La Mirandolina a Montmartre, di Michele Guareschi


Guareschi è stato un grandissimo scrittore, nonché inventore di uno dei personaggi più amati in Italia: Don Camillo. Sulla base del solito esercizio di Helgaldo, ho deciso di scoprire l’effetto che fa mettersi nei suoi panni. (leggi gli altri tentativi)

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La Mirandolina a Montmartre, di Michele Guareschi

Era stato un buon anno, quello. La terra aveva fruttato bene, il bestiame aveva figliato e tra mucche, latte, vitelli e grano il vecchio Benelli aveva deciso che c’erano abbastanza soldi da spedire la Mirandolina, sua figlia prediletta, in vacanza. Senza contare che la ragazza era appena stata vittima di un gran mal di denti e che aveva bisogno di distrarsi e riprendersi dopo la malattia. Ma Reggio Emilia era sembrata una meta da poveri campagnoli; persino Bologna e Roma erano suonate provinciali. Bisognava fare le cose in grande, per far vedere a quegli invidiosi del paese cosa era riuscito a fare con le sue cento biolche di terra, e così si era messo d’accordo con una signora di città che aveva dei programmi all’estero e si era procurato un biglietto del treno nientemeno che per Parigi. Più che un biglietto, era un lenzuolo grande così che a piegarlo non stava in tasca nemmeno a pregare.

Dopo qualche preparativo la Mirandolina era partita, accompagnata dalla signora; anche il vecchio Benelli era partito con loro, con l’idea di arrivare almeno a Reggio Emilia, che allontanarsi dal podere gli era sembrato meno facile che entrare in chiesa la domenica e bestemmiare. Parigi però non è Brescello, e neppure Bologna. La signora aveva le sue cose, a cui badare, e la Mirandolina s’era persa quasi subito, travolta dal via vai di gente che sfilava per Montmartre per vedere pittori e artisti; s’era ritrovata che la sera andava calando, per certe vie buie e maleodoranti come al paese non le era mai capitato di vedere. Infine aveva visto una luce, da in fondo a un buco scuro, con delle scale che s’inabissavano nel nero; aveva pensato che scendere fosse l’unico modo di salvarsi, anche e soprattutto dalle sberle che le avrebbe rifilato suo padre quando fosse venuto a sapere tutta la faccenda.

Solo che la luce l’aveva guidata in un bar di brutti ceffi e non sarebbero serviti nemmeno gli sganassoni del prete, per ripararla dalle occhiate con cui valutavano che bel bocconcino gli fosse capitato tra le grinfie, senza fare neppure la fatica di andarselo a procurare. In men che non si dica l’avevano presa e legata ed era bastata una di quelle manacce sulla bocca per zittire le sue piccole urla. Ben presto stancatisi del nuovo gioco, avevano pensato di gettarla fuori dalla finestra, nell’acqua buia del fiume, per lasciare che i ratti facessero sparire le prove del loro misfatto con la loro fame.

La Mirandolina, legata come un salame, era andata giù come un sasso senza riuscire più a respirare; poi l’acqua l’aveva fatta dondolare, per cullarla e farla addormentare prima che lei dovesse vedere, da sveglia, la sua sorte.

Infine aveva sentito una mano scuoterla e afferrarla: aveva aperto gli occhi e s’era trovata di fronte il volto calmo del dentista e i baffi accigliati del padre; il medico le aveva sorriso dicendo: «Tutto fatto signorina» e poi s’era rivolto al padre dicendo: «Sono mille lire, prego!»

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10 pensieri riguardo “La Mirandolina a Montmartre, di Michele Guareschi

  1. E bravo Michele, mi è sembrato di vederla quella campagna emiliana e anche quei vicoli maleodoranti di Parigi. Meno male che tutto si è concluso bene, non avrei sopportato un finale tragico.

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