Lucia a Montmartre, di Michele Manzoni


Si può scrivere come Manzoni? O almeno provarci? La risposta è sì, se avete abbastanza faccia tosta. Qualità che non mi fa difetto, tanto che mi è capitato più di una volta di copiare provare a imitare l’Alessandro nazionale. Così, complice uno dei soliti esercizi di Helgaldo, ho deciso di provarci un’altra volta. Potete leggere qui (vi consiglio di farlo) la genesi di questo pezzo.

***

Lucia a Montmartre, di Michele Manzoni

Quell’ansa del fiume di Parigi, che volge verso nord tra due catene ininterrotte di case, viene a un tratto a stringersi, scavalcata da un ponte tra le due rive che separano il quartiere di Montmartre con il resto della città; le strade, che paiono pur dritte a chi le discerna dal lungofiume, si aggrovigliano tosto non appena ci si allontani da quello e finiscono per formare un unico grumo di porte, mattoni e finestre che si aprono sugli antri scuri degli abituri assai male illuminati che se ne stanno abbarbicati ai lati. Per una di queste stradicciole se n’era andata bel bella una ragazza, di nome Lucia, che aveva finito per perdersi assai presto negli intricati cunicoli che il selciato aveva formato nei secoli, assecondando il guizzo poco estroso dei costruttori che spesso non avevano saputo sfruttare l’ossatura della campagna che andavano inurbando.

Lucia, avendo percorso senza costrutto più e più volte quei vicoli, s’era trovata perduta al fianco d’un muro che correva diritto, forse sessanta passi, prima di dividersi in due viottole, a forma d’un ipsilon, in un punto in cui il colore bigiognolo dell’intonaco era buon fondale per lo scuro della sera che cominciava a calare e che animava, sinistro, gli occhi scuri delle finestre con le fiammelle degli abitanti, mentre le loro voci sussurrate e a volte gridate scendevano rimbalzando di banda in costa lungo la via. Spaventata, aveva imboccato il primo uscio che l’era parso abbastanza onesto da essere varcato; sicché, menato il passo all’interno, s’era ritrovata davanti una lunga scalinata buia, che scendeva giù fin dove un lucignolo pareva filtrare di sbieco ad una porta socchiusa.

Aperta la porta, e drizzando lo sguardo com’era usa fare non appena entrava in casa, vide una cosa che non s’aspettava e che non avrebbe voluto vedere: uomini peggio che spugne, riversi su un tavolaccio a far da compagnia a certi boccali ricolmi d’un liquido scuro, che s’eran zittiti di colpo dalle loro risate sguaiate e la guardavano lubrichi, come i macellai guardano i vitelli soppesandone le tenere carni e valutandone il prezzo sulla bilancia del mercato, l’indomani. Era chiaro che questi felloni non stessero aspettando nessuno in particolare, ma che gli forse parso segno di buona fortuna che un tal boccone avesse deciso di scendere, di propria spontanea iniziativa, fin nel tugurio che lor chiamavano tana; e un paio s’erano alzati dal loro posto e s’erano fatti appresso, per verificare se davvero quella fosse sì tanta buona mercanzia o non dovesse esserci un qualche buggerata, nascosta al primo colpo d’occhio.

Lei, per lo spavento, aveva cacciato un urlo che le zozze manacce avevano pensato subito di tappare tra quelle labbra, morbide pari d’un bocciolo di rosa; le lor luride zampe avevano palpeggiato e manmesso la corsetteria e tutto quanto era assai picciol protezione per la perla che vestivano sin quando, stancati dagli strilli e dalla resistenza, avevan deciso che fosse opportuno sbarazzarsi dell’impiccio legandolo e gettandolo di sotto, nelle nere acque del fiume.

In men che non si dica la giovane, infagottata in stretti giri d’una vecchia cordaccia, aveva assaggiato il viscido liquame, abitato da topi che avrebbero apprezzato tra le ganasce le sue carni ancor più che i furfanti ai quali aveva pensato d’essere sfuggita; e s’era trovata a dondolare e a rotolare, trascinata tra le onde, implorando un sol boccone d’aria che l’aiutasse a rimandare anche d’un minuto la propria, già sicura, dipartita.

D’un tratto aveva visto una scura mano afferrarla, come per trarla da quell’inferno. Aveva spalancato gli occhi e s’era trovata scossa dal cerusico, al quale s’era affidata per via d’un certo mal di denti; costui l’aveva guardata serafico e le aveva detto, con voce gentile e ossequiosa: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

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10 thoughts on “Lucia a Montmartre, di Michele Manzoni

  1. L’arte del copiare è a tutti gli effetti un’arte, quindi sei un artista. 🙂
    Mi piace ogni tanto mettermi a copiare qualche brano celebre, passano dei consigli di scrittura dagli autori ai copisti senza bisogno di aggiungere null’altro, che nessun manuale di scrittura creativa è in grado di insegnare.

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    • In questo universo, il nerboruto figaccione i cui pettorali possenti hanno guidato la mano che ha estratto Lucia dai sogni e dalla Senna, che di mestiere fa il dentista e che ha una Jaguar parcheggiata di sotto, credo proprio che si chiami Renzo. 🙂

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