Storie a peso. Son due etti: che faccio, lascio?


Anche questa è una storia a richiesta. In realtà sono due, ma parlano della stessa cosa. Mi è stata chiesta da… beh, da Lei, e voleva che parlasse di…, ma senza citarlo direttamente. O descriverlo. E poi c’è anche un’altra cosa da nascondere, per stare al gioco. Siccome non posso mica dirvi tutto, vi posso dare un indizio: il posto più facile in cui perdere gli occhiali è piazzarli sopra il vostro naso.
Elementare, Watson.

Buona lettura.

***

Quiz a sorpresa num. 9

Quando una cosa è chiara ed evidente, si dice che sia solida come la terra sotto i nostri piedi.

Uno scrittore X lo sa, e se ne approfitta: ha scritto per una lettrice Y, per condurla dove voleva essere portata; dopotutto è pur sempre un gioco, lei lo sa meglio di lui, eppure non ha potuto fare a meno di giocare, facendo finta che fosse tutto vero. Così, posto che il tema del confronto fosse Z, X si era fatto una sua idea, che necessariamente non era quella di Y, perché ogni testa rimane ben sigillata all’interno della propria scatola cranica; nonostante ciò, però, e nonostante gli squallidi trucchetti di meta-narrativa con i quali ha riempito il foglio per confonderla, X sapeva che c’è una grande verità che lo poteva aiutare: lei si trova dall’altra parte della pagina che lui si è ostinato a voler scrivere. È tutto qui: in quel punto di contatto, sottile come una velina, si possono intravvedere l’un l’altra. Divisi solo da una piccola barriera traslucida e semiopaca.

X sa che ha un punto d’appoggio, ma subito si è reso conto di una cosa terribile: non basta. Perché la relatività è un principio dell’universo e funziona tanto nella fisica quanto nella scrittura. Quando X è chiuso nella sua casa, non potrebbe mai capire se tiene i piedi appoggiati a terra per la forza di gravità, oppure perché la sua abitazione è un’astronave, lanciata nel cosmo a velocità crescente. Con un’accelerazione, per essere precisi, pari a un “g”. Non c’è modo di distinguere una situazione dall’altra. Basterebbe guardare fuori, forse, ma X saprebbe distinguere la realtà da una proiezione sulle sue finestre, creata a suo uso e consumo?

La stessa Y, forse, non esiste; potrebbe essere un’accozzaglia di bit, estrusi da mouse e tastiere collegati in modi impensabili. Oppure esiste davvero, ma aleggia oltre lo schermo in attesa di coglierlo in fallo, di poterne scrivere finalmente una Valutazione Negativa sul suo Blog o in giro per i Social Network che frequenta. Il punto è che lei aveva fatto una richiesta onesta/onorevole che X non è stato in grado di soddisfare; cioè lui lo ha fatto, ha scritto un pezzo decoroso anche se scontato, ma lei lo ha interpretato in un modo sleale e/o offensivo e adesso è veramente incazzata, con X. Lui lo sa quanto lei sia permalosa, e cerca di ricucire uno strappo che neppure riesce a vedere. Ma lei è glaciale, con lui, fa battute gelide — sempre che Y risponda alle richieste di X, invece di farle cadere nel vuoto come al solito — battute in cui lui è messo alla berlina sul suo stesso blog e alle quali X non può rispondere, per non esacerbarla ancora di più.

Allora lui rimane immobile, per evitare di peggiorare la situazione, ma lei non sopporta che lui rimanga passivo, in silenzio, senza darle prova di sentirsi umiliato e di aver capito la lezione infertagli. Y pensa che il comportamento di X sia una ritorsione, un torto ulteriore che lei deve subire per colpa sua — sua di X — e su un argomento, Z, che le sta davvero a cuore; si domanda perché debba continuare ad avere a che fare con uno che non solo non è uno scrittore, ma che è peggio di un muro di gomma: bisognerebbe fare qualcosa, anche prenderlo a pugni, per cancellare quell’espressione ebete da quella faccia che non ha mai visto, distruggere quell’essere senza spina dorsale che pretende di tenere una penna in mano e che finisce per farle — a lei, Y — perdere tutto quel tempo.

X, di fronte a tutto questo, è sempre più impaurito ed evita di muoversi e/o dire qualsiasi cosa pur di evitare di sbagliare. Gli altri — gli altri lettori di X, cioè, e anche quelli che conoscono Y — concordano che forse X non abbia scritto il pezzo della vita, ma che la reazione di Y è stata esagerata e che adesso Y se l’è anche andata a cercare perché dopotutto X non è mica uno Scrittore di Successo, un FV, un SK, o persino un DFW qualsiasi. È solo uno che ci prova, senza peraltro riuscirci.

A quel punto tutti si aspettano che sia Y a doversi giustificare, per tutta la scenata raccapricciante e patetica e carica di un astio incomprensibile; lei li guarda senza vederli: anche per lei, gli altri, sono al di là di un foglio o di un monitor. Esattamente come lei per X.

Domanda
Dire come se ne esce.

***

Credi

Perso. È irrimediabilmente perso. Certo, ha sempre detto di essere uno scrittore. Ha anche detto, a volte, di aver scritto poesie. Figurarsi. Lei c’ha creduto, anche se lo ha sentito parlare, anche se a volte ha letto quello che scrive; lo guarda con quegli occhi sognanti che conosciamo fin troppo bene. Li abbiamo visti mille volte, nei film o in televisione o in quelle stupide soap: lei lo guarda trasognata e sta per fare la richiesta, proprio quella, consegnandogli tutta se stessa, tutto il suo essere, denudandosi di fronte a lui di tutta l’armatura che si è costruita in una vita e che adesso crepa e si sbriciola senza nemmeno un rumore.

Lui la guarda. Arrossisce. Per un istante lo sguardo passa da quello adorante di lei alla sua scollatura, che si è accentuata mentre lei si sporge sul tavolo per formulare la sua richiesta. Un bordo di pizzo disegna ombre che la prospettiva fa fuggire dove sa che non dovrebbe spingere lo sguardo. Lei lo vede arrossire; l’abbassamento delle pupille, per quanto momentaneo, è impossibile da non cogliere e lei sa che lui è in suo potere.

Il sorriso di lei si amplia, mentre con un dito finto-innocente gioca con il tenue merletto scostandolo, come se stesse suggerendo il premio in palio se la richiesta sarà esaudita. Lui sa che fallirà, che la scrittura  — mostro con le corna — finirà per mangiarselo : con la mente rivede i fogli bianchi, con pochi scarabocchi e poi subito accartocciati, che ha gettato tutte le volte che non è riuscito a buttare giù neppure una riga di valore. Le volte che non ha buttato giù neppure una riga, almeno, ha risparmiato un foglio. Lui ha sempre fatto una risata scema, a questo pensiero, ma oggi non gli viene altro che un sorriso.

Lei lo vede sorridere. Sa che lui ha capito, senza neppure chiedere. Lei ha vinto, su tutta la linea. Allora non domanda neppure, ma ordina, con il tono della bimba che pretende le caramelle: “Scrivi una storia per me”.

Lui estrae la penna dal taschino; la mano vacilla, mentre la appoggia sul foglio, ma non può farci nulla. Lui vede le dita tremare, senza controllo. Anche lei. Lui alza gli occhi implorante, ma quelli di lei non concedono la grazia; così li abbassa sulla scollatura. E perde l’ultimo brandello di lucidità.

Lui chiude gli occhi. Nel buio delle sue palpebre, implora Dio di trovargli una via d’uscita, mentre si sente morire.

Li riapre. È ancora vivo. È ancora buio. I led rossi dell’orologio a basso prezzo, sul comodino, dicono 3:20 AM.

Lui sospira: non c’è modo migliore di fuggire da un posto senza uscita, che non esserci mai entrato.

***

Queste storie sono scritte su richiesta dei lettori. Richiedine una o leggi quelle già scritte in Dimmi che storia scrivere.

 

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9 thoughts on “Storie a peso. Son due etti: che faccio, lascio?

  1. O.o
    ?
    ?
    …però la doppia versione ha il suo perché!
    L’occhio scivolato sul vedo non vedo del pizzo, una lei dominatrice di pulsioni, il sogno… mi è piaciuto, ma giurerei che il sole di oggi, dalle tue parti, sia particolarmente caldo! 😛

    Mi piace

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