Animali bizzarri – L’Oratrogon eternis


 

Gli insetti di Mayberry
Gli insetti di Mayberry

Raymond Chandler on Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/05/08/raymond-chandler-on-writing/

“The test of a writer is whether you want to read him again years after he should by the rules be dated.”

***

Ho la fortuna di bazzicare libri antichi, nascosti in ancor più vecchie biblioteche. Passo le mie giornate solo, in vecchie sale polverose, in compagnia di uomini le cui ossa sono polvere da tempi immemorabili ma le cui parole, sia lode al Santo dei Santi, ancora rimbombano tra le pareti dei libri. Pareti di carta, o di pergamena, ma vigorose più delle clessidre e dei giorni che furiosi scorrono lenti e robuste più delle pietre che formano questo baluardo di sapienza. Uomini le cui parole stanno a fondamento di tutte quelle che noi, poveri abitatori dell’oggi, cerchiamo di dirci nel vano tentativo di comunicare.

È stato in una di queste teche, aperte così di rado, che ho fatto la mia scoperta. C’erano tre incunaboli, all’interno. Tutti sembravano coevi; o almeno la legatura e la plicazione, il carattere usato, la qualità della carta, ma soprattutto la polvere accumulata li rendeva assai simili tra di loro e quasi indistinguibili ai miei occhi di vecchio. Ciò che li differenziava era, com’è ovvio, l’indicazione dell’opera e dell’autore: il primo conteneva le parole di un santo, il secondo una cronaca del tempo e l’ultimo una copia della Commedia. Quando ho tentato di aprirli, però, ho scoperto che la differenza più importante era nascosta tra le pagine.

All’interno i fogli sembravano mangiati: della cronaca rimanevano solo alcuni brandelli, che raccontavano certi fatti talmente noti che la loro eco era giunta persino alle mie povere orecchie. Le parole del santo erano state risparmiate in misura maggiore: molti degli insegnamenti morali e delle preghiere si potevano ancora leggere, per quanto la carta scricchiolasse in maniera sinistra sotto le mie dita, che cercavano di girare le pagine con tutta la cautela che le mani tremanti di un vecchio possono mettere in un’operazione siffatta. Infine, della Commedia era rimasto tutto e le pagine si giravano, elastiche e morbide al tatto, come se fosse stato stampato il giorno innanzi.

Sono rimasto lunghi minuti assorto, immobile, mentre consideravo tra me e me la stranezza della cosa; nonostante gli anni accumulati sulle mie spalle, non avevo mai avuto ventura di vedere una bizzarria del genere e la mia mente non riusciva a trovare una spiegazione ragionevole a tale stupefacente meraviglia, che sembrava aver risparmiato alcune parole e polverizzato le altre.

Dopo un tempo che a me era parso eterno e a lei forse brevissimo, la spiegazione ha creduto di essere al sicuro, com’era sempre stata, e si è fatta vedere: un piccolo animaletto, somigliante a un geco e paglierino come la carta vecchia, ha fatto capolino uscendo dall’ombra che ammantava il fondo della teca. Ha saggiato l’aria, facendo saettare la lingua biforcuta. I grandi occhi, adatti a vedere nell’oscurità, si sono stretti in sottili fessure per sopportare la mia fioca lampada e le piccole mani hanno cominciato a intrufolarsi tra le pagine. Dita minuscole hanno tastato diverse frasi del santo fino a trovare un commento estraneo, vergato dall’autore: in quel momento la bestiola è avanzata e ha sporto lentamente la testa, ha aperto la bocca e ha, altrettanto lentamente, mangiato le parole, una lettera alla volta.

Ho consultato un vecchio bestiario, magnifica opera di un dotto arabo, e ho trovato chi sia il compagno con i quale sto dividendo i giorni, qui: un oratrogon eternis. Bestia longevissima, che si dice possa vivere eternamente e che si ciba di quelle parole inutili che non meritano di superare la prova del tempo. Ho cercato altrove, tra questi scaffali, per vedere se il mio amico fosse solo o se la compagnia fosse più numerosa di quanto potessi immaginare. Ho piazzato alcune copie nuove di libri di ricette, come esca.

Non c’è voluto molto per avere una risposta: nel breve volgere di un giorno ho trovato un piccolo oratrogon, satollo, tra il capitolo delle carni e quello delle salse. Si è lasciato prendere senza fuggire, come se mi stesse aspettando. Gli ho fatto una leggera carezza sul capo e l’ho adagiato in una teca contenente i miei scritti: sono curioso. Prima che giunga la mia ora e io lasci questo mondo voglio sapere se, tra tutte le fatiche e i crampi alla mano e le storie e le idee di una vita, ci sia almeno una pagina in grado di superare lo scoglio del tempo.

***

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11 pensieri riguardo “Animali bizzarri – L’Oratrogon eternis

  1. Ma dove ne avevamo già parlato… perché io qualcosa di simile a questi simpatici animaletti che mangiucchiano le parole me la ricordo…
    Sto pensando… vuoto di memoria: ma non è che gli oratrogon eternit si rosicchiano pure le cellule del cervello, vero?

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    1. Avevo anticipato il contenuto del post in un commento da te, la settimana scorsa. Oppure, per la serie “Animali bizzarri”, c’era lo schepsivoro di Helgaldo. Oppure hanno mangiato anche le mie sinapsi… (magro pasto, povere bestie!)

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