Che fai tu, luna, in ciel?


Tenar ha pubblicato un bel racconto, oggi; in più, io mi sono tuffato, su suggerimento di Helgaldo, su di un libro di Giorgio Manganelli che si chiama Centuria. Un libro molto bello, con una prosa che si avvicina molto a quella di Calvino, che mi ha spronato a scrivere qualcosa. Tutto questo, unito all’erba di casa mia, che lo stesso Helgaldo sostiene essere molto buona, mi ha fatto voglia di rispondere alla povera Tenar; mi sa proprio che, a questo punto, mi toccherà davvero fare una categoria “serial writer”.

Questo si legge anche da solo, ma aver letto quello di Tenar, prima, credo renda meglio l’idea del perché qui ci sono certe parole e non altre. Buona lettura.

***

La luna l’aveva visto correre verso di lei, come se davvero lui si fosse aspettato di poter salire fino lassù, ad accoccolarsi sulle sue ginocchia. L’aveva visto spuntare appena al di là della curvatura terrestre, portato dalla lenta rotazione di quella palla azzurra che, dopo una sorsata inebriante del rosso del tramonto, si stava vestendo per la notte di una ragnatela di luci, per non sfigurare troppo al gran ballo delle stelle. Lui, invece, doveva aver smesso di sognare, trascinato giù dalla gravità dei bisogni terrestri. Come farsi una doccia, per esempio, per liberarsi dei rivoli beffardi del sudore che correvano sulla sua pelle. Persa l’inerzia della fantasia, aveva imboccato il vialetto di casa; si era fermato a guardarla solo un istante, smarrito, o forse solo meravigliato di averla vista sorgere tra le brume scure che salivano dall’acqua.

Lei aveva scosso la testa, nel suo intimo. Come se non avesse mai visto la parabola degli amanti! Pronti ad indicarla all’alba della loro storia, come a vituperarla nella rovina che la vita, a volte, porta con sé. Un tempo se ne era indispettita: perché doveva esser lei a farsi carico delle pene d’amore che si consumavano sulla sua sorella maggiore? Non era altro che un corpo celeste, dopotutto. Come tutti gli altri astri che ruotavano, chi più chi meno indifferente, alla corte del re Sole. Perché non Venere allora che, nomen omen, avrebbe dovuto avere tale incombenza? Oppure Marte: tutti sanno, infatti, che non c’è campo di battaglia più aspro dell’amoroso talamo. Pianeti, lune e asteroidi avevano continuato a ruotare, noncuranti dei suoi lamenti. Lei ruotava attorno alla Terra: che si curasse lei, dei terrestri, sembravano dire, nel loro silenzio chiassoso e anche un po’ strafottente.

Alla fine era stata costretta a dare un’occhiata giù. Non fosse altro che per la noia di passare miliardi di anni inchiodati alla propria sfera dalla gravità. Si era piano piano appassionata alla storia di quegli esseri minuscoli, che sciamavano sempre più numerosi. Sentiva le loro giaculatorie, dirette a lei, e ne godeva nell’intimo. Si crucciava con loro della sorte che il caso aveva gettato, come un dado da gioco. Gioiva e si prendeva i meriti delle loro vittorie; soffriva e biasimava il destino delle loro sconfitte. Aveva visto tradimenti sotto la luce del sole, quando sulla Terra la dicevano nuova; baci e sospiri affidati al vento, nell’oscurità argentata delle notti in cui era chiamata piena.

Così aveva visto quei due, quella sera. Marte era rimasto chiuso fuori, nascosto e lontano all’altro capo dell’orbita; nessun litigio che liberasse il fiele che avvelenava le loro vene. Aveva visto lei aggrapparsi a un divano per non sprofondare, come il naufrago si abbraccia a un relitto; aveva visto lui correre a perdifiato, come se solo la velocità potesse infilargli l’aria giù per la gola. Ma non era l’acqua. Né l’aria. Lei sapeva come sarebbe andata a finire: trascinati dalla gravità della vita avevano finito per collidere quei due e, spinti dalla stessa forza, sarebbero stati infine lanciati su traiettorie distinte. Ciascuno nella speranza di raggiungere quel posto inesistente che gli uomini – poveri stolti – chiamano casa.

***

Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di febbraio 2015 è giaculatoria (al link maggiori informazioni).

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8 thoughts on “Che fai tu, luna, in ciel?

  1. Povera Luna, che deve farsi carico di tutto, non come quei lavativi di Marte e Venere!
    Anch’io una volta ho scritto una “risposta della luna”. La trovi qui:http://siamoinonda.blogspot.it/2012/02/racconto-la-risposta-della-luna.html
    A riprova che avevo in mente per entrambi i racconti la stessa poesia (e un testo teatrale letto anni prima), finiscono con la stessa identica frase.
    (cosa buffa e di cui mi ero dimenticata, perché i due racconti sono stati scritti ad anni di distanza… Poche idee e in compenso fisse!)

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  2. Ho appena finito di leggere il racconto di Tenar e per continuità ho letto anche il tuo. Bello curare il punto di vista “alto” della più affascinante fonte di ispirazione, unico faro nella notte, custode di sogni e segreti, o diletta luna!

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    • A volte mi diverto a prendere un racconto e a “riviverlo” da un’altro punto di vista. Ma, come ha detto la stessa Tenar, l’idea non è nuova, perché anche lei scrisse una cosa del genere: il link per trovarla è più su, nel suo commento, e merita perché fa il controcanto a Leopardi!

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