Walter, detto Melo


photo credit: Success in sight.... via photopin (license)
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Annie Dillard on Writing

http://www.brainpickings.org/index.php/2013/08/09/annie-dillard-on-writing/

At its best, the sensation of writing is that of any unmerited grace. It is handed to you, but only if you look for it. You search, you break your heart, your back, your brain, and then — and only then — it is handed to you.

Se volete sapere perché stia per raccontarvi proprio questa storia, leggete qui.

***

Si chiama Walter, ma tutti al bar lo conoscono come Melo.

Melo è la contrazione di Carmelo, perché sua madre viene da giù e non manca mai di raccontare, anche a chi abbia già sentito la storia mille volte, che da bambino stava per morire di polmonite e si è salvato solo dopo che lei l’ha votato alla Madonna del Carmelo. Ai pochi milanesi veri, quelli capaci di dire cassoeûla e che senza michetta non mangiano, la storia provoca disagio e la ascoltano cercando di prendere qualche centimetro di distanza da quella donna fin troppo appassionata. Gli altri, invece, capiscono e apprezzano. Concordano, persino.

Melo ha fatto la scuola professionale perché “un tornitore ha il lavoro assicurato”. Così, almeno, diceva suo padre. Ma il lavoro non l’ha trovato; peggio ancora: ha smesso di cercarlo. Il problema è che Melo, a forza di leggere Topolino, libri di fantascienza, pagine di qualsiasi cosa gli capitasse davanti, fosse anche la pubblicità del Tide, si è messo in testa di fare lo scrittore. Dice che ha una storia bellissima, che gli frulla nel cervello.

C’è solo un problema: lui, con la lingua, non è mai andato d’accordo. Congiuntivi, imperfetti e avverbi fanno parte di un unico calderone sfuocato, che il suo cervello sembra incapace di inquadrare. Si è salvato solo perché, a forza di leggere, ha finito per esprimersi con le frasi fatte che ha trovato più spesso. Il ghisa dell’angolo è diventato la “giacchetta nera” come se fosse un arbitro di calcio. Se ha un problema è “nella bufera” e non protesta più, ma “insorge”. Infine, quelle volte che ha in mente di fare qualcosa, racconta tutto felice che sta per “andare in onda”. Poi capita che davvero racconti qualcosa per cui tutti, al bar, rimaniamo a bocca aperta. Ma è un caso; anche io, se parlassi tanto quanto lui, sarei capace a volte di raccontare qualcosa di gustoso.

Melo si è iscritto a una scuola per scrittori. Ci sarebbe da ridere, ma lo conosco e sono preoccupato per lui: studia come non ha mai fatto prima. Notte e giorno. Si è preoccupata persino sua madre, che lo vede sempre curvo su un tavolo con un libro aperto davanti agli occhi. Al bar, invece, i soliti sfottò sono scivolati un gradino più in basso e qualcuno ha detto, imitando la cadenza meridionale: “Melo, ma che mi sei diventato ricchione?” Lui ha fatto spallucce, mormorando qualcosa a proposito di una certa “barbarie culturale” e poi è tornato a casa. A studiare.

Ricchione, comunque, non lo è diventato: mi ha raccontato che in metro, andando avanti e indietro per studiare da scrittore, ha conosciuto Cinzia. L’ha adocchiata perché aveva un libro in mano e gli occhiali; l’ha scrutata a lungo, quel giorno. Poi l’ha guardata il giorno dopo, mentre avanzava di pagina in pagina. Ha scoperto che stava leggendo un libro di vampiri; ma era l’unica ragazza che leggeva, sulla metro, e ha lasciato correre. Ha continuato a guardarla, giorno dopo giorno, immaginando la vita di lei fin nei minimi particolari, finché non s’è accorta di essere osservata. Per evitare una denuncia ha dovuto attaccare bottone; gli dev’essere riuscito bene, perché l’ha trovato simpatico.

Sono usciti insieme per un po’, ma non ci hanno messo molto a lasciare le parole per l’azione: lui aveva qualche anno di arretrato. La ragazza anche, a quanto pare. La domenica Melo non studia più: si rifugia in un motel a ore, verso Novara. Parte sulla sua vecchia Citroen scassata, alla mattina presto, dicendo a sua madre che va a prendere la Cinzia. Le lascia intendere che andranno a Messa, quella delle nove, e poi andranno a fare una scampagnata, ma le uniche orazioni che farà saranno tra le cosce ben tornite di lei. Una volta terminata questa benedizione pagana a base di acqua non esattamente santa, torneranno a casa. Stanchi, felici e innamorati.

La cosa è andata avanti per diversi mesi, ma qualcosa si dev’essere rotto: Melo è venuto al bar, domenica. Al terzo bicchiere si è lasciato sfuggire che non sopporta più di vedere “quei pizzi finti, pallide imitazioni di un erotismo da strada”. Addirittura. Al quinto bicchiere se l’è presa col Giulio, quello che ha trovato lavoro come pubblicitario e che s’è comperato la Bmw dopo che ha inventato lo slogan degli assorbenti: “libera e bella”. Melo lo ha triturato: non gli ha risparmiato l’inappropriatezza delle parole, l’inconsistenza dei verbi, l’abuso degli aggettivi. Non ha salvato niente di tutto quello che abbia detto o fatto quel ragazzo. All’ottavo bicchiere, però, la situazione si è fatta più chiara: la Cinzia, adesso, s’è messa col Giulio.

Melo si è tuffato nello studio. Finita la scuola da scrittore, si è rintanato in biblioteca: dice che ha cominciato a scrivere il suo romanzo. Ha una faccia da paura, quelle poche volte che passa dal bar: barba lunga, guance smunte. E un fuoco che cova negli occhi. Adesso, quando racconta qualcosa, nel bar non si sente più volare una mosca anche se il soggetto dell’esposizione è la mortadella del pizzicagnolo all’angolo: alla fine abbiamo tutti la bocca impastata di saliva, con una gran voglia di un bel panino e una birra ghiacciata. Ha sempre mal di schiena, curvo a leggere o a scrivere a ogni ora del giorno o della notte. Ma scrive. Tanto. E un giorno si è presentato al bar e ha pagato da bere a tutti: “Ho venduto il mio romanzo!” Era raggiante, ma non c’è stato verso di sapere quanto grande fosse l’assegno che aveva intascato.

Adesso è un bel pezzo, che non lo vediamo più. Almeno tre anni. Sempre in giro, non si sa bene a fare cosa; sua madre è preoccupata e non manca di dire a tutti che si raccomanda sempre di mettere la maglia di lana, che a New York fa freddo. O a Berlino. Difficile che vada in un posto caldo, Melo. Al caldo, invece, sono andati la Cinzia e il Giulio: una bella vacanza in Marocco. Andava tutto bene, ma su una bancarella c’era un libro. Sulla copertina c’era Melo in posa, a fianco di un bel “Due cavalli” restaurato, e sullo sfondo la skyline con la statua della libertà. Giulio, al terzo bicchiere, si è lasciato sfuggire che la Cinzia non vuole più salire sulla sua Bmw perché è solo vecchia e non d’epoca. Tutti, al bar, sapevamo cosa ci avrebbe raccontato cinque bicchieri dopo.

***

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6 pensieri riguardo “Walter, detto Melo

  1. Che bel racconto, la rivincita di Melo che attraverso il dolore arriva a scrivere un capolavoro tradotto in molte lingue.
    Ci leggo anche un altro messaggio, se vuoi scrivere devi soffrire, molto, e invece che affogare i tuoi dolori nell’alcol o cominciare a drogarti scrivi con sicuro effetto terapeutico.
    E se anche non funziona almeno ti sei salvato.
    😉

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