Michela


Da Internet
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Questa volta non è tutta colpa mia: Lisa Agosti ha voluto che scrivessi una storia con me come protagonista. Il che la rende agghiaggiande. Non paga, ha detto che la protagonista doveva essere il mio alter-ego al femminile: Michela (qual’è il peggiorativo assoluto di agghiaggiande?). Perché, secondo lei, io non racconto mai niente di me. Scrivo, cara Lisa: cosa potrei mai dire più di così?

La mia vita è noiosa. Come quella di molti una volta messa sulla pagina, credo. A viverla, invece, è una corsa pazza senza senso. Ma i desideri dei miei lettori sono ordini: ecco allora uno spezzone della vita di Michela, romanzata a partire da quella di Michele. Romanzata perché, cara Lisa, i miei lettori sono già pochi così e non mi va di perderli tutti con questo svuota-pista.

EDIT: Squillino le trombe! Si annunci, in tutto il reame della Blogosfera, che è indetto un meme: chiunque si dica scrittore, dovrà presentare uno scritto sul proprio blog, nel quale si racconta attraverso un alter-ego del sesso opposto.
Così è bandito, per volontà di Sua Maesta!

***

Michela non aveva voglia, quella sera. Altre volte se n’era fregata, se era molto stanca. Anche oggi era quasi a quel punto. Quasi. Così s’era fatta coraggio e s’era piazzata davanti allo specchio. Ringraziò il correttore che, dopo dodici ore, ancora tentava di coprirle le occhiaie, pur se con scarso successo. Quindi lo maledì perché, per tanto che era sparito, avrebbe potuto farlo del tutto e risparmiarle il problema di doverlo togliere, insieme al resto del trucco. Si sorrise, al di là del vetro: non era mica l’unica cosa maschile ad essere sparita, da quella casa.

Era bastato un secondo perché il sorriso tornasse ad essere una smorfia rabbiosa: lo struccante era finito.

— Cos’è? Un virus? — aveva domandato all’altra sé, che però aveva evitato di rispondere alla domanda retorica.

Aveva messo un po’ di crema da notte sulla spugnetta e aveva deciso che non avrebbe fatto un granché di differenza. Come sempre.

— Il mondo va sempre come deve andare, cara mia, — aveva pontificato alla faccia strana che si struccava mezzo metro davanti a sé, — Il Maestro Yoda aveva torto: “Fare. Non fare. Provare”. Che differenza fa? Tanto le cose vanno per la loro strada comunque.

Al lavoro era andata come tutti i giorni: il solito trantran che può esserci in un’azienda, la cui prospettiva migliore è rimanere aperti per i prossimi diciotto mesi anziché dodici. Un posto come tanti, in cui l’incapacità di dirigenti e azionisti non aveva fatto la differenza, fin quando c’era stato grasso che colava. Ai tempi della crisi, invece, bisognava essere bravi: lei aveva buttato il cuore oltre l’ostacolo, aveva provato a cambiare le cose e ce l’aveva messa tutta. Ma il suo era stato un gioco a perdita garantita: non si vince mai mettendo in luce le magagne di chi comanda. Non le restava che guardare l’aeroplano perdere quota, sempre più veloce, e pregare che lo schianto fosse rapido e totale.

Via il trucco. Due colpi di spazzola per togliere quel poco di lacca che teneva fermi i capelli. Ce ne sarebbero voluti altri novantotto, forse, per ravvivare la serata. Ma non c’era tempo e neppure la voglia.

Se n’era andata in cucina a mettere in forno qualcosa di pronto dal surgelatore; in quella mezz’ora, prima che fosse pronto, c’era da scrivere una pagina del libro e curare il blog. O forse da rivedere un capitolo vecchio: sembrava ci fosse della sabbia, tra le parole, e i pensieri si inchiodavano sulla pagina invece di scivolare nella testa. Ma il computer non aveva fatto in tempo ad accendersi che, dal salotto, era arrivato il primo “mao” di protesta.

— Arrivo — aveva detto a voce alta, trascinando la “o”, alla casa silenziosa.

L’avevano accolta due paia di occhi sgranati di un bel giallo fosforescente; due code e quattro orecchie dritte, appartenenti a un gatto bianco e uno nero.

— E voi maschiacci? Cosa fate ancora qui? — aveva chiesto in segno di sfida alla sorte, stropicciando le orecchie di quello più vicino.

In risposta le era giunto solo un “mee” sdegnato per la coccola ruvida o, forse, solo amareggiato per il fatto che nessuno dei due, ormai, potesse davvero più fregiarsi del titolo di “maschiaccio”.

— Su, da bravi. Che vi ho fatto solo un favore: che vita sarà mai, a correre dietro alle femmine? Non sarà meglio una bella ciotola piena? — aveva domandato, vuotando una scatoletta.

Il rumore soddisfatto delle ganasce le era sembrata una conferma alla sua tesi.

Era tornata in cucina; dal pc ormai acceso, le parole del libro la guardavano placide: sembrava che non avessero la minima intenzione di mettersi in fila, perché ormai sapevano di aver vinto e non c’era più nessun bisogno di sfidarla.

Si sedette calma, davanti al cursore lampeggiante: aveva la testa dura, lei. Si augurò di averla dura abbastanza. Le dita cominciarono a picchiettare senza ritmo sulla tastiera, mentre la cucina si riempiva dell’odore della cena.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

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13 pensieri riguardo “Michela

  1. Forse mi sono fatta condizionare dalla tua scarsa convinzione, ma è come se in questo racconto mancasse l’anima. Questo, però, non può che farti onore: si vede che non sei proprio a tuo agio nei panni di una donna!:)
    Nonostante la mia critica, mi ostino a seguirti con piacere, dunque per me niente effetto svuota-pista! 😉

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      1. No, la vita normale può essere anche interessante se farcita di spunti originali: per questo tipo di narrazione bisogna avere la giusta motivazione, altrimenti diventa una noia mortale; lo scrittore, in primis, deve trovare stimolante ciò che scrive, per questo credo non possa scrivere di tutto.

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    1. L’ho usato correttamente perché anche io l’ho dovuto mettere, a volte, anche se non mi è piaciuto 🙂
      L’ultimo anno, in particolare, non è stato granché… ma Lisa voleva un resoconto della mia vita di tutti i giorni. Io avrei anche fatto a meno di postarlo, eh!

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  2. Il racconto è scritto bene. Anche a me trasmette un senso di stanchezza… questa tipa mi somiglia! 😀
    Sarebbe un bell’esercizio dedicare un racconto al proprio alter-ego maschile. Se lanciassi una sfida agli altri bloggers la accoglierei con piacere. 🙂

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    1. Allora squillino le trombe! Si annunci, in tutto il reame della Blogosfera, che è indetto un meme: chiunque si dica scrittore, dovrà presentare uno scritto sul proprio blog, nel quale si racconta attraverso un alter-ego del sesso opposto.
      Così è bandito, per volontà di Sua Maesta!

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  3. Uau! Bellissimo il nuovo template!
    Finalmente sono riuscita a ritagliarmi un angolino per gustarmi con calma la storia di Michela (carina nella foto! Ce la vedo bene in una gara di rutto libero).
    È scritta bene e rende l’idea della quotidianità, anche se ti sei ben guardato dall’addentrarti nei meandri della psiche femminile.
    Una donna che si strucca dopo un giorno di lavoro in genere ha trenta diversi pensieri in testa contemporaneamente:
    – invecchio e non posso farci niente
    – ho pagato il correttore 30 euro e non copre le rughe
    – devo pulire lo specchio del bagno, il bagno, il pavimento della cucina
    – sono troppo stanca per farlo stasera —>
    – è colpa del lavoro —> tre riflessioni relative al lavoro —>
    – devo lavorare meno e non sentirmi in COLPA (sentimento fondamentale e sempre presente nella mente femminile) e divertirmi di più —>
    – c’è il compleanno di Tizia domani sera, cosa mi metto? —> tre riflessioni sul guardaroba —>
    – ho bisogno di soldi —> marito ricco —> tre paranoie sull’essere single —>
    – devo smettere di mangiare così tanto —> ho fame —> vado a mettere la cena nel microonde.

    Accetto volentieri di scrivere una storia sul mio alter ego maschile, non ho idea di cosa salterà fuori! Help! 🙂
    Dammi qualche dritta!

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    1. Dopotutto sono solo un uomo: non riesco a concepire di fare più di un pensiero alla volta. Per la maggior parte del tempo, in verità, non riesco neppure a concepire il pensiero 😉
      Sono contento che ti piaccia la grafica nuova: mi sembra più morbida di quella precedente.

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