Occhi neri


Maria di Biase, di Scratchbook, mi ha chiesto una storia: “Non c’è bisogno che sia prolifica! Basta che non sia infantile e sciocca. Quelle che preferisco, sono le storie che parlano di squallore”. Una cosa non facile da scrivere, perché c’è squallore e squallore, ma soprattutto ci sono fior fiore di autori che ci hanno scritto sopra. Ma una richiesta è una richiesta: dubito che lei stesse pensando a questo, ma io sono bastian contrario e ho provato a sparigliare le carte. Spero che il risultato le piaccia, almeno un po’, perché c’è anche un pizzico di lei, in questa storia.

Buona lettura.

***

La neve, spinta dal buran, gli aveva raschiato la faccia come sabbia, intrufolandosi nel naso e negli occhi fino a chiuderlo in un bozzolo: quei fiocchi bastardi erano appena meno di un muro, bianco e lamentoso. Un uovo soffice, dal guscio senza crepe, sotto la cui cupola il freddo cancellava i pensieri e alla quale aveva bisogno di sfuggire prima che fosse troppo tardi.  In mezzo a quel nulla aveva riconosciuto la porta, ed era entrato. C’era ancora tempo.

«Dobro utra, oči čërnye

La ragazza al di là del bancone, con i grossi boccoli neri che scendevano disordinati sulle spalle, lo aveva appena degnato di uno sguardo, mentre finiva di ripassare uno straccio che non vedeva sapone da troppo tempo.

«Buongiorno a te, Sergej
«Ce l’hai la vodka per me, Lenočka

Le iridi di giaietto della ragazza lo avevano guardato, poi avevano spostato il proprio fuoco sullo sfondo.

«Ci sono gli ordini. Lo sai.»
«C’è sempre un ordine che vieta le cose buone, Lenočka

Lei aveva abbandonato lo straccio in un angolo, per mettere un bicchiere sporco nel lavello. Aveva guardato le dita dell’uomo infilarsi in un buco tra gli stracci che lo coprivano; incoronate da unghie nere e polpastrelli gialli di tabacco avevano frugato per qualche secondo dove doveva celarsi una tasca, fino a estrarne una manciata di rubli che aveva piazzato sul bancone.

«Questa non è una Ryumočnaya. Non serviamo vodka. Non a te, comunque» aveva risposto.
«Nevica.»
«È inverno. Siamo a Mosca. Se non ti piace, puoi andartene in Crimea.»
«Ho freddo.»
«Non sarà la vodka, a scaldarti.»
Lui aveva piantato i suoi occhi cerulei su di lei. Sulla sua bocca rossa.
«Vuoi farlo tu?»

Lei aveva spostato gli occhi neri prima sul nitore accecante della finestra, poi sui rubli accartocciati e infine sulla barba dell’uomo, che lasciava intravedere la pelle crepata dal gelo. Aveva tentato un sorriso, ma aveva finito solo per scoprire i denti.

«Con quelli non dai neppure le briciole ai piccioni» aveva detto, spostando una ciocca dalla fronte col dorso della mano.
«Tua madre era più gentile, con me.»
Lei aveva sospirato, poi aveva ripreso lo straccio.
«Non intendo fare gli stessi errori di mia madre. E neppure espiarli.»
«Non dovresti parlare così, di lei. Tu non sai nulla.»
«Non importa se sia morta quando ero piccola: ne ho sentite troppe quando sono cresciuta.»
«Cresciuta? Hai solo vent’anni. Chissà se davvero sei cresciuta.»

*

Non c’era bisogno della vodka, per quello: i ricordi procuravano ebbrezza a sufficienza. Ricordava fin troppo bene gli occhi neri della madre di Lenočka, e ancora meglio le sue labbra. Un nido rosa, morbido e caldo, con un buon sapore di casa. Lei gli leggeva i libri, quelli veri, con le pagine e tutto quanto, e lui fantasticava, immaginandosi di attraversare quei mari in sua compagnia. Avrebbe voluto essere il suo Capitano per tutta la vita. Ma quel sogno, cominciato in una sera di giugno, si era spento ai primi di settembre, insieme all’estate.

«C’è la guerra» avevano detto, «laggiù, a ovest. Ogni buon cittadino, ogni compagno, darà il suo contributo.» Fosse anche il suo sangue. Perché era questo, il contributo che volevano. Non lacrime. Non sudore.

Senza che lui ne capisse il motivo gli avevano appeso addosso un’uniforme e lo avevano caricato su un treno. Non era neppure riuscito a salutarla. Aveva visto sfilare, a lato del carro bestiame sul quale era stato assegnato, innumerevoli campi; migliaia di verste di bosco, laghi, prati incolti; pochi paesi e ancor meno città. Alla fine di quel viaggio aveva trovato mattoni che si sbriciolavano per la paura e bambini soli, che parlavano una lingua incomprensibile. Poi era venuto l’odore di formaggio delle ferite e quello dolciastro di tutti quelli che dormivano ai bordi delle strade o rovesciati nei campi; in mezzo a quei posti, abbracciato solo alla sua esile canna di metallo, lui si era quasi perso. Quando, senza sapere come, era riuscito a tornare, aveva scoperto che lei non era più e che al suo posto c’era una bambina: in quel momento si era perso del tutto.

La sua unica compagnia era diventata la bottiglia di vodka, più facilmente vuota che piena. Se era fortunato, con l’aggiunta di qualche barattolo di vernice non ancora seccata dentro cui ficcare il naso. Qualche lavoretto occasionale, giusto per mettere sotto i denti una crosta di pane ogni volta che l’elemosina non bastava. E sigarette, fatte per lo più di carta di giornale avvolte attorno a qualsiasi cosa si potesse accendere. La strada non l’aveva trovata più.

*

«Come vuoi, Lenočka. Allora si è fatto tardi davvero, e devo andare.»

L’uovo di neve lo aveva accolto ancora una volta dentro di sé, incurante degli stracci che aveva addosso: il giubbotto di pelliccia se lo era bevuto ormai più di una settimana prima, mentre ancora cercava la strada nel fondo dell’ennesima bottiglia. Ma non l’aveva trovata neppure quella volta e adesso non aveva più niente: solo due occhi neri, che lo guardavano in mezzo a tutto quel bianco turbinante. Erano proprio gli occhi di lei, ne era certo; aveva sorriso e le era andato incontro. Lei aveva continuato a sopravanzarlo di qualche passo, che lui aveva cercato inutilmente di colmare. Anche il freddo, dopo un po’, era sparito. L’aveva inseguita a lungo, fino a quando gli era venuto sonno. Allora si era steso e lei gli aveva raccontato uno dei suoi libri, mentre lo copriva con una coperta candida. Si era sentito felice, come una volta. Sereno, finalmente. E si era addormentato.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

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13 thoughts on “Occhi neri

  1. Eccomi! L’ho letto un paio di volte ma voglio leggerlo ancora, e questo è già qualcosa di buono. Interessante è stato vedere quello che noi ci aspettavamo: un confronto di squallore. La mia idea, in effetti, è un po’ diversa: io avrei voluto, per esempio, che lui insistesse di più con la ragazza; per quegli occhi, per divertirsi. Per scaldarsi, no? Per provare a cercare qualcosa in lei che poi, ovviamente, non avrebbe trovato. Se fossero stati insieme sarebbe stato parecchio squallido, forse troppo. Ma mi piace anche così, come l’hai pensata tu. E poi mi piacciono le parole che scegli, come suonano insieme. Mi piacciono le tue virgole. Mi piace pure la canzone (metterla è stata una mossa parecchio furba!).

    Prova superata Michele, grazie per aver raccolto la sfida!
    Un abbraccio.

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    • Prima di tutto, grazie per avermi chiesto una storia.
      Lo so: non era quello che ti aspettavi. L’ho scritto così apposta, perché se mi fossi paragonato con le tue aspettative avrei perso di certo. 🙂
      C’è un buon motivo, per il quale lui non insiste con la ragazza, ed è lo stesso per il quale lui se ne va subito dicendo che non c’è più tempo: ma mi faceva proprio brutto esplicitarlo. Quella parte l’avrò riscritta venti volte, ma evidentemente ancora non bastano.
      Il valzer di Oci Ciornie è bellissimo, ma le facce del video… 😀

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  2. Che spettacolo. Ma come fai a scrivere racconti bonsai “su richiesta”? Vuoi dirmi che se ti chiedessi di buttare giù una storia sdolcinata e piena di cuoricini lo faresti?
    Meraviglia e stupore.

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  3. E’ probabile che non abbia del tutto compreso il tuo racconto. Queste letture verticali al computer sfavoriscono la prosa, non se ne esce. Però se ho intuito come si sono svolti i fatti, cioè che lei è la figlia (ma è sua figlia?), non capisco la domanda “vuoi farlo tu?”. Però credo di non aver capito, non offenderti, qualche volta i lettori non sono all’altezza dei racconti. 😦 🙂

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    • Non sei il primo: come dicevo anche con Maria c’è un punto in cui gioco con il non detto. Ma ho giocato male e c’era bisogno di riscriverlo meglio. Rimane il fatto (e tu lo sai bene come la penso) che se un lettore non capisce, la colpa è di chi scrive. Senza se e senza ma.

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