La Fattoria degli Umani


George Orwell: The Four Motives for Writing (1946)

http://www.brainpickings.org/index.php/2012/06/25/george-orwell-why-i-write/

“Sheer egoism… Writers share this characteristic with scientists, artists, politicians, lawyers, soldiers, successful businessmen — in short, with the whole top crust of humanity.”

***

Napoleon, della Fattoria Padronale, serrò a chiave il pollaio per la notte, ma, ubriaco com’era, scordò di chiudere le finestrelle. Nel cerchio di luce della sua lanterna, che danzava da una parte all’altra, attraversò barcollando il cortile, diede un calcio alla porta retrostante la casa, da un bariletto nel retrocucina spillò un ultimo bicchiere di birra, poi si avviò su, verso il letto, dove gli altri maiali già stavano russando.

Erano stati anni duri, quelli, in cui la “Fattoria Padronale”, conosciuta un tempo come “Fattoria degli Animali”, aveva dovuto lottare duramente per non soccombere. Al mercato i prodotti della terra e dell’allevamento erano andati venduti sempre meno, soppiantati da quelli che arrivavano da terre lontane per un prezzo assai minore. Le galline e le anatre erano state le prime a doversene andare: erano state accolte alla fattoria del signor Pilkington e nessuno si era poi stupito di sentire provenire, dalla cucina della casa padronale, un odore strano, che solo qualche anno prima non avrebbero avuto difficoltà a riconoscere come quello del brodo.

Gli animali si erano dati da fare, con sempre maggiore fatica e sempre minore successo, nella cura dei campi. Ma anche il prezzo del grano era sceso imperterrito, e per riuscire a venderlo non era bastato ridurre di conseguenza le razioni di buoi e cavalli, mentre chi non era indispensabile trovava alloggio in fattorie sempre più lontane, a sentire i maiali. Ad un certo punto, Napoleon si era presentato ai pochi superstiti con uno dei suoi soliti discorsi, brevi ed espliciti:

«Dopo le nostre molte vittorie, è giunto il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Non possiamo più lasciare che le altre fattorie producano più di noi e a prezzi più bassi. Così, da domani, saranno trattori e mietitrebbia a lavorare per noi.»

Gli animali si erano guardati prima sollevati e poi increduli. Certo, non avrebbero più dovuto spaccarsi la schiena sulle zolle, ma nessuno di loro avrebbe osato avvicinarsi a uno di quegli aggeggi infernali.

«So bene» aveva detto il maiale, leggendo la paura nei loro occhi, «che voi non potete farlo. Per questo chiameremo degli uomini, che lavoreranno per noi.»

Gli animali, felici, scoppiarono subito in una esplosione di giubilo ciascuno a modo proprio: chi con ragli, chi con muggiti e chi con nitriti. Poi, spontaneamente, celebrarono con una parata la magnanimità di Napoleon, che avrebbe permesso loro finalmente di oziare e di godere la tranquillità della campagna mentre gli uomini – gli uomini, capite! – lavoravano per loro.

Il giorno dopo, insieme agli operai e i trattori, si presentò un furgone bianco con sopra una scritta che nessuno era in grado di leggere. Le lettere compitavano “Macelleria” e ne erano scesi due uomini in camice, bianco pure quello, che avevano preso le mucche rimaste, per accompagnarle in quello che, dissero, era un albergo dove poter riposare. Gli umani con il trattore, che a differenza dei maiali e del signor Jones avevano la pelle scura come il vello dei cavalli, dopo aver lavorato la terra ripulirono la stalla e la riempirono di brande, per passarci la notte.

Le cose andarono avanti così per qualche tempo, fino a quando altri operai, oltre a questi, vennero con una mietitrebbia; con loro si ripresentò il furgone dell’albergo, per prendere i cavalli. Tutti gli animali restanti si affannarono a salutare e a mandare i saluti alle mucche, di cui non si era saputo più nulla. Gli operai della mietitrebbia avevano la pelle giallognola e gli occhi sottili, con un taglio mai visto prima; ripulirono la stalla dei cavalli e la sera si misero a dormire al loro posto.

Per ultimo venne un uomo smunto, dall’aria affamata, a montare una cosa capace di tirare l’acqua su dal pozzo, esentando così l’asino dal suo lavoro alla pompa. Anche lui, ultimo rimasto a parte i maiali, non vedeva l’ora di salire sul furgone bianco per raggiungere gli altri; Napoleon in persona gli diede grandi pacche sulle spalle e forti strette di zampa. I discorsi sottolineavano il sacrificio che facevano i maiali rimanendo, mentre tutti erano a divertirsi; l’asino, però, li guardava sorridersi l’un l’altro di sottecchi. Non riusciva a capirne il motivo, ma non se ne preoccupò: d’altronde stava partendo per andare in vacanza.

Alla notte, mentre i maiali dormivano tranquilli in casa dopo una buona bevuta di whisky, uno degli africani si svegliò di colpo. Aveva fatto un sogno. Un sogno strano, che non si poteva descrivere. Era il sogno della Terra, come sarebbe stata quando i maiali fossero scomparsi.

***

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10 thoughts on “La Fattoria degli Umani

  1. Interessante questa rivisitazione della Fattoria degli animali di Orwell, anche i furbi maiali verranno eliminati e torna l’uomo, anche se non sembra ci sia più posto per l’uomo bianco. Una metafora distopica della nostra futura società del declino.
    Sempre molto bravo

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        • Sul fatto che ci sia una pressione dovuta a fenomeni migratori non ci sono dubbi. Anche sul fatto che la stiamo gestendo male, non ci sono dubbi. Ed è un peccato, perché sarebbe una grande opportunità. Basterebbe poco per poter dire: “mai sprecare una buona crisi”; ma servirebbe quanto meno del buon senso. Merce rara, oggi.

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  2. Racconto molto bello e molto triste, molto d’attualità… mi ha fatto ricordare inoltre che devo rileggere La Fattoria degli Animali, l’ho fatto nemmeno troppo tempo fa ma si legge così rapido che quasi non me lo ricordo (o meglio, me lo ricordo a grandi linee 🙂 ).

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