L’eredità (ovvero del fatto che tutte le salse fanno brodo)


Ormai è noto: il mitico Thriller paratattico di Helgaldo si sposterà qui. Così, un po’ per scaldare i motori e un po’ per fare pulizia dei post in bozza, perché poi bisognerà giocare sul serio, oggi vi propongo gli ultimi tre brani tratti dall’antologia “Storia del thriller paratattico nella letteratura: dal medioevo al postmoderno”. Si tratta di autori celeberrimi (figli di un quarto, apparentemente nascosto, noto per essere un giramanovella) nella loro personale versione del thriller. Il gioco, quello vero, riprenderà mercoledì prossimo: c’è una pagina nuova, lassù in alto, che raggruppa tutti gli esercizi fatti finora e quelli che faremo d’ora in avanti. Rimanete sintonizzati, che ne vedremo delle belle…

***

Giulietta a Montmartre, di Michele Scuotilancia

CORO

Nel cuore di Parigi
Teatro dell’azione,
Un odio come carie di cui non si ha memoria
Corrode senza pace.
Dall’anse di quel fiume, vedrem sbocciare un fiore,
Ragazza che alle grida oppone i suoi sospiri.
Segnata dalle stelle percorre la sua via
Lasciando una corona,
O mezza, e così sia.
Prestateci l’orecchio e noi faremo in modo
Di metter del mestiere, in questa nostra storia.

SCENA I – Parigi, una strada mentre cala la sera

GIULIETTA – Non ci saremo perse, Nutrice?
NUTRICE – Non mi sono mai persa, io, com’è vero ch’ero vergine a dodici anni. (sospira)
GIULIETTA – Vi dico che codesta non è la strada maestra.
NUTRICE – Non ha certo nulla da insegnarci, questa strada; ma guardate: un lume filtra da quella scala.
GIULIETTA – (sorridendo) Andiamo, dunque. Troveremo là qualcuno che ci possa aiutare.
NUTRICE – (con ritrosia) Questo buio non riesco a farmelo piacere.

SCENA II – All’interno di un’osteria. Alcuni uomini litigano di fronte a un paio di boccali.

GIULIETTA – (apre la porta ed entra) Cugino! Mercuzio! Benvolio! Cosa state facendo?
MERCUZIO – Per i miei calcagni, si discute davanti a un boccale.
NUTRICE – Io me ne vado. Non è posto, questo, da signorine per bene. (se ne va)
TEBALDO – Son venuto, cugina, per scoprir se abbian degli accordi…
MERCUZIO – Ci prendi forse per musici? Attento a te, o sentirai le stonature di codesto archetto (mostra la spada)
TEBALDO – Messere, con piacere se me ne offrite il destro.
BENVOLIO – Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa.
MERCUZIO – (a Benvolio) Lasciami fare. (a Tebaldo) Te ne offro il destro e il mancino, ché non s’abbia a dire che non t’abbia dato tutto quel che meriti. (sguaina la spada)
TEBALDO – Ai tuoi comandi. (estrae la spada anche lui)
MERCUZIO – Acchiappasorci patentato. Vien qui e lascia che prenda una delle tue nove vite.
TEBALDO – Mostrami il tuo famoso affondo e prendi in pancia questa lama.
(si azzuffano, inseguendosi per il locale. Tebaldo viene toccato e fugge ma, nella colluttazione, anche Giulietta è stata colpita)
MERCUZIO – Non ci sono cerusici, qui. È solo un graffio, ma quanto basta per mandarla al creatore.
BENVOLIO – Inutile indugiare. Presto, scappiamo.
MERCUZIO – E codesto fiorellino? Non possiamo lasciarlo qui a passire in bella vista.
BENVOLIO – Visti, ci han visti, oramai.
MERCUZIO – E noi farem di questa storia un sogno. Svelto, gettala nel fiume. Le nere acque la porteranno via e, quando ci sveglieremo, qui non rimarrà che un pallido ricordo di stanotte. Brezza gelida che il sole del mattino disperderà con le calde dita dell’aurora.
BENVOLIO – (la solleva con fatica) I tuoi sogni son leggeri come il piombo, Mercuzio: dammi una mano. (la gettano di sotto)

SCENA III – Nel buio; si sente rumore d’acqua

GIULIETTA – Vago, nel buio, come la regina Mab.
Ma non porto sogni, né belli né brutti;
non parcelle per gli avvocati,
non nemici per i soldati.
Non volteggio su raggi di luna,
ma cavalco la squallida acqua
patria di ratti feroci
che alla riva s’acquattan
aspettano me, sugoso banchetto
per la lor lurida fame.
Groviglio di code verminose,
squittiscono festanti;
io ondeggio e non respiro.
Odiosa fauce, grembo della morte,
ecco: son il tuo cibo
e ora vengo a impinguarti.

SCENA IV – Su un lettino dallo speziale

SPEZIALE – (Mostrando a Giulietta una fiala)
Ecco: l’avete versato e l’avete bevuto tutto, fino in fondo:
aveste pur la forza di un uomo,
v’ha spedito nel mondo dei sogni.
E il dente, che tanto vi doleva, è estirpato.
È la mia povertà che v’acconsente,
non la mia volontà: mi dovete mezza corona.
***

Se una notte d’inverno a Montmartre, di Michele Calvino

Stai per cominciare a leggere il nuovo thriller paratattico di Helgaldo. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; […] speriamo che ti lascino in pace. Una strada buia di Montmartre; è stretta e maleodorante, e c’è una ragazza sola. Impaurita, probabilmente. La vedi che costeggia un muro, fin quando non trova una porta. Lei crede di essere salva, e si infila su per quelle scale. C’è una lama di luce, che taglia la notte; dall’interno un brusio indistinto. Apre: la luce l’investe, e sa già di aver preso la decisione sbagliata; uomini ubriachi posano il boccale per bersela con gli occhi. Vorresti aiutarla, ma sei dalla parte sbagliata della pagina; metti giù il libro, poi lo riapri: devi sapere. Loro nel mentre l’hanno presa, ma lei si dibatte. Le strappano i vestiti. «Fermi!» urli, ma dalla cucina ti risponde tua moglie: «Hai detto qualcosa?» Bofonchi una risposta, e ti reimmergi nel libro. L’hanno buttata di sotto; vogliono che i topi si mangino le prove. No, questo non lo sopporti. Va bene tutto, ma non deve finire così. Pensi a Helgaldo, e ti chiedi che razza di persona sia. Il dito sfoglia un’altra pagina; la ragazza affonda nell’acqua, non respira, sa che deve morire. Poi spunta una mano. «O bella! E questa, Helgaldo, che trovata è?» ti domandi. Eppure leggi: adesso sei curioso di sapere come andrà a finire. La mano la sveglia. È il dentista, che vuole anche mezza corona. «E questo sarebbe un finale?» non puoi fare a meno di ruminare sottovoce, perché da di là non ti sentano, «Ma vaffanculo».

***

Sostiene Helgaldo, di Michele Tabucchi

Michele Scarparo si accomodò e tirò fuori un foglio piegato in quattro. Helgaldo lo prese e lo lesse. Impubblicabile, sostiene Helgaldo, era un thriller davvero impubblicabile. Descriveva la storia di una giovane rivoluzionaria, e cominciava così: «Di lei si erano perse le tracce a Montmartre, in circostanze oscure. Subito si era pensato ad avversari politici, perché con il favore delle tenebre l’avevano rapita e violentata, per poi gettarne i poveri resti nella Senna: solo dei fascisti avrebbero potuto pensare alla fame dei topi come a un buon nascondiglio per un cadavere». Helgaldo alzò la testa e disse: caro Scarparo, lei è un perfetto romanziere ma questo è un blog sulla scrittura, non è il posto dove fare romanzi o andare a cercare inezie tra le righe: il thriller paratattico descrive una situazione senza indulgere a congetture o altro e non per nulla è paratattico; lei deve semplicemente fare lo svolgimento che le è richiesto, dire come la ragazza si sia perduta, dove sia andata a cercare un rifugio, accennare alle sue peripezie senza trascendere in particolari scabrosi o voyeuristici e, infine, manca il finale, che potrà essere criticabile, ma è pur sempre la firma di Hitchcock e ne è un ritratto fedele dell’opera e dell’artista, quello che lei ha scritto è perfettamente inutilizzabile.

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21 pensieri riguardo “L’eredità (ovvero del fatto che tutte le salse fanno brodo)

  1. “Storia del thriller paratattico nella letteratura: dal medioevo al postmoderno”.
    Suggerimento per chi è ancora in odore di tesi universitaria.
    (E qui il materiale si spreca)

    Vai, Michele, da adesso il THRILLER PARATTATTICO è nelle tue mani! 😀

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  2. Spero che Helgaldo trovi qualche idea per il suo blog, ma dal post di oggi direi di sì. Mentre sono felice che passi a te il testimone di questo appuntamento paratattico che tutti amiamo, perchè in fondo trovarsi a Montmartre è un gran bell’appuntamento. Pensa che figata trovarsi sul serio a Montmartre un giorno!

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