spegnere le ultime cicche.

“Allora? Si riparte?” ci aveva chiesto l’autista mischiando inglese e swahili.

Non rispondemmo, ma l’essere saliti a precipizio doveva essere stata una risposta altrettanto convincente. Ripartimmo; giunti all’albero domandai, con noncuranza:

“Come mai ci sono dei pantaloni appesi?”
“Quelli? La gente fa così per segnalare che, qui, un leone ha ucciso un uomo.”
“Oh! E i tamburi? Si sentivano anche i tamburi…”

L’autista si era messo a ridere.

“Non c’è la televisione… E neppure l’elettricità. Alla sera, allora, cosa puoi fare se abiti in un villaggio? Accendi un fuoco, suoni e balli!”

***

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3 thoughts on “Tamburi

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