Dov’è l’arte nella scrittura? Ovvero delle raccomandazioni della mamma di Salinger


da Wikipedia

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Questo è un post diverso dal solito. Oggi niente racconti: si parla di scrittura. Meglio: parliamo di come scrivere della “buona scrittura”. Un post che potrebbe garantirmi un trono nell’Olimpo degli Scrittori, se solo ci fosse un modo condiviso di definire quando la scrittura sia buona (o anche ottima, se vogliamo). Per capire davvero, secondo me, cosa sia la buona scrittura, lasciate che vi racconti la parabola dello “scrittore”; se quello che leggerete vi ricorda di qualcuno, sappiate che vi state sbagliando: la conformità con nomi e fatti reali è puramente casuale.

Dato che vorrei dare un minimo di solidità al ragionamento, non posso prescindere dal cercare uno strumento di misura. Quello che ci serve è un metro, sulla base del quale decidere se le parole, con cui il nostro scrittore imbratta le pagine, siano buone oppure no. Cioè quello che cerca chiunque scriva, anche nell’ipotesi che tenga i propri diari ben chiusi a chiave in un cassetto. Perché chi scrive anela a farsi leggere, prima o poi. Fosse anche dai posteri. Allo stesso tempo, brama il plauso dei suoi lettori da misurare con il suddetto metro; perché se non volesse lettori basterebbe che le pensasse, le cose.  E farebbe un sacco di fatica in meno, ve lo posso garantire.

Il primo posto in cui il nostro scrittore cercherà questa specie di Santo Graal misuratorio è nella cerchia di amici e parenti. I quali, fidatevi, nove volte su otto gli diranno che ha scritto una cosa ottima. Perché è molto difficile dire in faccia a chi scrive che la sua opera ha delle lacune. Perché è quasi impossibile dividere il giudizio sullo scritto da quello sullo scrivente. Confortato dai facili successi “in casa”, chi scrive proverà a cercare qualche conferma “fuori casa”. Prima aprendo un blog. Poi, con il conforto di qualche accesso, approdando a una piattaforma di auto-pubblicazione. Salvo scoprire che i numeri del “venduto” sono bassi al di là delle più fosche previsioni.

Basta un minimo di analisi per capire che il mercato non misura la bontà della scrittura, se non in casi eclatanti. Infatti dipende in maniera sostanziale dal marketing, che porta questo nome non a caso. Siamo punto e a capo: dove trovare il nostro metro?

In una gara, naturalmente. In una gara a chi scrive meglio.

Quindi il nostro scrittore si iscriverà a competizioni che possono spaziare dall’ambito rionale fino a quello nazionale. Che pretendono un pagamento o che lo elargiscono, se si arriva primi. Che retribuiscono in coppe, prosciutti, pubblicazioni in un’antologia, magliette o preservativi a seconda dello sponsor. Ci siamo. Il momento è solenne. Sgomberiamo il campo dalle raccomandazioni e ignoriamole, perché non ci sono metri perfetti: neppure quello in platino-iridio di Parigi lo era (e infatti è stato rottamato). Una giuria si è riunita e sta per stilare una graduatoria.

Siamo sicuri che la giuria abbia scelto bene?

Lasciamo il nostro scrittore in trepidante attesa che si aprano le buste e facciamo qualche considerazione. Ogni giuria ha un modello di riferimento e lo si può scoprire andandosi a leggere i vincitori degli anni precedenti. Inutile presentarsi al Premio Calvino con l’equivalente del Signore degli Anelli, anche se poi si venderanno carrettate di libri. Lo stesso capita al Festival di Sanremo dove il pezzo vincitore, scelto sempre tra quelli che hanno una certa cifra stilistica, non è quasi mai quello che raggiunge la cima della classifica. Sostiene helgaldo, che è il mandante di tutto questo mio sproloquio, che si è stufato di partecipare ai premi, spesso vincendoli, perché per arrivare primi basta “scrivere nella maniera in cui i giurati si aspettano che si debba scrivere”. Sostiene helgaldo che non è quella l’essenza dello scrivere bene e per sostenere la sua tesi pubblica un pezzo de Il giovane Holden di Salinger. Un bel pezzo, indubbiamente scritto bene.

Ma che, davero davero, è scritto bene?

Se lo analizzo noto subito una cosa: c’è un sacco di mestiere, in quelle parole. Scrive usando tutte parole semplici. Operaie. Frasi brevi. Un narratore in prima persona, fatto apposta per fare immedesimare il lettore, che parla con la seconda persona al narratario. Una tecnica ottima per agganciare chi legge, la stessa che usa ciascuno di noi quando pensa e ragiona tra sé e sé nella propria testa. Lunghi elenchi di impressioni che spaziano tra giudizi diversi, in modo da ampliare la platea di persone che vi possano trovare qualcosa di proprio gradimento. Tutto questo narrando una cosa piattissima: l’arrivo del protagonista in una sala d’aspetto.

È scritto bene? Sì, e se non vi fidate, leggetelo. È arte? Secondo me, sì. Cosa distingue l’arte dalla scrittura di tutti, a cominciare dalla mia? L’uso del mestiere, cioè l’applicazione di tutte quelle tecniche che sono necessarie per trasformare la lista della spesa in un brano dal quale non si riesca a staccare gli occhi. Poi, ad un livello successivo, ci sono i Maestri: cioè quelli capaci di rompere le regole per trovarne di ulteriori e più efficaci. Ma non allarghiamoci: ci basterebbe capire come “scrivere bene”.

Adesso possiamo immaginare una storia: la mamma di Salinger, quando lui era giovane come Holden, si raccomandava in continuazione. Sempre le solite cose, come tutte le mamme. Più una. Nell’ordine: stai attento, mangia, copriti, ricordati di scrivere bene.

Sostiene helgaldo che d’ora in avanti mi farà le stesse raccomandazioni tutti i giorni. Via e-mail, credo.

Eccoci quindi al nostro trepidante scrittore. Si aprono le buste. Il vincitore è…

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Il vincitore è lui, che diamine! Un bel bicchiere di prosecco, offerto dallo sponsor, per festeggiare!

Quando torna a casa, però, sorgono i primi dubbi. Ha vinto, ma lo ha fatto scrivendo quello che volevano che lui scrivesse. È vera gloria?

Michelangelo amava scolpire, ma aveva mestiere anche a dipingere e ha fatto la Cappella Sistina. Shakespeare forse amava raccontare barzellette, ma l’impresario gli ha chiesto: “Ah, Uilliam, me scrivi ‘na traggedia per sti quattro cornuti, che devo riempire il teatro…” e così è nato l’Amleto.

Ci vuole mestiere, tanto mestiere, per scrivere bene. Tantissimo mestiere per fare arte. In particolare per farlo su commissione, perché è quello il modo in cui abbiamo avuto tutta la Cultura che abbiamo. Perché non ci si completa mai se si scrive, dipinge, scolpisce, suona solo quello che ci va e facendo così rimarremo sempre e solo dei bravi dilettanti. Nulla di male, per carità. Ma se vogliamo “scrivere bene”…

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25 thoughts on “Dov’è l’arte nella scrittura? Ovvero delle raccomandazioni della mamma di Salinger

  1. Pingback: Artigiani della qualità | da dove sto scrivendo

  2. E poi, ogni tanto (ma tanto tanto eh), capita d’incontrare un talento naturale che però è difficile da scovare e fare risaltare. Anche perché, magari, a lui (il talento naturale) non gliene frega niente. 😉

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      • Avendo iniziato il percorso proprio dal punto 1 (scrivo sul diario – anche se il mio non era un diario, ma foglietti nascosti dentro i cassetti per non farli trovare a nessuno – e poi sui muri in forma anonima), e trovandomi ora in un punto cruciale appeso in attesa di peso, aggiungerei agli ingredienti della ricetta una bella dose di “almenounavoltanellavitalafortunapassadatuttibisognasaperlaacchiappare”. Ci provo, ma non garantisco il risultato. 🙂

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    • Grazie, Miché! 🙂
      Fare le cose controvoglia non aiuta mai a farle bene e la predisposizione, o il talento, per me significa solo che certe “regole” del mestiere ti vengono naturali. Da lì in su è tutto sudore.
      Diverso è il caso della danza, ad esempio, dove serve una predisposizione fisica e genetica a fare certi movimenti. Anche lì, però, il sudore spiana tanti ostacoli.

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  3. Il talento va curato, allenato, prima di diventare “arte”; poi, più si affina l'”arte” più si impara il “mestiere”. È comunque certo che chi vuole sentirsi appagato per aver fatto un buon lavoro deve sapersi sbracciare, sacrificare, mettersi, alla prova, soprattutto deve credere in ciò che fa. Una convinzione che non sempre è risolutiva ma che dà la giusta carica per spingere avanti quel talento e dunque l’arte è dunque il mestiere.

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    • Devo ammettere che io avrei detto “più si affina il mestiere è più si impara l’arte”. Però la differenza, forse, è così sottile che si finisce per fare della tetrapilectomia 😉
      Ad ogni modo è fondamentale “crederci”; ma se non ci crede (o almeno ci spera) chi scrive, come potranno farlo gli altri?

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  4. Ciao Michele! Secondo me puoi scrivere con mestiere e senza talento, ma non con talento e senza mestiere, intendendo con mestiere non solo la conoscenza delle tecniche narrative ma anche il metodo di lavoro e l’atteggiamento giusto per migliorare. Non sono nemmeno tanto sicura che con il mestiere non si sviluppi un po’ di talento. Nel dubbio, visto che ancora una cartina al tornasole per il talento non l’hanno inventata, punterei sul rimboccarmi le maniche. 🙂

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  5. Sono pienamente d’accordo con Grazia.
    Per altro a me non spiace scrivere su commissione (specie se mi pagano, ma questo avviene talmente di rado che non vale neppure la pena pensarci). Avere dei paletti aiuta e quello che ritengo tutt’ora il mio racconto migliore è nato da un lavoro su commissione su un tema dato.

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  6. Tu Michele sei bravo a scrivere “a comando” ma non è cosa da tutti… io per dire non riesco assolutamente. Non posso scrivere quel che voglio, posso solo scrivere quel che vuol esser scritto. Da chi? Bah. So solo che il prosecco non me l’ha mai offerto nessuno!

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    • Il prosecco, per farselo offrire, ha bisogno di una iscrizione a una gara. Ti sei mai iscritta? Io no, non mi sento ancora pronto. Scrivere a comando aiuta a uscire dalla propria zona di comfort, e quindi ad allargarla: è una grande risorsa, tanto quanto fare allenamento per uno sport.

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  7. Come Lisa, non riesco a scrivere “a comando”, però ti assicuro che metto tanto impegno nella scrittura e produco sudore, scrivo ciò che voglio proprio perché, come hai detto tu stesso, difficilmente riesco a fare una cosa controvoglia, ma questo non significa che io rimanga ancorato alle stesse cose, la mia scrittura cambia, si evolve e cerco di migliorarla.

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    • Ciao Renato, benvenuto e grazie per aver commentato 🙂
      Il post era nato perché a volte si sente qualcuno che afferma di scrivere “solo sotto l’ispirazione delle cose che mi piacciono”. La realtà però è assai meno romantica e scrivere non fa eccezione: sono convinto che abituarsi a scrivere le cose che non piacciono, ci aiuti a rendere migliori quelle che ci vengono meglio. Sono l’impegno e la tensione al miglioramento le cose che ci fanno crescere e, se anche tu hai le tue “sudate carte”, sai bene che sono loro il nostro carburante per andare lontano.

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      • In effetti è come dici, le cose più difficili sono il maggiore carburante. Io mi sono trovato in difficoltà, nel senso che alcune scene richiedono una cura particolare perché sono scene decisive, e in quei momenti non vorresti scriverle, ma quando le hai scritte ti senti meglio.

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