Sostiene l’autore n. 3


Philip Roth - da Internet
Philip Roth – da Internet

Questo brano è stato inviato in maniera anonima da un autore, perché venga commentato in maniera anonima dai lettori di questo blog.

Le regole per partecipare sono spiegate in questo post.

Tutti i brani che hanno partecipato alla rubrica “Sostiene l’autore” sono elencati in questa pagina.

Buona lettura e buon commento.

***

IL MIO BAR

Il mio bar è un posto meraviglioso, bellissimo… e quando dico il mio non intendo il bar sotto casa dove si beve solamente il caffè a colazione; il mio bar è il polo, il baricentro, il generatore di energia della mia giornata.
Da una settimana circa il mio barista ha assunto la Gabriella, ragazzotta dai capelli gialli, un po’ in carne, scarpe slacciate e gomma da masticare senza sosta.
Se fossi io il padrone del mio bar, e dovessi scegliere una nuova cameriera, come minimo questa dovrebbe essere carina, per attirare nuovi clienti, simpatica per intrattenerli e brava per servirli come si deve. Per lo meno due su tre, dai! La Gabriella era un rarissimo esemplare di cameriera priva di tutte e tre le caratteristiche. In più era totalmente svogliata e parlava masticando la gomma, ma a dire il vero non è che l’abbia mai sentita pronunciare nulla oltre al suo «che ti porto?» o alla sua versione al plurale.
Fu certamente uno scherzo del destino a farci incontrare. Io, cultore del chicco di caffè, e la Gabriella, incapace di distinguere un caffellatte da un sacchetto di patatine. Una settimana fu sufficiente per una decisione drastica: la Gabriella doveva morire. Oppure imparare a usare la maledetta macchina dell’espresso ma – ragionai – se non c’era riuscita in quella settimana che senso avrebbe avuto prolungare l’agonia? Il mio bar era in pericolo e io solo ero in grado di fare qualcosa.
Tuttavia, in prima istanza, optai per la linea morbida.
Per due giorni ordinai bibite in lattina; non mi portò sempre quel che avevo chiesto, ma una lattina era pur sempre una lattina, no? Poi, pur non cambiando completamente tipologia merceologica, passai a qualcosa di più complesso: una spremuta. Ancora mi portò una lattina, ma pensai si trattasse di una specie di riflesso condizionato, allora decisi per un altro tentativo.
Venerdì sera: locale vuoto, tavoli lerci da sparecchiare, volume della radio troppo alto e luci troppo basse. Entro nel mio bar. Non accade nulla.
Mi siedo a un tavolo, non succede ancora nulla. Guardo in direzione della cucina ma… niente; verso il bagno… idem.
Aspetto un altro po’ e finalmente sento la porta d’ingresso scampanellare: è la Gabriella che era uscita per fumare una sigaretta, e che ora entra anche lei nel mio bar. In una sola azione sputa la gomma e ne prende una nuova (in questo effettivamente ha un’abilità invidiabile). Non succede altro.
Mi alzo – lo sapevo che non sarebbe stata facile – e mi dirigo verso il bancone. Cerco uno spazio libero fra tazzine, piattini e bicchieri sporchi e ci appoggio il gomito. Me lo macchio con qualcosa di indefinito e, con grande sforzo, mi trattengo scandendo mentalmente una blasfemia. Finalmente la Gabriella mi nota, tuttavia continua a non accadere nulla.
«Un caffè per favore» dico io, «che ti porto?» fa lei, «Un caffè per favore».
Si dirige verso il frigobar e lo apre: sta accadendo qualcosa!
Ci pensa un momento e richiude lo sportello dietro di sé; prende un vassoio dal banco e taglia una fetta di torta (che è marrone! Forza, ci stiamo avvicinando). Ancora una volta si interrompe e lascia la torta lì dov’è per spostarsi di nuovo. Nell’ordine, passa in rassegna l’espositore delle gomme da masticare, le spine della birra, le bottiglie degli amari (dai che ci sei quasi!), il panno per le stoviglie, il contatore di cassa, la radio e il servizio da tè. Poi, all’improvviso, l’illuminazione: macchina dell’espresso caricata, pulsante premuto e liquido bruno rovente e alcaloide di getto nella tazzina destinata al mio ristoro e – contemporaneamente – salvezza e certezza di un futuro migliore per l’umanità, per il mio bar e finalmente anche per me che, bevendo il peggior caffè della mia vita, mi brucio la gola fino alle terminazioni nervose della coscienza; dopo di ciò un grande buio senza suoni e lo smarrimento dei sensi, come nella morte, come nella vittoria.

Mi sveglio, lavo, vesto, esco, cammino e arrivo al mio bar. Entro e avverto un profumo meraviglioso di caffè; qualcuno mi saluta. È stata una cameriera molto carina che mi sorride augurandomi il buongiorno e domandandomi se desidero qualcosa.
Non ricordo d’aver ordinato nulla, ma poco dopo di soprassalto mi scopro osservarmi riflesso in quel piccolo pozzo scuro e fumante, forse in attesa di una risposta, o forse invece è vero che ho già capito tutto e che è l’ora di riprendermi. In quell’istante la caffeina mi dona il suo principio psicoattivo e il mio bar smette di esistere, la barista smette di essere carina, e anch’io smetto di farmi tanti problemi: pago il dovuto e tutto sembra migliore, proprio come accade tutte le volte.

***

La discussione anonima è terminata. Per qualsiasi ulteriore indicazione è possibile usare l’area dei commenti, in basso.

***

Sostiene un lettore…

…lo stroncherei
a) per i tempi: entro e avverto… è stata una cameriera
b) per non aver centrato quel che voleva dire

lo salverei
se riuscisse a usare un tono da jack folla – per così dire – senza scomodare  John Fante,
lavorandoci un po’….

carina l’idea del tre su tre e del cambio veloce della gomma (fa molto gara automobilistica)
aspetto una versione corretta riordinata e “tosta” coraggio!!!!!

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Sostiene un lettore…

il testo si apre con “meraviglioso” e “bellissimo” di seguito e già mi mal dispone. C’è una forte sfasatura tra i tempi verbali. La prosa è sciatta con pretestuosi termini piazzati qua e là tipo “istanza”. Non ho capito il finale.

Avrei voluto iniziare la settimana con una lettura migliore: questa proprio non funziona, ma è solo la mia opinione, non universale.

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Sostiene un lettore…

…Questo racconto mi ha molto divertito e fino alla fine mi aspetto che il protagonista uccida la Gabriella, prima di scoprire che è solo un incubo.
Mi sembra scritto bene e c’è la giusta “suspence”.

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Sostiene un lettore…

…Anche io sono scettico: a parte i tempi verbali, mi sembra molto raccontato – veicolato com’è dalla voce narrante –  e questo mi ha reso difficoltoso entrare nella storia. Inoltre utilizzare il narratore per per rivolgersi direttamente al lettore ha bisogno di una voce molto forte (alla Jack Folla, appunto) che ancora non si sente.

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Sostiene un lettore…

…Anche io sono rimasto perplesso dal finale. Ho capito (più o meno) cosa succede ma mi sfugge il motivo per cui succeda. Oltre a questo, ho trovato estremamente fastidioso e poco realistico il personaggio della barista. E’ vero che esistono persone poco intelligenti o poco capaci nel proprio lavoro, ma dubito che se si chiede un caffè in un bar, la cameriera faccia questa difficoltà a capirlo. Avrebbe senso solo in caso di un racconto esagerato per essere comico, ma questo non mi sembra tale (potrei sbagliarmi, beninteso).

A parte questo, il racconto non è scritto male. C’è forse qualche giro di parole di troppo (e alcuni puntini di sospensione evitabili), ma la lettura è tutto sommato scorrevole. Non troppo male come brano, insomma, nonostante i difetti di cui sopra.

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Sostiene un lettore…

…Toglierei la prima frase, partendo direttamente dal secondo capoverso. Da una settimana circa… ci butta dentro la storia sembra preamboli un po’ scolastici.

Non ho capito alcune osservazioni dei lettori che mi hanno preceduto, vorrei che me le spiegassero.
a) Perché entro e avverto… è stata la cameriera… è sbagliato?
b) Dov’è la forte sfasatura tra i tempi verbali?

Secondo me la scelta dei tempi è corretta, anche se potrei sbagliarmi.

Mi sembra che il racconto abbia un tono sarcastico, forse occorrerebbe un po’ di cattiveria in più. Soprattutto nella descrizione della barista, un po’ sfocata e piatta.

Istanza e tipologia merceologica vengono da un linguaggio burocratico-professionale che stona con il tono generale, le cambierei con altri termini.

In due paginette di racconto, mi rendo conto che lo spazio è poco, è difficile costruire una “trama”. La scelta, mi scuso con l’autore per ciò che sto per dire, di un finale così banale – il sogno – è forse l’unica soluzione possibile in un racconto così breve. Però è scontata, vista innumerevoli volte. Perché invece non limitarsi a una descrizione oggettiva di un fatto. Un brano senza trama, una semplice osservazione del mondo.

Il racconto in fondo mi piace, ma non lo direi concluso.

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Sostiene un lettore…

… Il racconto non mi è dispiaciuto, anche se è scritto in modo abbastanza claudicante: l’uso dei tempi verbali, presente/passato/presente alternati, rende poco fluida la lettura. Dal punto di vista stilistico, l’ironia ogni tanto si perde e l’ultima parte, da “poi all’improvviso l’illuminazione…” , fino alla fine il discorso è un po’ farneticante e confuso (mi brucio la gola fino alle terminazioni nervose della coscienza?)
E poi non ho capito come finisce.
Meno male che c’è il protagonista che dice, verso la fine: “o forse invece è vero che ho capito tutto…”
E cioè?

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Sostiene un lettore…

…(Correzione al commento precedente) Il racconto non mi è dispiaciuto, anche se è scritto in modo abbastanza claudicante: l’uso dei tempi verbali, presente/passato/presente alternati, rende poco fluida la lettura. Dal punto di vista stilistico, l’ironia ogni tanto si perde e nell’ultima parte, da “poi all’improvviso l’illuminazione…” , il racconto è un po’ farneticante e confuso (mi brucio la gola fino alle terminazioni nervose della coscienza?)
In più, non ho capito come finisce.
Meno male che c’è il protagonista che dice: “o forse invece è vero che ho capito tutto…”
E cioè?

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Sostiene un lettore…

…Per due giorni ordinai
Mi siedo a tavola
ecco un esempio per il lettore che me l’ha chiesto: la prima frase è al passato la seconda al presente, la prima non è un flash back.
Vedo che la questione del tempo è stata notata da più lettori, forse non abbiamo tutti i torti.

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Sostiene un lettore…

…Scusate se continuo a non capire.

Per due giorni ordinai… non mi portò… passai a qualcosa di più complesso: una spremuta.. mi portò una lattina… pensai si trattasse… di una specie di riflesso condizionato… decisi per un altro tentativo.
Venerdì sera: locale vuoto, tavoli lerci da sparecchiare, volume della radio troppo alto e luci troppo basse. Entro nel mio bar. Non accade nulla. Mi siedo a un tavolo, non succede ancora nulla.

Quando va a capo e dice venerdì sera eccetera sta usando il presente storico per dare più intensità alla scena: mi pare una pratica diffusissima nella scrittura. Voi avreste messo tutto al passato remoto, svuotando il “pathos” della scena descritta in presa diretta?

A me sembra che l’autore ha fatto l’unica scelta possibile ed efficace. Anzi, mi pare il bello del racconto.

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Sostiene un lettore…

…(un altro lettore) Capisco il punto di vista di chi mi precede, ma il fatto è questo: protagonista e narratore sono la stessa persona ma vogliono operare su due piani diversi. Per fare questo usano tempi verbali distinti. Il che ci sta, naturalmente, ma l’autore non si è scelto una cosa semplice da fare e chi legge non sempre ha la voglia di spulciare le parole per capire le differenze tra lettore e narratario. Ecco quindi che, in mancanza di una voce “forte” in grado di marcare le differenze tra i livelli, si possa generare un po’ di confusione che lascia spiazzati. Specialmente in un racconto che tende molto al surreale.

O forse sono io che non capisco niente e farei bene a darmi a uno sport più facile. Tris, per esempio 🙂

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Sostiene l’autore…

…Grazie per i numerosi commenti, provo (o proverò?) a rispondere dopo una piccola premessa: il racconto è poco più di una bozza e il finale l’ho sistemato alla bell’e meglio proprio per “Sostiene l’autore”, quindi per le critiche su questa parte non posso che cospargermi il capo di cenere.

Non capisco perché “meraviglioso” e “bellissimo” dovrebbero maldisporre, comunque me lo segno: anche a un secondo lettore non è piaciuto l’inizio.
La cameriera incapace è un elemento volutamente surreale (credevo fosse più evidente). Dei tre-tripli-puntini di sospensione quali toglieresti?
Il racconto è molto raccontato… perché è un racconto.
Tempi verbali: a una prima analisi (superficiale, lo ammetto) non ci vedo errori eclatanti ma gli darò un ulteriore controllo.
Ora faccio io una domanda: che cos’è il tono da Jack Folla?

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Sostiene un lettore…

…bellissimo e meraviglioso mi mal dispongono perché i superlativi vanno usati con estrema parsimonia e affiancando bellissimo a un secondo aggettivo abusato in generale (non in questo testo, ma in generale appunto quando qualcosa piace/è positivo è sempre stupendo, meraviglioso) l’effetto, per me, è stucchevole. Aggettivi di questo sono troppo generici, non esprimono un concetto profondo, sto leggendo un libro dove ad esempio l’aria invernale è definita “croccante” è evidente, almeno per me, come aggettivi insoliti diano un vigore interessante al testo e lo elevano.

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Sostiene un lettore…

…Sinceramente non mi è piaciuto questo racconto.
Non ho capito il finale, e per tutto il tempo la mia concentrazione era interrotta dai tempi verbali, che saranno anche corretti, come dite voi, ma qualcosa che non va c’è, e fin dall’inizio.

La Gabriella è un bel personaggio, può essere riutilizzato in altri contesti, ma cambierei il resto.

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Sostiene un lettore…

https://www.youtube.com/watch?v=m5FzvGZsK6Q
per jack folla, per i tempi il solo vero brivido di disappunto lo trovo  in
a) entro e avverto… è stata una cameriera

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Sostiene l’autore…

– bellissimo e meraviglioso: OK, ho capito. L’intento era quello di introdurre la scena in modo paradossale, esagerato. Forse non si è capito bene e ha bisogno di ulteriore lavoro.

– Jack Folla: capito il concetto, anche se mi sembra che sia l’interpretazione a fare il grosso del lavoro.

– La Gabriella: ma no, deve morire!

– entro e avverto… è stata una cameriera: a me sembra giusto, purtroppo con l’anonimato non so in quanti siate a sostenere che sia sbagliato. Propongo un sondaggio al nostro padrone di casa Michele! [NdM: detto, fatto]

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Sostiene un lettore…

…i verbi non sono del tutto sbagliati ma stonano

uno mi saluta.E stato Joe
uno mi saluta E’ joe
quale ti suona meglio?

e per john fante (che scrive come parla Jack folla)
Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.
Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.

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Sostiene un lettore…

…Arrivo un po’ tardi. I tempi verbali da rivedere li hanno segnalati un po’ tutti.
La voce narrante deve acquisire una maggiore personalità e il finale è posticcio e lo si avverte. Però il materiale narrativo c’è. Gabriella funziona, così come l’impianto generale.
Una piccola provocazione per i commentatori: non è che l’anonimato ci rende un po’ più acidi di quanto non saremmo se ci esponessimo con il nostro nome?

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Sostiene un lettore…

…Quello sopra ha ragione. Più acidità. Però c’è anche un rovescio: se uno apprezza, apprezza veramente.

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