Creative Writing 2015


«Ai poveri non è permesso sbagliare».

 Marco Balzano

***

Idea per un romanzo – Storia di Salvatore

Il nostro protagonista è Salvatore, o Mario, o qualcosa, un povero cristo possibilmente con una laurea. O almeno con un congruo numero di anni in cui sia rimasto improduttivo sulle spalle dei genitori. Inutile formalizzarsi sui nomi, tanto ormai la questione meridionale è un argomento buono per antiquari della carta stampata o archeologi delle pie intenzioni. Salvatore, dunque, è il nostro tapino, protagonista della piccola storia che stiamo per narrare; piccola storia perché piccolo è il protagonista, che senza soldi non si diventa grandi neppure nei romanzi cavalcati a briglia sciolta dalla fantasia di uno scrittore, che ahi lui è piccolo pure e povero e non può permettersi neanche nell’immaginazione i fondali e le comparse di un “Promessi sposi”.

L’ambientazione in cui muoversi potrebbe essere questa: Salvatore è un povero cristo che ha appena trovato un lavoro e che, nella speranza di entrare nel ristretto novero dei fortunati possessori di un posto fisso, è disposto a subire le peggio angherie. Allora diremo che è un dipendente pubblico, magari un insegnante appena uscito da un qualche concorsone, scuola di abilitazione, click day. Neppure le badanti ucraine sono più disposte a tanto ma, si sa, loro hanno in mano i nostri vecchi e pertanto godono di un potere contrattuale maggiore rispetto a quei poveri cristi che sono tenuti in mano dai nostri pargoli. Trama in tre atti, che è inutile inventarsi delle cose strane. Tanto, poi, non funzionano. Scrittura magari in prima persona al passato, che fa immedesimare il lettore e permette di infilarci dentro qualche giudizio morale, che il protagonista-narratore non mancherà di lesinare amaramente.

Si parte con una bella prosa larga e leggera, di quelle che fanno sentire la speranza, sotto. Le scuole sono appena iniziate; se c’è qualcuno che sui ragazzi non ha nessun tipo di presa, neppure per moral suasion, è l’insegnante giovane, ultimo arrivato. Hanno poco potere quelli che insegnano matematica, italiano o latino. Ma Salvatore no, è il peggio del peggio: insegna educazione fisica. Scienze motorie, come si direbbe oggi. Occupa due ore che possono avere un’infinità di scopi migliori, dalle partite di calcetto fighi contro sfigati fino allo studio e alla copia dei compiti delle ore successive. Ancora, perché il peggio ha sempre modo di ritagliarsi un pezzo in cui farsi valere ad abundantia: lui ha le ultime due ore del sabato. Per i ragazzi quelle ore sono un oltraggio al pudore.

Lui, però, è felice lo stesso. Anche se i ragazzi lo perculano, anche se prende poco, anche se il preside lo mobbizza di già. Lui ha un lavoro, e uno stipendio, che gli permettono di pagare le rate del mutuo della casa. È riuscito pure a convincere Concetta, la sua ragazza, ad andare a convivere, piccolo anticipo sul matrimonio che verrà. Ricordarsi di sviluppare il personaggio di Concetta in maniera un po’ gretta, di quella formalità antica per la quale non importa che nefandezze tu faccia, l’importante è andare a messa la domenica. Quel sabato, nella confusione della classe che pretende di uscire dieci minuti prima del dovuto, essendo iniziate da poco le scuole, perde di vista Alfredo, o Gianni, o qualcosa, l’unico alunno diversamente abile di cui sia responsabile. Eppure il Presidente del Consiglio, tal Silvio o Matteo o qualcos’altro, aveva promesso che sarebbero stati assunti tutti gli insegnanti di cui la scuola aveva bisogno, perché quella nazione doveva cambiare verso e ripartire. Gli insegnanti di sostegno, evidentemente, devono essere tutti stranieri perché non ce n’è neppure uno; stranieri con le quote di ingresso a zero e incapaci di pagarsi uno straccio di scafista che li faccia approdare alle rive salvifiche di un qualche plesso scolastico.

Salvatore, dunque, è solo. Sperduto in mezzo a trenta scalmanati più uno, l’unico che avrebbe diritto ad essere un po’ sopra le righe e che invece è l’unico a rimanerci in mezzo, di solito. Sempre bravo. Sempre buono. Sempre ubbidiente. “State zitti! Se stati zitti e buoni vi faccio uscire cinque minuti prima.” Parole al vento. La promessa si è già trasformata in un rompete le righe generale; peccato solo che manchi un quarto d’ora alla campana. Salvatore tampona come può le urla e l’irruenza, ma è come tappare una diga crepata in più punti con un solo dito indice, peraltro affetto da un dolorosissimo giradito. Così, mentre corre avanti e indietro tra la porta della palestra e gli spogliatoi, per arginare i fuggitivi e spronare i ritardatari, non può sapere che le bocche urlanti non sono più trentuno ma trenta. Non può immaginare che lo stridio di freni che giunge attutito tra quei muri sia il suo personale campanello d’allarme, né che il botto che lo segue dappresso sia il segnale che, lassù, la valanga si è messa in moto. Fine primo atto: Sulle prime sono le urla dei ragazzi. Hanno cambiato di tono, sono alte, urgenti e spaventate. Poi l’agitazione, l’ambulanza, il dolore impotente che corrode dentro.

Ma questo è, ancora, solo un inizio. Il secondo atto fa il verso ai polizieschi avvocatizi che vanno di moda adesso: dentro e fuori dalle aule, c’è tutta una caccia al cavillo, al rinvio per prendere tempo, alla turlupinatura della verità (ma quale verità?). Il processo è un atto dovuto, dicono. Tutti capiscono, ma nessuno sembra in grado di poter fare nulla. Tutti sanno che una persona non può essere in due posti diversi allo stesso tempo, ma nessuno può giustificare che lui, dei due posti possibili, occupasse quello sbagliato.

La scrittura si fa nervosa, spezzettata, mentre Salvatore affonda nelle sabbie mobili della legalità. Il processo è lungo, come solo in quella nazione sanno essere lunghi i processi. Scava fino in posti dove non dovrebbe scavare, come se traesse un qualche piacere dalla tortura di chi non può difendersi con una forza pari a quella che subisce. Concetta, che fino a questo momento lo ha supportato quietamente, comincia a perdere colpi. Esce sempre più spesso con le amiche. Cominciano a litigare. È la cartina di tornasole della vita, lei, ma Salvatore non ha studiato chimica e non capisce. La scuola lo licenzia. È un atto dovuto, dicono. Sarà riassunto non appena tutto quel casino sia passato, dicono. Fine secondo atto.

Ma a passare è solo il tempo; il processo non passa e gli stipendi non tornano. Nel terzo atto la scrittura si fa mesta, rassegnata. Si allungano le frasi, piene di giudizi morali sulla cattiveria e sulla inutilità della vita, mentre scorci di giornali e riviste raccontano di idioti pieni di soldi che sfangano le peggiori atrocità a suon di avvocati di grido. Per primo il Presidente del Consiglio. Anche Concetta accusa il colpo fino in fondo: senza stipendi è difficile arrivare a fine mese e con il conto in rosso anche un giorno di ritardo nel pagamento di una bolletta da pochi euro diventa un affare di stato. Per non parlare delle rate del mutuo, che si mangiano i soldi, la casa, il capitale e per finire l’amore. Quell’amore, che con ogni evidenza aveva un tasso minore di quello usurario, ma a norma di legge, della banca, si sfalda e per lei si raggruma con il professore di latino, sodale del preside. Salvatore, ormai abitué della messa, ogni domenica dagli ultimi banchi vede là davanti, in prima fila, la novella coppia acclamata da tutti. Climax del terzo atto: lei rimarrà incinta nel giro di poco e una domenica, a sorpresa, se la ritroverà davanti in abito bianco, felice e altezzosa.

Passano gli anni. Salvatore è riconosciuto portatore di colpa, ma non di dolo. Come se davvero a qualcuno potesse essere venuto in mente che lui fosse un assassino, con un piano malvagio e premeditato in testa. Due anni con la condizionale: con un po’ di fortuna si potrebbe quasi fare finta che non sia mai successo niente. Niente di niente, fin dall’inizio. Niente incidente. Niente amore. Niente lavoro.

Il finale sembra circolare, ma è amaro. Solo il tempo sa che Salvatore non è tornato giovane: gli anni sono passati e lui è invecchiato con in mano niente, quello sì, come quando era giovane. Ma un giovane può sempre sperare di trovare un lavoro. Un finto giovane, con la fedina sporca, non può neppure permettersi la speranza.

Si potrebbe farne un racconto da cinquanta pagine. O un romanzo da cinquecento, che i poveri non hanno mai sofferto abbastanza.

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14 pensieri riguardo “Creative Writing 2015

  1. Caro povero scrittore, la sinossi c’è, ed è accettabile. Manca però qualche riga di biografia. Preferiamo pubblicare quindi, pur essendo una casa editrice di narrativa, l’autobiografia ufficiale di Lapo dal titolo «Tutta farina del mio sacco», sottotitolo, «Il successo non è mai dinastico», scritta da un famoso giornalista targato Fiat.

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  2. Troppo troppo triste per un lunedì mattina pieno di nuvole che non hanno neppure permesso a mio marito di fotografare la luna rossa, nonstante la sveglia alle 4, l’attrezzatura preparata e la buona volontà. Però è scritta molto bene.

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      1. Sì Sì, ho visto che è una proposta di Helgado, ma capirai che con lui non posso prendermela, ormai… pensa che mio marito si è alzato due volte sperando che il cielo si fosse aperto un po’, invece niente.

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  3. Ti sto leggendo in ora buca, prima di sciropparmi tre ore di lezione al pomeriggio, come puoi immaginare le più amate dai ragazzi. L’ultima ora avrò in classe un disabile grave senza insegnante di sostegno.
    Sappi che ti ritengo già responsabile della mia incipiente crisi d’ansia e di eventuali incubi notturni!

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  4. Forse, Salvatore, con un abile avvocato avrebbe potuto avere una difesa migliore e chissà se ribattere che con un bambino diversamente abile il numero degli alunni non può superare il limite di 20 avrebbe significato qualcosa.
    C’è da chiedersi anche se non vi sia corresponsabilità da imputare al dirigente scolastico.
    Chissà… i soldi possono comprare prigioni e libertà.
    Ma i poveri lo sentono solo dire, dalla polvere.
    Lo so lo so, è solo un bellissimo racconto, triste. Roba da ricchi.

    Sempre bravo, Michele ^_^

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      1. Non ti preoccupare, se avessi fatto una ricerca avresti scoperto che la realtà è sempre diversa da quella che dovrebbe essere.
        La normalità è avere classi con 26, 28 e a volte, anche 30 alunni. 🙂

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