Lo scrittore


addtext_com_MTMzOTU0NjQzOTgP. Lovecraft: Advice to Aspiring Writers (1920)

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/01/11/h-p-lovecraft-advice-on-writing/

 “If there is a magic in story writing, and I am convinced there is, no one has ever been able to reduce it to a recipe that can be passed from one person to another.”

 ***

La prima volta che lo vidi ci rimasi male. Era il più grande scrittore vivente; uno il cui nome veniva accostato senza timore a Shakespeare. O a Dante. Uno che faceva trattenere il fiato al mondo ogni volta che appoggiava una penna su di un foglio, fosse anche per scriverci la lista della spesa. Eppure, da vedere, non era niente di ché. Un piccolo nonno gentile, che si era presentato dimesso e quasi scusandosi del caos infernale che regnava nel suo studio. Aveva fatto un sorriso imbarazzato, spiegandomi che quello era il suo regno e che la signora delle pulizie aveva il divieto tassativo di entrarci.

Non c’era davvero motivo di dubitarne: pile disordinate di libri si accatastavano come deformi torri di Pisa; avevano come unico collante i fogli sparsi di appunti ed erano ricoperte da tonnellate di polvere a sancirne la vetustà. Anzi, in alcuni casi, il fatto di avere messo e tolto volumi diversi, a distanza di tempo, aveva lasciato segni che si erano accumulati gli uni sugli altri e che finivano per ricordare gli anelli dei tronchi; mi domandai se avrebbero potuto servire, per lo stesso motivo, per stabilire il momento in cui quei libri fossero entrati in quello studio.

A dispetto della sua fama, però, era una persona semplice e superato il primo imbarazzo era stato assai piacevole dialogare con lui: nonostante anche io mi dicessi scrittore e fossi andato da lui proprio per parlare di scrittura, avevamo finito per discutere di tutto tranne che dell’argomento per il quale mi ero presentato. Mi aveva accolto come una chioccia accoglie un pulcino e io mi ero adeguato volentieri; nel corso di tutte quelle chiacchierate aveva finito per raccontarmi sempre gli stessi tre o quattro episodi che dovevano averlo segnato di più, nella sua lunga vita. Che avevano colpito la sua fantasia più di altri che invece, con tutta probabilità, avrebbero finito per riempire enciclopedie e libri di storia.

Come tutti i nonni, ogni volta che mi aveva raccontato le stesse cose si era commosso. Ogni volta mi aveva domandato se mi avesse mai raccontato di quella volta che… E, ogni volta, io avevo fatto finta di non sapere. Di volere qualche dettaglio in più. Ricordandomi poi, come a sorpresa in mezzo alla sua narrazione, di qualche particolare che lui aveva dimenticato.

Furono mesi molto belli, in cui maturò un sentimento che era assai più che amicizia: alla fine credo di aver preso il posto di quel figlio che la vita gli aveva negato. Ma sapeva che non gli restava ancora molto tempo, a questo mondo, e un pomeriggio lo trovai con in mano un grosso libro chiuso con un lucchetto.

— Molte volte, nella vita, mi è stato chiesto quale fosse il segreto della mia scrittura — mi disse, accarezzandone la copertina, — ma io mi sono sempre rifiutato di dirlo.
Annuii sorridendo.
— Lo so.
— Ho chiuso qui tutto il mio sapere: mi basta aprirne la copertina per accedere al luogo dove alberga la potenza della parola scritta. Nessuno dovrà averlo, se non tu.
— Io? Ci sono molti scrittori migliori di me: non credo di meritarmelo.
— È proprio questo il motivo per cui lo devi avere tu. Chiunque lo brami, non lo capirebbe.
— E se neppure io lo capissi?
Lui chiuse gli occhi, scosso da un riso leggero.
— Capirai. Quando lo aprirai, capirai.
Io scossi la testa, impaurito.
— Non devi temerlo — mi disse, — perché non è altro che un’indicazione. Tra queste pagine ti sarà solo indicata la via: non dovrai fare altro che seguirla.
— Ci proverò — dissi, mentre le guance mi si imporporavano per l’emozione.
— Però devi promettermi una cosa.
Chinai la testa, mentre aspettavo la sua condizione.
— Dovrai aprirlo solo dopo che sarò morto.
— Non voglio che parliamo di cose tristi — lo interruppi.
— Credi che io sia eterno? Il mio momento è vicino, lo sento. Non ho paura: è una vita, che mi preparo a morire.

***

L’altro ieri è stato il primo anniversario della sua morte. Il libro, ancora chiuso con il suo lucchetto, mi guarda con aria di sfida dall’angolo in cui l’ho riposto. Fino ad oggi il dolore era ancora troppo forte, e ho resistito. Ma questo pomeriggio c’è proprio lo stesso sole gentile che c’era quando me lo consegnò. È giunta l’ora e mi è persino sembrato di udire la sua voce incitarmi ad aprire questo magnifico scrigno. Ho chiuso la porta della stanza e ho staccato il telefono. Ho preso la chiave e mi sono seduto vicino alla finestra, sotto una lama di luce che sembra messa apposta qui dal buon Dio. O da lui in persona. Ho aperto la copertina, timoroso di cosa avrei potuto trovare; ma le pagine sono state scavate e non c’è neppure una parola, all’interno. C’è un oggetto, invece. Uno specchio. Che rimanda la mia faccia sbalordita.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

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