Due pagine di troppo


photo credit: SOB via photopin (license)

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David Ogilvy: 10 No-Bullshit Tips on Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/02/07/david-ogilvy-on-writing/

“Never write more than two pages on any subject.”

***

Lo scrittore depresso, quando si trova davanti alla pila di fogli bianchi, si sente sempre in colpa. Li guarda sapendo che l’editore si aspetta così tanto, da lui, e che ogni volta che lo incrocia o lo saluta per strada, dietro al suo (dell’editore) sorriso e alle sue (dell’editore) gentili richieste sul suo (dello scrittore depresso) stato di salute, si nasconde in realtà sempre la stessa domanda.

Lo scrittore depresso guarda i fogli come se nel bianco della pagina potesse disegnarsi il contenuto, mentre nella sua mente trame meravigliose scompaiono più velocemente di quanto appaiano; sa bene che se scrive in quel modo è perché da piccolo, a scuola, il maestro lo ha sempre obbligato a scrivere temi su temi, convincendolo del fatto che ogni errore sarebbe costato una fitta di dolore al suo (dello scrittore depresso) angelo custode. Lo scrittore depresso non avrebbe mai permesso al proprio angelo di soffrire a causa sua (dello scrittore depresso), specialmente su sua (del maestro) istigazione.

Anche adesso che è adulto e ha smesso da tempo di credere a queste cose, ogni volta che parla con il suo analista della sofferenza che gli procura lo scrivere, in un angolo della sua (dello scrittore depresso) testa si domanda come se la passi l’angioletto e quali punizioni possa invece aver subito quello dell’analista, quando loro (l’analista e il suo angioletto) andavano a scuola. Lo scrittore depresso sa bene che gli altri lo sopportano a fatica; quando alza il telefono per chiamare l’editore non può non sentire il suo (dell’editore) sospiro di sopportazione, perché sa che lui (lo scrittore depresso) lo terrà inchiodato alla cornetta per almeno un’ora, raccontandogli cose sue (dello scrittore depresso) e scusandosi continuamente per quella perdita di tempo.

L’editore, d’altra parte, sa bene che lui (lo scrittore depresso) non va forzato. Altrimenti il suo (dello scrittore depresso) senso di colpa diventerà insostenibile e tutto questo si abbatterà inevitabilmente sul suo (dell’editore) piano di pubblicazione, perché il libro non sarà pronto per la data pattuita, anche se ormai mancano solo le ultime pagine. Conoscendo lo stato dello scrittore depresso, anzi, aumenterebbe anche il suo (dell’editore) senso di colpa, perché obbligarlo a lavorare in quel modo è qualcosa che chiunque sia in possesso di un minimo di sensibilità non oserebbe fare.

Lo scrittore depresso, per scrollarsi di dosso quel senso di colpa, decide che potrebbe terminare il libro scrivendo un racconto il cui protagonista è uno scrittore depresso i cui sensi di colpa sono stati acuiti da un editore. Giusto un paio di pagine, in cui mostrare a lui (l’editore) la difficoltà che ha lui (lo scrittore depresso) di parlare con gli altri: di trasformarli in un gruppo di supporto, direbbe il suo (dello scrittore depresso) analista oppure di gente che deve pur centrare degli obbiettivi direbbe l’editore perché ognuno ha il suo (specialmente l’editore) obbiettivo da perseguire.

In questa storia, lo scrittore depresso decide di narrare di uno scrittore che non riesce più a scrivere, e che per questo si ritrova a parlare con quello che una volta era il suo angelo custode. Ma neppure quest’ultimo è capace di aiutare lo scrittore (narrato dallo scrittore depresso): è solo capace di soffrire con lui, perché non riesce a trovale le parole e a riempire quelle due pagine che avrebbe tanto voluto completare. Di fronte al pianto dell’angelo, lo scrittore (della storia dello scrittore depresso) non può fare altro che piangere e struggersi a sua volta, fino a decidere di gettarsi dal ponte sul fiume. La storia finisce così e quando lo scrittore depresso la consegna all’editore, lui (l’editore) spera che la sua (dello scrittore depresso) sia solo una storia, scritto per mettere alla berlina il suo (dell’editore) modo di fare.

Quando, due giorni dopo, troverà le sue (dello scrittore depresso) scarpe appaiate in mezzo al ponte sul fiume, il suo (dell’editore) senso di colpa ne sarà smosso. Ma solo un po’, fino a quando il suo (dell’analista dello scrittore depresso) verbale finale non sgravi tutti dall’ineluttabilità del vuoto e della sua (dello scrittore depresso) disperazione.

***

Vedi tutti i Consigli di scrittura di grandi autori

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6 thoughts on “Due pagine di troppo

  1. La sua (dello scrittore depresso) fortuna sarà trovare chi vorrà leggere la sua (sempre dello scrittore depresso) storia senza dopo buttarsi nel fiume insieme a lui, maledicendo l’editore e la sua (di chi leggerà la storia dello scrittore depresso) perdita di tempo!

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